AUTOPSY – Macabre Eternal (Peaceville)

Dopo il sorprendente exploit dell’ep The Tomb Within (del quale abbiamo parlato qui), mi aspettavo grandi cose dal primo full degli Autopsy in sedici anni e il fatto che questo Macabre Eternal non mi abbia smentito mi fa venir voglia di sacrificare il cane del portiere a Cthulhu dalla gioia. Stiamo parlando di una band enorme che scrisse la storia del metal estremo con un paio di album (se, per vostra somma sventura, non avete mai ascoltato quelle immortali pietre miliari che sono Severed Survival e Mental Funeral smettete immediatamente di leggere e procurateveli) e il cui contributo alla storia del death metal, sia di scuola americana che svedese, è qualcosa di incalcolabile. Chris Reifert (ovvero, per chi abbia – shame on him – bisogno di ripassi, l’uomo che suonò la batteria su Scream Bloody Gore)  è una delle persone senza le quali la musica estrema non sarebbe come la conosciamo oggi e trovarci di fronte, nell’Anno Bastardi 2011, a un’inattesa prova di forza come questo disco è un qualcosa che ti fa ringraziare Satana di essere metallaro.

canto del cigno

Ho già accennato a ciò che penso dello scioglimento degli Abscess e dell’immediatamente successiva reunion degli Autopsy. L’anno scorso, subito dopo la release di Dawn Of Inhumanity, Clint Bower mollò per motivi personali. Che avrebbero dovuto fare Reifert e Danny Coralles (portatisi dietro Joe Allen al basso e recuperato Eric Cutler alla chitarra), soprattutto alla luce del forte interesse che si era ricreato intorno al vecchio culto in occasione della registrazione di due inediti per la ristampa di Severed Survival? Posto che, venuto meno un elemento portante del gruppo, la conseguente resurrezione degli Autopsy ha avuto pure una sua logica artistica, credo che nessuno sia autorizzato a dare lezioni di coerenza a gente che fino a quel momento aveva portato avanti un discorso musicale autenticamente libero, anarchico e orgogliosamente attaccato alle radici del genere che loro stessi avevano contribuito a fondare (non solo dal punto di vista stilistico ma anche da quello filosofico e attitudinale) quando la stampa specializzata e buona parte del pubblico guardavano altrove e giudicavano ogni prodotto targato Abscess con sufficienza, quando non con scherno. Alla fine la cosa fondamentale è che, comunque la si veda, gli Autopsy del terzo millennio hanno parecchio da dire. Macabre Eternal è inattaccabile per lo stesso motivo per il quale lo sono i dischi di Ac/Dc e Motorhead. Questa roba l’hanno inventata loro e sanno ancora farla meglio di chiunque altro, discorso chiuso.

“Noi gridavamo cose giuste e ora siamo degli splendidi quarantenni”

Del crudo minimalismo grind di Acts Of The Unspeakable e di quel consapevole suicidio artistico che fu Shitfun non vi sono tracce. Oltre un’ora di durata per brani rifiniti al cesello, dove l’identità dell’Autopsy sound, pur immutata, viene riletta, come è naturale che sia, in un’ottica più matura. Laddove il precedente ep era un (eccellente) recupero filologico del passato, giusto per far capire chi comanda, qua una sorta di evoluzione c’è stata. Gli arrangiamenti sono sorprendentemente raffinati per un suono così marcio e ancestrale: in Bridge Of Bones fanno capolino delle chitarre acustiche, Sadistic Gratification è una suite della putrefazione che supera gli undici minuti. E permane tuttavia una decisa componente hardcore nei brani più aggressivi, come l’opener Hand Of Darkness e la putrida Dirty Gore Whore. Chitarre taglienti come lame arrugginite che prima ti lacerano la carne e poi ti infettano col tetano, il pulsare inarrestabile di una sezione ritmica efficiente e spietata come il boia che sa fare bene il suo mestiere, il rantolo gutturale e sgraziato di Reifert che ci ricorda che qualunque cosa facciamo moriremo lo stesso. A farla da padrone è però la componente più doom e catacombale, dove un’inedita vena melodica costruisce riff inesorabili e avvincenti che conducono lugubri marce funebri come Seeds Of The Doomed e Sewn Into One. Lo ripeto, dopo The Tomb Within mi aspettavo un buon disco ma qua siamo di fronte a un fottuto miracolo, un’insperata affermazione di supremazia come fu, a suo tempo, Monotheist dei Celtic Frost. Mi viene da pensare che siano stati proprio i tanti anni di fiero e volontario autoesilio underground che hanno permesso a questi musicisti, mentre tutto intorno a loro cambiava, di non dimenticarsi mai chi erano e cosa avevano creato per poi tornare oggi a insegnarlo al mondo. Disco dell’anno provvisorio, per quanto mi riguarda. (Ciccio Russo)

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