Symphonique dei VOIVOD non è il solito disco con l’orchestra
Il connubio tra metallo e archi è inflazionato senza aver funzionato mai davvero. L’anomalia canadese riesce però anche stavolta a sfuggire alla banalità.
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Il connubio tra metallo e archi è inflazionato senza aver funzionato mai davvero. L’anomalia canadese riesce però anche stavolta a sfuggire alla banalità.
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Compensare l’assenza di Mike Dean e del compianto Reed Mullin non era facile. Il gruppo statunitense, che ha seminato molto più di quanto abbia raccolto, ci riesce con un album compatto, tirato e coriaceo.
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Un caos primordiale, paludoso, di lamiere stridenti. Strumenti che si azzannano a vicenda in un muro denso di nube tossica. I canadesi stavano già facendo la storia.
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Un evento molto particolare, col batterista brasiliano alle prese con sperimentazioni noise e drone che alla fine culminano in un ritorno alle sue origini.
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Il trio di Ostia ha uno status che non deriva da alcuna generosità campanilista ma è stato conquistato sul campo, in virtù di un amalgama sonoro che prima, semplicemente, non esisteva.
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