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Preparate tanta grappa: MACHINE HEAD – Catharsis

2 febbraio 2018

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Tempo fa era ricorrente il concetto per cui una band – sotto le pressioni dei trend del momento o dell’ etichetta discografica – si fosse “venduta”, finendo per snaturare il sound che l’aveva resa così amata da moltissime persone. Si può essere più o meno d’accordo sull’applicabilità di quest’idea con certi gruppi piuttosto che con altri, ma credo sostanzialmente che la crisi del mercato discografico abbia attenuato non di poco il fenomeno.

Entrando nello specifico dei Machine Head, sono invece sicuro che Robert Flynn sia un gran furbacchione, a maggior ragione nell’attuale veste di influencer, youtuber o chiamatelo come cazzo volete, tramite la quale compare in questi video girati nella lussureggiante abitazione, mentre ci mostra la mamma anziana che lo guarda male o altre cose del genere. Penso che il musicista di Oakland sia uno che col tempo ha imparato a vendersi molto bene, e che all’indomani del periodo in cui era stato semplicemente uno dei Vio-lence (passando per i Forbidden), già rivelasse una discreta personalità quando debuttò con il presente monicker. Ma rimango anche dell’ idea che qualunque cosa egli abbia suonato con i Machine Head, sia uscita così come Flynn voleva e senza particolari pretese di aggregazione ad un certo movimento, o di rendere più fricchettone il proprio sound: non è cosa ti spaccia Robertino a essere ruffiano, ma come. Eccezion fatta per Supercharger, l’unica reale sbandata senza attenuanti in cui si è tentato di esagerare oltre i confini del bitume. Non sono un loro die hard fan, ma a leggere i commenti sul canale ufficiale questi ultimi sembrano essere davvero numerosi. Personalmente reputo i Machine Head un gruppo di livello medio-alto che, grazie all’ invecchiare dei mostri sacri di cui la nostra generazione e quella precedente hanno potuto godere, col tempo si sono più o meno ritrovati cucita addosso la nomea di band di punta; e uno come Flynn ci si gongola in questa “dimensione”, e lo fa perlomeno da un decennio grazie anche alla forte spinta avuta dalla resa sul palco. Però – tolto Burn My Eyes – non c’è null’altro che loro hanno fatto che io consideri qualcosa da tramandare ai posteri, e di certo Logan Mader s’è portato via qualcosa.

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Phil Anselmo racconta a Robb Flynn di quella volta che Van Basten segnò quattro gol al Goteborg

Fatta questa premessa, riconosco in Catharsis lo stesso martellamento mediatico che ha portato lo scorso anno all’ uscita di Villains dei QOTSA. Continui annunci pubblicitari dunque, ma anche screzi con il recensore di turno che ti ha stroncato l’album e fan-video torrenziali sputati sul web un mese prima della release ufficiale: troppa roba tutta quanta ammassata, neanche Burn My Eyes fosse uscito sei mesi fa. E il paragone con Homme l’ho fatto perchè sono pienamente convinto che entrambi i leader siano fieri dell’operato svolto e della direzione intrapresa nei rispettivi nuovi lavori, forse un po’ spiazzati da parte del responso ottenuto, ma sufficientemente egocentrici da non ammettere se e fino a che punto sia colpa loro. E che se ne parli bene o male, sotto sotto gli va più che bene poiché è tutta acqua che va al proprio mulino. Catharsis è un disco sentito e fatto pure con criterio al contrario di una prima impressione che lascia un po’ depressi, ed è accompagnato da una produzione a cui non si può dire praticamente nulla; ma tolto il solito Supercharger lo considero anche uno dei peggiori usciti fuori dai Machine Head. Eppure non ha addosso quella patina fan-friendly di cui erano rivestiti Through The Ashes Of Empires o il penultimo Bloodstone & Diamonds: parliamoci chiaro, quelle erano due uscite relativamente pesanti e distanti anni luce dalla modernità assoluta di un The Burning Red, ma appunto il loro voler accontentare un po’ tutti i fan con pezzi come Imperium (che era comunque una meraviglia), e quel laccato senso di durezza rilasciato attraverso melodie ai limiti del sound svedese, un po’ mi fecero sobbalzare sulla sedia e altrettanto ci rimasi interdetto.

