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Probabilmente il disco dell’anno: SOLSTICE – White Horse Hill

15 maggio 2018

I Solstice sono più una leggenda metropolitana che un gruppo vero e proprio, e questo a causa del rapporto inversamente proporzionale tra quantità e qualità dei dischi. White Horse Hill è il loro terzo album, a vent’anni dall’ultimo New Dark Age e a cinque anni dall’EP Death Crown is Victory, con cui avevano spezzato un silenzio che stava iniziando a diventare preoccupante. Dunque l’attesa per White Horse Hill è stata spasmodica, sospesa tra la speranza che riuscisse a confermare il livello delle precedenti uscite e la paura che rovinasse, anche parzialmente, l’aura mistica dei Solstice. Fortunatamente siamo ben oltre le migliori previsioni, e White Horse Hill si pone almeno al livello dei due precedenti. Almeno.

Ci sentiamo di poter fare paragoni con quei due album ormai entrati nella Storia perché l’unica costante di tutti e tre i dischi è Richard Walker, chitarrista, fondatore e lider maximo dei Solstice nonché uno dei motori della scena underground dell’epic (doom) anglosassone, grazie alla sua presenza in gruppi come Isen Torr e, sia pure di sfuggita, Pagan Altar e grazie anche alla sua etichetta, la Miskatonic Foundation, specializzata nel genere tanto da esserne una sorta di termometro, un po’ come la mai troppo lodata Cruz del Sur. A parte Walker, la formazione è completamente cambiata rispetto a New Dark Age, com’era già accaduto col debutto Lamentations del 1994. Quella che non è cambiata è la magia, e la capacità di toccare corde nascoste con delicatezza e precisione chirurgica; non mutano i riferimenti più immediati (Warlord, Candlemass, primi Manowar, Pagan Altar, Solitude Aeturnus e la scuola dell’epic doom inglese in generale), quello che cambia è il modo di estrinsecarli, a partire da Paul Kearns, il nuovo cantante, intorno alla cui voce potente e malinconica le chitarre di Walker costruiscono fraseggi di ampio respiro, in un susseguirsi continuo di assoli e melodie che raggiungono angoli dell’anima che altrimenti rischierebbero di atrofizzarsi. 

White Horse Hill si compone di quattro tracce, dai quattro ai dodici minuti, con le altre a fare da intermezzo, anche nel caso della lunga For All Days, and For None; è un’opera talmente totalizzante da lasciare insieme sfiniti e vivificati, come storditi di fronte ad uno sguardo così profondo nel Sublime. Ascoltare White Horse Hill è come bere alla sorgente della vita in un bosco magico, in un hortus conclusus preraffaellita, al di fuori dal tempo e dallo spazio, completamente estraneo al mondo in cui siamo nostro malgrado costretti a galleggiare. È un’immersione completa in suoni, colori e vibrazioni che siamo disabituati ad esperire, e che difficilmente troveremo altrove, nelle sterili forme d’arte contemporanee.

È difficile descrivere questo approccio alla musica, così emozionale ma che, ad un orecchio meno esperto, potrebbe sembrare semplicemente heavy metal classico insolitamente rallentato. La stessa difficoltà che ho trovato nel parlare dei Lunar Shadow l’anno scorso o, ancora prima, degli Atlantean Kodex – altro gruppo che ai Solstice deve moltissimo. Questo genere di gruppi sembra trarre ispirazione più da altre forme d’arte che alla musica; è anche per questo motivo che rimangono sempre uguali a sé stessi da trent’anni, senza alcun tipo di influenza musicale esterna; e, se dovessero modificare in minima parte la propria forma, diventerebbero irrimediabilmente qualcos’altro, perdendo la propria magia e il proprio significato. Non so davvero come continuare la recensione senza correre il solito rischio di sezionare l’insezionabile e così squarciare un pallone per capirne il rimbalzo. Bentornati, Solstice. Probabilmente, il disco dell’anno. (barg)

7 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    15 maggio 2018 10:32

    Una delle mie (poche) band preferite, da sempre. Disco commovente, poetico e fuori dal tempo. All’inizio il nuovo cantante non mi aveva convinto troppo. Bravissimo quando resta su registri bassi, molto meno quando deve alzare i toni. Non lo aiuta il fatto che abbia registrato di getto, senza armonizzazioni di sorta e sovraincisioni. Però quegli sforzi enfatici e le mezze stecche alla Quorthon alla fine ti fanno apprezzare tantissimo la genuinità assoluta del disco. Comprato direttamente dalla Dark Descent, sul cd c’è anche una lunga (e bellissima) bonus track: la versione 2017 di Death’s Crown his Victory.

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  2. 15 maggio 2018 14:16

    In un periodo in cui non riesco a smettere di ascoltare Battle Hymn, Blood Of My Enemies e i Warlord, questo disco è un’autentica madeleine che mitiga la delusione dell’ultimo Primordial (altro gruppo che ai Solstice deve parecchio).
    In generale, in ambito epic/doom, le soddisfazioni quest’anno sono parecchie: Gatekeeper, Hamferd, King Goat, Messa, Visigoth, Solstice…

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  3. giananb permalink
    15 maggio 2018 15:07

    Non li conoscevo, accidenti cosa mi ero perso. Ringrazio

    By the way, i Candlemass hanno rilasciato una nuvoa canzone, imo è davvero deboluccia.
    Struttura appena accennata con pezzi legati a caso, troppo ripetitiva, voce non all’altezza. Delusione

    Piace a 1 persona

  4. Crisuommolo permalink
    16 maggio 2018 12:01

    Provate anche i Cauldron Born, sublimi!

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  5. Leocrate Tapioca permalink
    30 maggio 2018 19:26

    Rivelazione assoluta per me! Un giorno magari sentirò pure gli album precedenti, quando riuscirò a smettere di ascoltare questo ogni giorno come sto facendo da una settimana a questa parte.

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  6. 12 agosto 2018 09:18

    Cazzo se sono un vecchio dimmerda, l’ho consumato sto disco.

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    • 12 agosto 2018 09:21

      Ah ah ho davvero l’Alzheimer, ho commentato sul post sbagliato. Comunque grandi Solstice, Lamentations mi ha fatto strippare

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