La finestra sul porcile: PORTOBELLO di Marco Bellocchio

Se prima il riconoscerli innocenti era per que’ giudici un perder l’occasione di condannare, ormai sarebbe stato un trovarsi terribilmente colpevoli; e le frodi, le violazioni della legge, che sapevano d’aver commesse, ma che volevan creder giustificate dalla scoperta di così empi e funesti malfattori, non solo sarebbero ricomparse nel loro nudo e laido aspetto di frodi e violazioni della legge, ma sarebbero comparse come produttici d’un orrendo assassinio. Un inganno finalmente, mantenuto e fortificato da un’autorità sempre potente, benchè spesso fallace, e in quel caso stranamente illusoria, poichè in gran parte non era fondata che su quella de’ giudici medesimi: voglio dire l’autorità del pubblico che li proclamava sapienti, zelanti, forti, vendicatori e difensori della patria” (Alessandro Manzoni – Storia della Colonna Infame)

Le parole del Manzoni riecheggiano durante la visione delle sei puntate di Portobello, seconda incursione nel mondo della serialità televisiva di Marco Bellocchio dopo lo straordinario Esterno Notte. Quella colonna infame che veniva eretta sulle macerie delle abitazioni di chi era accusato di essere un untore viene idealmente ricostruita dal regista di Bobbio nell’arco di sei puntate che raccontano forse il più plateale e incredibile errore giudiziario della storia italiana, il noto “caso Tortora”, che è stato anche propulsore della riforma del codice di rito del 1988. Un castello di carte – anche letterale nella serie – e di ignominia che, come nell’appendice manzoniana, veniva costruito con accuse infondate che, indipendentemente dall’esito processuale, costituivano – e purtroppo, a volte, costituiscono ancora oggi – un marchio di infamia, una lettera scarlatta impressa su chi, a torto o a ragione, finisce nel tritacarne della macchina della giustizia e, soprattutto, dell’apparato mediatico ad essa ormai tristemente connesso.

Portobello narra il caso di Enzo Tortora, uno dei volti più amati della televisione italiana, accusato da un vero e proprio mitomane, Giovanni Pandico, camorrista cutoliano, di essere associato alla N.C.O. (Nuova Camorra Organizzata) e, in particolare, di spacciare cocaina. Un’accusa mossa, letteralmente, da una folle antipatia nei suoi confronti da parte di Pandico, che, dopo aver inviato dei “centrini” alla trasmissione di Tortora affinché venissero venduti nel corso del programma, si vendicò del presentatore perché andarono perduti (e regolarmente risarciti dalla RAI). Le accuse di Pandico, collaboratore di giustizia, intervennero in un momento di grande turbolenza all’interno del contesto malavitoso di appartenenza e portarono all’arresto di molti camorristi, che resero, per assurdo, attendibili le sue dichiarazioni. Ad esse si aggiunsero quelle compiacenti di Giovanni Melluso e Pasquale Barra – associati e pluriomicidi della camorra cutoliana – che aumentarono il carico di accuse nei confronti del povero Tortora, il quale, di punto in bianco, si ritrovò indagato, sottoposto alla misura intramuraria e processato senza conoscere, per mesi, neppure le ragioni del suo arresto.

Scandagliando le mille – tanto inverosimili quanto tristemente reali – sfaccettature che hanno contraddistinto il calvario giudiziario e umano che Tortora ha subìto, Bellocchio realizza una delle sue opere migliori nonché una summa della sua poetica – formale e contenutistica – e delle sue tematiche. Un’opera di grande forza, intensità e audacia, talmente vibrante che lascia sbigottiti se si pensa che il suo autore ha da poco compiuto ottantasei anni. E ciò in quanto la lucidità, il ritmo, la capacità di mettere in scena il grottesco, la farsa, l’orrore e il dramma contrapposti alla tenerezza che Bellocchio riserva verso i suoi personaggi, anche nei loro momenti più orribili, sin dal fulminante esordio de I Pugni in Tasca, sono qualità che sono tutt’ora presenti, dopo sessant’anni, nelle opere di Bellocchio e, in parte, persino raffinate.

Portobello è un po’ il punto di arrivo degli ultimi vent’anni di Bellocchio che, coadiuvato da un cast a dir poco incredibile, capitanato da un Fabrizio Gifuni verso il quale qualunque superlativo sembra essere riduttivo, mette in scena uno spaccato dell’Italia dei primi anni ’80 priva di nostalgia o di esile malinconia e, al tempo stesso, in più momenti, rende attuali e vigenti alcune problematiche sociali e civili che attanagliavano e continuano ad adombrare il nostro Paese.

Il tutto con questa alternanza di toni, di realtà e sogno, di maschere e di momenti grotteschi che costituiscono la cifra poetica e stilistica del regista di Bobbio, tra i pochi a potersi permettere l’uso di registri tanto diversi e che mette in scena, anche a livello formale, un clima opprimente e soffocante che si insinua anche nella visione dello spettatore che, in tantissime occasioni, fa fatica a reggere il peso degli eventi, anche se noti, per come vengono rappresentati. Bellocchio fa sentire sulla pelle il caldo asfissiante di Regina Coeli, così come la solitudine di Bergamo, rende tangibile la vertigine onirica dei Pulcinella che indossano la toga a ritmo di una tammurriata napoletana e rende quasi insostenibile il confronto della visione, grottesca, del festival di Sanremo nella caserma “dei dissociati” rispetto alla situazione di Tortora. Atmosfera che diventa, invece, del tutto insostenibile nelle storture dipanate nei segmenti giudiziari, figli di un sistema processuale inquisitorio che per fortuna oggi non esiste più, ma che ha gettato, in ogni caso, germi e spore anche in quello attuale.

Ma sarebbe riduttivo e puerile ridurre l’opera di Bellocchio ad un attacco alla Magistratura – quando la serie è dedicata proprio a un magistrato, quel dott. Michele Morelli, faro di indipendenza e coraggio, che si è opposto a ciò che non doveva essere riscritto – soprattutto quando la serie è, in coerenza con la precedente Esterno Notte, un vero e proprio “negativo” di un’immagine dei costumi del tempo (perfettamente ricostruita e realizzata, anche per quanto attiene al contesto televisivo dell’epoca). Un negativo che, una volta “sviluppato”, rivela una fotografia fin troppo attuale e nitida di quello che è, anche oggi, la nostra società, un’immagine delle storture e delle angosce che, ad ogni livello, possono colpire chiunque e che non sempre, come nel caso di Tortora, trovano un esito positivo che, anche laddove ottenuto, non è sufficiente ad allontanare ombre e malelingue. Perché gli untori, a volte, restano sempre untori, indipendentemente dalle loro colpe; e quantomeno la colonna infame non godeva di una copertura mediatica costante, di un avvilente dibattito social e di trasmissioni televisive ad essa dedicate.

“Io sono innocente. E spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi”. (Enzo Tortora)

(L’Azzeccagarbugli)

Lascia un commento