Riabilitiamo gli HECATE ENTHRONED: The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried
Gli Hecate Enthroned sono stati sempre un gruppo un po’ sfigato: non solo nel corso degli anni se li sono sempre filati in pochissimi ma hanno subito continue stroncature da praticamente tutte le riviste metal dell’epoca e sono stati marchiati in modo indelebile come cloni dei Cradle of Filth. Se parliamo di cantato c’è poco da obbiettare, la timbrica canora dell’Ep d’esordio e dei due primi Lp era effettivamente identica a quella di Dani Filth. Le cose pare tuttavia fossero andate all’opposto: si dice che fu proprio il cantante dell’epoca Jon Kennedy, nella sua brevissima permanenza nei Cradle (si occupò del basso durante la prima stesura di Dusk… and Her Embrace), a insegnare a Dani quel falsetto stridulo diventato poi suo marchio di fabbrica. Se a questo aggiungiamo quel carico da novanta che fu il video di An Ode for an Haunted Wood (sei tizi pittati che si aggiravano nel parchetto sotto casa con strane movenze e espressioni allucinate, il tutto filmato da un soggetto probabilmente affetto da morbo di Parkinson), si capisce perché gli Hecate Enthroned fossero bollati come dei cloni da circo da qualsiasi metallaro dell’epoca.

In realtà, se si riesce a scindere da questi aspetti il piano prettamente musicale, si scopre che il black melodico-sinfonico del gruppo inglese era veramente di alta caratura, almeno per quel che concerne Upon Promethean Shores (una delle copertine più belle di sempre) e i due full successivi. Qualche similitudine con i Cradle è innegabile che ci fosse, ma neanche troppo: gli Hecate Enthroned erano molto più lineari e avevano un sound più propriamente black, privo di quegli orpelli gotici che avevano fatto la fortuna di Dani e compagni. La stessa tanto bistrattata An Ode For An Haunted Wood, se ci si riesce a togliere dalla testa il video, è un pezzo di una bellezza unica, così come lo era un po’ tutto il primo EP.
Purtroppo le prese per il culo dell’epoca e le vendite scarse portarono la band a sfasciarsi, con il solo chitarrista fondatore Nigel Dennan a portare avanti la baracca, anche se dischi come Redimus o Kings of Chaos avevano qualche influenza death di troppo e non erano proprio indimenticabili. Già le cose erano migliorate con Embrace of Godless Aeon e uno stile più improntato sugli esordi, come lo ha del resto questo nuovissimo The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried (altra copertina della madonna) come sonorità ancora più simile al periodo novantiano degli inglesi. Perché gli Hecate Enthroned nel suonare black sinfonico melodico hanno ben pochi rivali, i pezzi sono tutti molto godibili (Deathless in The Gryad Glade su tutte) e l’atmosfera ricorda molto quel semi-capolavoro di The Slaughter of Innocence, anche se la produzione è molto più corposa e il suono di chitarra più massiccio, con qualche minima apertura tendente al death melodico. Non ho capito solo la scelta del singolo d’apertura, che oltre ad essere la peggiore del disco è pure l’unica cantata quasi totalmente in growl, mentre nelle altre a dominare c’è lo scream, ovviamente acutissimo, dell’ottimo Joe Stamps, una specie di mix tra Dani Filth e l’Ihsahn degli esordi.
The Corpse of a Titan, A Lament Long Buried è insomma un lavoro più che dignitoso di gente oramai con trent’anni e passa di esperienza nel genere: è uscito quasi in contemporanea al nuovo Dimmu Borgir, che sta per oscuri motivi ricevendo consensi un po’ dappertutto, ma vi assicuro che, se volete ascoltare del buon black metal sinfonico d’annata, tra i due album non c’è proprio paragone. (Michele Romani)