Purtroppo Catharsis non ha quei brani di punta effettivi che, nel suo predecessore, consistevano in episodi del calibro di Beneath The Silt o Sail Into The Black in cui riconoscevi a pelle quanto un gruppo alle prese con un album non proprio dei migliori, fosse comunque in grado di cacciar fuori il guizzo in cui ne distinguevi ogni tratto per cui quella band ti era sempre interessata o piaciuta. Catharsis mantiene anzi accentua la varietà del sopraccitato album di qualche annetto fa, ma nella metà degli ascolti che gli ho dedicato non sono riuscito ad arrivare in fondo d’un solo fiato. E non può essere un buon segno per quanto – seppur pieno di pezzi ruffiani, fuori moda e brutti – mi sembri tutto sommato sincero e voluto.

Flynn ce l’aveva detto: Catharsis è come un lungo film. Ma non importava, Robertino: lo sappiamo tutti che Nymphomaniac di Lars Von Trier è un vortice di tette e culi, e che tratta di gente che ha dedicato una vita a farsi trapanare anche i timpani, ma non per questo le sue quattro ore sono lontanamente sostenibili. Trascinare per quindici tracce un album in cui hai un sacco di idee sparse ma non sei minimamente riuscito ad amalgamarle, non è una scelta che un’anima viva approverebbe. Oltre al fatto che ci troviamo a parlarne dopo che il bombardamento mediatico dei mesi scorsi ci aveva già rivelato svariate sue parti. Schiantando così al suolo il concetto di attesa e il relativo fascino, con tutta quanta la poesia annientata da quel riff degli Strapping Young Lad che, previo copia e incolla, sputtanava in partenza un singolo nella media come Beyond The Pale.

La lancia da spezzare totalmente in favore al “film” di Flynn, è invece il fatto che la scaletta ci appare suddivisa come in capitoli, ovvero le canzoni accomunate da un certo stile musicale si susseguono e non le troveremo mai eccessivamente distanti fra loro: altro concetto – questo – che depone dalla parte del cantante e chitarrista sulla questione della intensa progettualità (cit. Luciano Spalletti) legata al lavoro. L’aspetto che invece turba più di ogni altro, è che ogni brano ha comunque i suoi momenti felici: potrebbe esserci un killer riff con la pesantezza e il groove di The More Things Change, così come un ritornello relativamente accattivante. Numericamente nessuno dei due aspetti manca all’ interno di ogni parte di Catharsis, ma sono le canzoni nella loro interezza a fallire miseramente, nella maggior parte dei casi. Gli Slipknot intesi come influenza sono onnipresenti, nelle linee canore in particolar modo ma anche in una certa, ruffiana maniera di mescolare motivi catchy ad esplosioni che vorrebbero spaccarti le ossa; ma stanno lì, ed il più delle volte è esattamente il posto sbagliato in cui trovarsi per farlo. Prendiamo in esempio l’opener Volatile: è formalmente perfetta, tranne per il telefonatissimo incipit vocale di Flynn, ma poi non decolla mai. Pure la title-track vive di momenti e quando esplode è anche trascinante – ma poi decide di ripiombare ciclicamente in quegli schemi radiofonici che purtroppo per noi la rendono prevedibile, ripetitiva e tutto quello che non dovrebbe esserci in un singolo. Senza considerare il fatto che alle prese con le parti pulite, Flynn non è affatto trascinante, tecnicamente dotato nè a proprio agio quanto un Corey Taylor. Ci sono perfino le conclusioni mosh ereditate da Davidian e ciclicamente riproposte lungo tutto l’arco della carriera dei nostri, ma vengono tirate avanti all’ infinito e in mezzo, magari ti ci ritrovi di nuovo uno di quegli insopportabili refrain.

