Avere vent’anni: KILLING JOKE – Hosannas from the Basement of Hell
Tra i musicisti non-metal che hanno avuto impatto maggiormente significativo sul nostro mondo, i Killing Joke sono forse i più devastanti. Mai metal tout court nel suono, ma a livello energetico e concettuale antesignani di tutto quello che sarebbe nato, all’incirca da metà anni ’80 in poi, in campo estremo. Estremi pure loro, comunque, anche nel suono, post-punk freddo, allucinato, spietato. Nel 2006 erano (relativamente) freschi di reunion dopo il promettente disco con Dave Grohl alla batteria. Della primissima formazione ovviamente ancora in pista i soli due elementi fissi, Jaz Coleman e Geordie Walker, qui supportati dal bassista della seconda formazione storica, il tenebroso Raven (anche in Ministry, Godflesh, Prong, a proposito dell’eredità dei britannici), e alla batteria dallo sconosciuto Benny Calvert (in realtà dal sottobosco groove/nu metal albionico, in precedenza nei Kill II This, per chi dovesse ricordarli), che, invero, suonerà una prova eccellente, perfettamente calata nello spirito del disco e che non fa rimpiangere il batterista di Nirvana e QOTSA.

Registrato a Praga, presso gli Studio Faust Records ed in particolare nella sala “Hell”, per davvero nell’interrato, tra quattro fredde mura di cemento senza finestre, il disco non prende solo il nome da questa circostanza “logistica”. Ne fa la sua ragione d’essere. Mi piace pensare che si siano chiusi apposta in un ambiente claustrofobico e alienante, perché la musica stessa ne scaturisse di conseguenza. Alla sua uscita, anche per chi non poteva aspettarsi più sorprese dai Killing Joke (conoscendo tanto quelli anarco-apocalittici degli esordi che quelli maggiormente smussati, ma nemmeno tanto, del seguito degli ’80), Hosannas from the Basement of Hell non poteva che essere uno shock. A partire dal singolo (e dal rispettivo video), la stessa Hosannas from the Basement of Hell. Concettualmente, nero come un metallo nero (in assenza di black metal). Nel video, le cavità della terra, l’umanità barbara ivi raccolta, le torce accese, il face-painting che Coleman pare quasi non essersi mai tolto dal 1980. Come un Joker assassino (a proposito di scherzi potenzialmente fatali). Non c’è dubbio che non sia (black) metal, ma in termini di estremismo, una rivendicazione decisamente doverosa. Basso e batteria che irrompono, ripetitivi, alienati, freddi, anfetaminici, inumani. Synth glaciali, industriali. Il growl di Coleman lancia l’irrompere del lavoro devastante di Walker, tra i chitarristi più originali della storia, una specie di replicante alieno uscito da un horror anni ’50 per torturare con sadismo sonoro l’Umanità sopravvissuta. Stop-and-go che giocano come giocherebbe con il topo (l’ascoltatore) il gatto (la band stessa). Un suono ed una band che di umano non hanno più nulla, fino a quella specie di ritornello in cui Coleman e Walker si concedono una reminescenza di lirismo pre-catastrofe. Brano devastante, tra i più devastanti che conosca.

Rappresenta egregiamente l’intero album, anche se non deve distogliere dall’ascolto integrale dei 50 e passa minuti di questo monolite. La chiave di Hosannas from the Basement of Hell sta proprio nella barbarie tecnologica post-apocalittica del brano eponimo e si snocciola in altri otto brani che di umano hanno quasi nulla. Che sono suonati per davvero e anche registrati con un approccio sostanzialmente “live”, ma potrebbero non esserlo. Somigliano a tratti a delle stratificazioni di campionamenti di musica elettronica, come un’escalation, alzando l’asticella del non-umano brano dopo brano. Quando Implosion esplode (lo so, è un gioco di parole cretino), non c’è più freno, la ripetitività estrema, la dinamica rigida, tutto porta alla disumanizzazione totale. Walking with Gods, quasi “allegra”, tra battiti di mano e beat da campionamento ’80, porta il malcapitato ascoltatore sulla pista da ballo dei Chemical Brothers, in un incubo techno-acid preso relativamente male, poi screziato nuovamente dall’inventiva sempre sorprendente di Walker. The Lightbringer prende un riff quasi à la Judas Priest (cui hanno somministrato di nascosto droghe chimiche) e ne fa un altro scempio (apparentemente) elettronico suonato da una band primordiale. La chiave di Hosannas from the Basement of Hell, in sostanza, è questa: uno scontro senza speranza tra il barlume di umanità rimasta e l’implacabile macchina tecnologica che sta per spazzare via qualsiasi opposizione. Praticamente Demanufacture, ma tra post-punk e techno analogica, scritto da gente che c’era già prima. Qualche volta sono i metallari (o molti di loro) che non sanno cosa si perdono. (Lorenzo Centini)
