Sette colli stoner: il racconto del Roma Stone Fest

Foto di Federico Francesco Falco

Le muscle car della tradizione stoner ogni tanto faticano a transitare in zona Roma: saranno le ZTL, sarà che sono omologate Euro 4, sarà che le ciclabili si fottono lo spazio e non passano. Se una volta ce la comandavamo con splendidi eventi, come per esempio lo Stoned Hand of Doom Festival, che una quindicina di anni fa ci portò gente come gli Electric Wizard, oggi invece fatichiamo. Ed è così che realtà longeve come Fu Manchu e Stoned Jesus hanno avuto l’occasione giusta per venire nella Capitale solo in quel fine settimana. Andiamo però con ordine.

Il Roma Stone Fest si è presentato come un minifestival settoriale: inizialmente annunciato a Villa Ada, si è poi spostato al Parco Schuster, in un contesto pensato in maniera intelligente per godersi lo show senza che si trasformasse tutto nella perfetta simulazione di un’esperienza al centro del deserto del Mojave. Anche perché ad accompagnare le due realtà forestiere, come vuole la tradizione dei generator party californiani, c’erano tutte band locali.

I primi erano i The Black Flamingo, terzetto tra gli outsider degli outsider, annunciato per ultimo nel cartellone, che ha suonato senza nemmeno avere il tempo di sorseggiare una birrozza (dichiarazione spontanea dei testimoni), portando al pubblico il suo stoner strumentale d’ambiente con tastiere che viaggia leggero come il traffico romano di metà estate. Il terzetto, con un disco all’attivo e uno in arrivo (di cui hanno offerto alcuni assaggi durante l’esibizione), ha affrontato impavidamente il primo centinaio di spettatori curiosi. Alle loro spalle sono poi giunti gli Aganoor, altra promettente realtà. Se su disco ricordano un po’ gli Elder – ma cresciuti con una sorella maggiore che ascoltava il gothic metal nella stanza accanto – dal vivo sembrano strumentalmente una versione tricolore dei rocciosi Down degli esordi. Si sa, il palco trasforma, e non sai mai quello che può accadere.

Una tradizione che si è confermata con i Gorilla Pulp: se nei dischi che preferisco giocano allo schiaffo del soldato con Monster Magnet e Kadavar, una volta messo piede in scena quel braccio fuori dal finestrino inizia a glammizzarsi, sino a diventare a tratti una versione capitolina dei Mötley Crüe, con tanto di lancio di preservativi a fine set e un paio di sorrisetti e di intermezzi per coinvolgere la platea, parte dei cliché di un certo rock anni Ottanta (“Quante ragazze ci sono tra il pubblico? Quante birre ci sono tra il pubblico? Quanto pubblico c’è tra il pubblico?”).

In totale antitesi, invece, la formazione successiva: “Noi siamo i Fvzz Popvli, non abbiamo tempo per le chiacchiere”. Ed è proprio vero: di compiacere il pubblico se ne sono proprio sbattuti il cazzo. Hanno rovesciato sul piatto una mezz’oretta abbondante, in bilico tra i Queens of the Stone Age del primo disco (il cantante con la maglietta degli Yawning Man e la patta aperta era un po’ una dichiarazione di intenti, prima ancora che aprissero bocca) e i Melvins più soffocanti. Il cantato cantilenante e nasale rendeva l’intera proposta ancora più sgangherata e boccaccesca, facendomi fantasticare se non fosse proprio quello il risultato che otterremmo chiudendo Buzz Osborne e Les Claypool nella stessa stanza. Anche il merchandise era degno della fantasia di questo terzetto, la vera sorpresa della giornata per quanto mi riguarda.

I L’Ira del Baccano, in questo quadretto, hanno assolto anche la funzione di amorevoli padri che danno l’esempio alle nuove leve. Loro un bel po’ di festival a tema tra quelli citati in apertura di capitolo se li sono fatti, e si vedeva come avessero in pugno la platea, anche se sicuramente facilitati da una discografia senza sbavature e da un ultimo album (The Praise of Folly) spaziale in tutti i sensi, in parte eseguito durante l’evento. Poi, a una certa, gli addetti ai lavori hanno fatto loro segno che bisognava tagliare un po’ la scaletta e che restavano solo altri cinque minuti di show – che per chi conosce il loro repertorio è tipo il lasso di tempo in cui accordano gli strumenti per la suite successiva – ma non hanno fatto una piega, regalandoci l’ennesimo sorriso e un’altra lisergica jam.