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E Bastards? Per quanto abbia fatto incazzare un po’ tutti me incluso ad un primissimo impatto, è – e probabilmente si confermerà – uno dei momenti più riusciti dell’ intero album. Non sarà un brano da appiccicarci sopra l’etichetta “Machine Head” né tantomeno un episodio memorabile a cui ricollegherò positivamente il 2018 al suo termine, ma almeno è costruito secondo un intenso crescendo che riesce finalmente a trasmettere qualcosa. Più della pseudo velocità da vomitata di San Patrizio di Kaleidoscope, e più di ogni altra cosa presente qua dentro fino a quel momento. Dopodichè inizia un altro album, del quale Flynn non ci ha mostrato estratti nelle settimane che lo precedevano, e che risulta in deciso crescendo anche se in linea di massima, è comunque altalenante. Behind A Mask è una papabile hit ma non farà felici molti poiché pure qua abbiamo a che fare con l’acustico; Heavy Lies The Crown caccia fuori i passaggi più classici dell’ intero lavoro inclusa una lodevole accelerazione finale, e Grind You Down ha il miglior ritornello per distacco dell’ intero disco. Questi sono i Machine Head al lavoro su cose da Machine Head, e non è una questione di stile o di appetibilità, ma di pura e semplice capacità.

Si chiude con Razorblade Smile, non proprio prodigiosa ma almeno contribuisce a dimenticare il passato prossimo di Triple Beam, California Bleeding e tutte le altre oscenità – ognuna delle quali corredata da un breve momento felice che ci aveva fatto sperare in un qualcosa di migliore – che caratterizzano la prima metà del nono album del gruppo americano. In cui si fa del rap, del metal melodico e della roba da birreria, ma non si conclude niente di buono per lunghi tratti, scimmiottando perfino gli Alice In Chains nel caso di Screaming At The Sun e dei suoi coretti, canzone – questa – che tutto sommato non è affatto delle peggiori. Preparate tanta grappa barricata – io utilizzo una Diciotto Lune della distilleria Marzadro – perché nel merito dei suoi fieri settantacinque minuti, la digestione di Catharsis potrebbe non essere così facile.

Album dalle troppe facce dunque, realizzato col piglio dei dischi di grossa caratura ma troppo spesso inconsistente o addirittura in preda a passaggi di bassissima riuscita. Cresce per nostra fortuna nella seconda metà, come se si fosse tentato di “nascondere” il materiale migliore in favore di quello che maggiormente ammicca ad un trend che non c’è più da tre lustri. Ma ripeto, non per accalappiare più ascoltatori: sono convinto che Flynn sia fortemente innamorato di tutta questa roba, e scarsamente a suo agio nel riproporne con successo una grossa fetta. Tuttavia, Catharsis è comunque superiore a quel pozzo di liquami stagnanti che prese il nome di Supercharger e che avrebbe potuto essere semplicemente intitolato Bulldozer – poiché di decente, al suo interno, non vi era altro – ma decisamente meno quadrato di Bloodstone & Diamonds, a sua volta tutt’altro che un’ uscita di assoluto spessore ma ponibile ben sopra alla sufficienza.

Siamo distanti, anzi distantissimi dalla qualità assoluta raggiunta in The Blackening, ma chi pensava che Phil Demmel fosse la cura metallara contro tutti i mali dovrà ricredersi, e farlo in fretta. Lasciamo fare gli Stone Sour agli Stone Sour quindi, e riportiamo il carrozzone in carreggiata a costo di mettere qualche piccolo ingrediente sbagliato in una miscela pesante ed esplosiva come fu quella di Unto The Locust, ed ottenere così risultati sorprendenti. Robert Flynn avrà carisma, entusiasmo e un sacco di altre cose all’interno della faretra, ma certe volte bisognerebbe avere semplicemente il coraggio di ridimensionare le proprie intenzioni in proporzione a quella che è la reale capacità attuale, pur stando sotto l’effetto narcotizzante dei temuti social network. Via il computer, e più chitarre. In compenso, sentir parlare così tanto di un nuovo album metal – ripeto, nel bene e nel male – è di per sé una piccola vittoria considerando i tempi che corrono, e la innegabile longevità di un artista che ha da poco superato i cinquanta. (Marco Belardi)

