Avere vent’anni: NECRODEATH – Black as Pitch

Le mie aspettative su Black as Pitch erano gigantesche. Il fatto è questo: ogni album che ho atteso con tanta intensità l’ho acquistato il giorno stesso dell’uscita, e, in un certo senso, ne ricordo il primo ascolto come fosse ieri. Sin dal primo istante Black as Pitch mi fece percepire che c’era qualcosa che non andava. Era davvero un bell’album, a sentire alcuni bellissimo. Ripetevo fra me e me, in balia delle gigantesche aspettative, che non lo era quanto il predecessore (un capolavoro, il loro capolavoro subito dietro a Into the Macabre). Il divario fra i pezzi non era così evidente; ma avrei capito in breve che era il modo in cui Black as Pitch suonava ad essere il qualcosa che non andava.

Pelle Saether era ancora presente nel quartier generale, e si sarebbe nuovamente occupato della produzione. I suoni svedesi alla Pelle Saether sono così omologati da poterli accodare alle altre firme illustri della medesima bolla temporale e geografica, leggasi Fredman Studios. Pelle non seppe migliorare il lavoro svolto un solo anno prima, anche se provò a diversificarlo nei dettagli; nel cercar di dare una maggiore incisività ai bassi, e rendere più oscura la riuscita generale del lavoro, mise sottoterra la batteria di Peso e la voce di Flegias. Black as Pitch era in sostanza un album in cui le chitarre suonavano meno taglienti, in favore di un consolidato muro sonoro e di una migliorata presenza del basso di John. Il resto ne sarebbe stato penalizzato, e ben compresi la volontà della band ligure di cambiare radicalmente registro quando il seguente Ton(e)s of Hate fu stato affidato agli studio di Giuseppe Orlando, gli Outer Sound di Roma. Personalmente adoro il suono snello e schietto di quell’album.

Black as Pitch è una mazzata in pieno collo, sulla carta. Red as Blood il brano perfetto per introdurlo, Riot ot Stars e Mortal Consequences due autentiche cannonate. Il meglio di sé, però, l’album lo offriva al centro, con l’accoppiata formata da Process of Violation e Anagaton, per poi tornare su alti livelli in conclusione, con Saviours of Hate e Church’s Black BookBlack as Pitch non ha la continuità assoluta di Mater of all Evil, ma è con certezza l’ultimo album dei Necrodeath in cui i Necrodeath sono una band malvagia e assimilabile dal contesto del metal estremo. Dopodiché suoneranno thrash metal, con eleganza e talvolta con alti e bassi. Ma mai ripeteranno la cattiveria offerta sin qui, con Claudio Bonavita a co-dirigere, una cattiveria i cui picchi furono così elevati da risultare inarrivabili anche col pensiero.

Pubblicando Sacrifice 2k1, infine, i Necrodeath portarono avanti la tradizione di riregistrare vecchi classici inaugurata un anno prima con l’ottima Iconoclast da The Shining Pentagram. Se Iconoclast è preferibile nella sua nuova veste rinvigorita e alleggerita, Eucharistical Sacrifice dal classico Fragments of Insanity del 1989 perse un po’ del suo fascino originale, anche se una sorte peggiore sarebbe toccata alla The Flag vista in Ton(e)s of Hate nel 2003. (Marco Belardi)

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