Difficile non volergli bene, così come era arduo non stimare i successivi Stoned Jesus. All’apparenza ci si aspetterebbe di trovarli velati di quella malinconia di fondo, indossata in non poche influenze doom all’interno del loro stile di scrittura; in realtà ci si trovava di fronte a ragazzoni sorridenti, che usavano quel po’ di italiano a loro disposizione per creare un piccolo legame con il pubblico. Tra qualche piccola gag e omaggi alla nostra terra (incluso un breve incipit de L’Italiano di Toto Cutugno prima della famosissima I’m the Mountain), la formazione ci ha donato un avvincente set basato soprattutto sul recente Songs to Sun, che ben si presta alle improvvisazioni dal vivo, con qualche piccolo spoiler sul successivo Songs to Moon, la cui uscita era prevista per ottobre.

Alle 23 il palco era tutto per loro, i Fu Manchu, alfieri di quello stoner californiano imbevuto di punk e del calore del sole. Dopo un meticoloso soundcheck, hanno suonato un set di una settantina di minuti per omaggiare un po’ tutta la loro discografia, compresa l’ottima cover di Godzilla dei Blue Öyster Cult divenuta oramai un classico anche per loro. Dal furore di Eatin’ Dust alla psichedelia di Saturn III c’erano proprio tutti gli ingredienti che abbiamo imparato ad amare in una carriera praticamente perfetta. Scott Hill e soci viaggiano con la medesima formazione da circa ventiquattro anni ed è innegabile che l’alchimia ne abbia beneficiato: il quartetto si intende ancora così bene da sembrare avere gli occhi dietro la nuca in ogni esplorazione sonora. Nonostante il comodo prato sintetico messo a disposizione da Parco Schuster, a fine show si è avuta la suggestione di doversi scrollare un po’ di sabbia dalle scarpe.

Dopo trent’anni di In Search Of…, Roma li ha finalmente trovati, ed è stato bellissimo. (Federico Francesco Falco)

2 commenti

  • Avatar di El Baluba

    presente da quando hanno suonato i Fvzz Popvli (prima era troppo caldo per mettere il naso fuori di casa, anche se mi dispiace per i Gorilla Pulp che ho un loro disco) e devo dire che è stata una bella serata e che mi ha lasciato bello gasato. Per essere la settimana che precede il ferragosto c’era anche un discreto numero di partecipanti, tutti belli attivi nel supportare gruppi ed esibizioni. Ottime anche le tribune a bordo campo che mi permettevano un minimo di relax tra un concerto e l’altro.
    per quanto riguarda i gruppi, belli ruspanti i Fvzz Popvli, anche se il fatto di avere la voce non molto alta nel mixer non permetteva di cogliere bene la varietà stilistica che si ha su disco. Ma mi sono piaciuti molto.
    Con l’ira del baccano stavo praticamente su Marte, e avrei continuato a sentirli per ore. A fine concerto obbligatorio acquisto della maglietta e disco.
    Gli stoned Jesus non li conoscevo, anche se me ne aveva parlato bene un mio collaboratore a lavoro ed il mio amico che era con me mi continuava a dire ora fanno Im the Mountain che è troppo diga. Sicuramente loro molto bravi, anche se queste loro suite alla lunga si perdevano un po’. Da risentirli su disco.
    I Fu Manchu ma che cazzo gli vuoi dire? Concertone spaziale con acustica perfetta. Gente invasata che pogava come dannati, e miei coetanei che muovevano su e giù la testa con un sorriso a 32 denti.
    spero che in futuro si ripeti un evento del genere. Grazie per aver ricordato lo stoned hand of Doom, di cui segui almeno un paio di edizioni sicuro (mi ricordo benissimo quella con gli Orange Goblin headliner)

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  • Avatar di Jim Bob Luke

    Se non ho fatto male i conti con questa sono 8 volte che vedo i Fu Manchu. Sono una di quelle band che mi rivedrei una volta a settimana, giusto il tempo di smaltire un po’ di lividi. Detto ciò mi sono divertito tanto coi Gorilla Pulp e mi sono preso benissimo con L’ira del baccano. Discorso a parte per gli Stoned Jesus. Ho letteralmente consumato i primi due dischi, da lì in poi per me sono stati una cocente delusione e questo live, complice la scaletta, non mi ha fatto cambiare idea. Peccato

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