11 commenti leave one →
  1. Nekro permalink
    2 febbraio 2018 10:37

    Ci sta.
    Rob è un po uno scassaminchia, ma non capisco tutto questo odio mediatico nei suoi confronti. In tutta onestà non ho neanche voglia di capirlo.
    Quest’ultimo lo ascolterò appena avrò voglia/tempo. Non sono un loro diehard fan ma unto the locust mi era piaciuto molto, tanto da aver speso nella mia classifica personale, il titolo di migliore disco thrash di quell’ anno.
    Ps: non saltatemi fuori con frasi tipo “quello degli x è mille volte meglio” che non ho voglia di discutere che ho l’influenza

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  2. Un Luca fra i tanti permalink
    2 febbraio 2018 11:20

    The More Things Change e Davidian sono due dischi che da vent’anni non lasciano il mio stereo. Poi Robb ha imparato a cantare (ehm…) e i Machine Head sono finiti nel cesso. Peccato. Ma l’avere vent’anni di TMTC me lo sono perso?

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  3. Arkady permalink
    2 febbraio 2018 11:37

    Io col break centrale di Imperium potrei prendere a mazzate dei piccoli e pucciosi koala usando come clava dei simpatici pinguini…cosi’ tanto per dire. Catharsisi credo non lo ascolterò mai.

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  4. 2 febbraio 2018 12:03

    È troppo trash. Non riesco a odiarlo.

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  5. vito lomonaco permalink
    2 febbraio 2018 13:35

    nel pezzo postato sembrano i 30 seconds to mars, iperprodotti,suoni perfetti, groove inattaccabile, finira’ in tutte le playlist compresa la mia pero’…! ( hai gia’ detto tutto te, amen ).

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  6. sergente kabukiman permalink
    2 febbraio 2018 14:20

    in pratica un disco sfilacciato e indigeribile creato da un pagliaccio che si atteggia su internet come una vlogger di 17 anni. non mi aspettavo altro da un disastro di band come questa.

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  7. 2 febbraio 2018 14:41

    Ma non sarebbe meglio ignorarli direttamente? E comunque il primo dei Vio-Lence (ma anche i primi due Forbidden) sono di un altro livello.

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  8. Stefano Vitali permalink
    2 febbraio 2018 18:26

    non concordo assolutamente. Flynn è sempre stato un paraculo, quando andava il thrash (Forbidden), quando andava il thrash crossover (Vio-Lence), quando andavano i Pantera (per quanto Burn My Eyes e The More Things Change siano bellissimi e fondamentali), quando andava il nu metal (The Burning Red e quell’altra roba lì…) per poi a tornare a pestare nel periodo in cui i Trivium ed i Lamb Of God avevano riportato in auge i suoni duri (…Empires e Blackening, che comunque ad ascoltarli piacciono)

    che poi sappia suonare e piacere ai “kids” non lo metto in discussione, ma la sincerità non è certo mai stata alla base della sua musica

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  9. 3 febbraio 2018 00:21

    dal mio punto di vista, recensione perfetta per un disco imperfetto che comunque, a modo suo, forse riuscirà a farsi amare lo stesso. Questo è Robb Flynn, prendere e lasciare. Non Dio, ma nemmeno Satana.

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  10. rain chaos permalink
    17 febbraio 2018 11:32

    Quelli che ogni volta che parlano di BME e TMTC tirano in ballo i Pantera, mi chiedo dove madonnagesu abbiano le orecchie…non basta una chitarra ribassata per assomigliare ad un gruppo

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