MACHINE HEAD – Unto The Locust (Roadrunner)

Essendo questo il primo post che scrivo sul blog, mi piacerebbe narrarvi di quanto Metal Shock sia stato fondamentale per la mia adolescenza; mi limiterò invece nel dire che forse è pure giunto il momento che qualcuno ci spieghi la fantasia erotica dell’Arioli, quella che comprendeva un cucchiaino e i capelli corvini, perché qui c’è gente, tipo io, che non ci dorme la notte da dieci anni.

Detto questo, parliamo del nuovo album dei Machine Head, uno dei dischi più attesi da mio cugino. Nella seconda metà degli anni 90 i MH vennero esaltati ovunque, grazie a dischi quali Burn my eyes o il superlativo The more things change. Poi il gruppo di Robb Flynn, in piena esplosione numetal, tentò di aggiornare la propria proposta musicale con The burning red ed il successivo ed orripilante Supercharger, che fece incazzare chiunque, persino Kerry King (io avrei paura). E forse, più che l’implosione del numetal, è stato proprio l’aver fatto incazzare il nipote pelato di Satana a far si che i MH rinnegassero in toto i loro tentativi, più o meno riusciti, di progressione e arrivassero a pubblicare il canonico Through the ashes of empire, che più che brutto era di una tristezza disarmante. [il numetal è stato un bellissimo e sfolgorante allucinogeno, solo che le case discografiche lo hanno tagliato troppo e male: perché se ci metti un pò di bicarbonato di sodio ti posso capire, ma se ci metti il lievito mi crescono le torte nel naso] 

Unto the locust è il terzo disco dal fatidico ritorno alle origini, sicuramente meglio del sopracitato e forse un gradino sotto al penultimo The Blackening, che era più cazzuto e meno piacione, ma più o meno siamo lì, produzione potente, riffoni, assoli che fischiano, stacchi arpeggiati in mezzo alle palle e melodie acchiappone, quindi se vi era piaciuto quello vi piacerà anche questo.

La recensione potrebbe pure finire qui, anche perché non potete nemmeno lontanamente immaginare l’immensità di quanto dei Machine Head non me ne freghi un cazzo. Aggiungiamo invece che la parte migliore del disco è la prima metà, e aumentano felici richiami maideniani che erano già presenti in The Blackening. Rispetto ad una canzone orribile come Darkness within, il cui inizio sembra uscito da un disco dei Foo Fighters, non mancano, nei sette brani tutti di durata superiore ai sei minuti, momenti davvero esaltanti (il ritornello di Who we are farà sfracelli dal vivo) ma io credo che la spiegazione di questi stia nella curva di Gauss, la stessa grazie alla quale la scienza può permettersi di dire che, da qualche parte qui nel mondo, ci sarà pure un cinese con un pene di proporzioni non infinitesimali.

Mio cugino, che ha preso la patente tre mesi fa, probabilmente il suo disco da spararsi a cannone mentre guida ubriaco l’ha trovato; a me, la musica contemporanea mi butta giù.  (Masticatore)

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