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AUTOPSY – The Headless Ritual (Peaceville)

15 luglio 2013

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERALuca Bonetta – Una delle mie più salde convinzioni in ambito musicale riguarda la capacità di alcuni gruppi (pochissimi a dire il vero) di invecchiare con qualità, continuando a produrre, se non capolavori, album all’altezza del nome che portano. Gli Autopsy, manco a farlo apposta, sono parte di questa categoria. The Headless Ritual, secondo lp post-reunion, vede un ritorno in grande stile di quel death misto al doom che è da sempre marchio di fabbrica della band del sempiterno Chris Reifert. Ve ne parlai ai tempi dell’anteprima di Arch Cadaver (tra l’altro uno dei pezzi migliori del lotto) e vi posso confermare quanto subodorato allora: The Headless Ritual è un album con i controcazzi, ferale, marcio dentro e al tempo stesso atmosferico in un modo tutto suo, a tratti struggente, con quell’alternanza di botte old school e passaggi doom da spaccarsi tutte le vertebre cervicali in una volta sola (e, in sostanza, ogni disco prodotto dagli Autopsy fino ad oggi – a parte Shitfun, s’intende – è riassumibile in queste poche righe). Per quanto mi riguarda, uno dei dischi dell’anno. Forse non sarà memorabile come Mental Funeral, non avrà l’impatto storico di Severed Survival, ma se anche solo metà del mercato discografico death metal dei giorni nostri comprendesse lavori come questo non sarei poi tanto scazzato dalla saturazione della scena.

Ciccio Russo – Macabre Eternal era il disco con il quale gli Autopsy dovevano dimostrare tutto. Ne era venuto quindi fuori un lavoro rifinito in ogni dettaglio, con soluzioni e arrangiamenti inaspettatamente raffinati per musicisti che fino a un anno prima avevano portato avanti il verbo ostico e intransigente degli Abscess. The Headless Ritual sta al suo predecessore un po’ come The Devil Put Dinosaurs Here degli Alice In Chains sta a Black Gives Way To Blue. Non gode dello stesso effetto sorpresa, ha un profilo più basso, scorre più rilassato. Nè potrebbe essere altrimenti: questa è gente che ha rinunciato a campare di musica quasi vent’anni fa (si pensi alla sporadicità delle loro apparizioni live attuali) e continua a suonare soprattutto per autogratificazione. E a un gruppo dall’importanza storica così spropositata non si può chiedere altro che continuare a essere se stesso nel miglior modo possibile. Da questo punto di vista, The Headless Ritual difficilmente potrà deludere i fan. I pezzi sono più secchi e minimali (ci sono pure un paio di brani di due minuti come ai tempi di Mental Funeral) e i diversi componenti dell’Autopsy sound ne escono snudati: le parti pestone più motorheadiane, gli svarioni anni ’80 più sbracati (Thorns And Ashes), l’animaccia doom più malsana e opprimente. E poi, dai, su When Hammer Meets Bone c’è pure il wah wah.

chrisreifertautopsyGianni Pini – Non so se avete presente Nunzio. Nunzio è un ragazzo pugliese che scrive su queste stesse pagine, ed è una persona molto posata e moderatamente razionale. Spesso io e Nunzio affrontiamo discussioni musicali davanti a una bionda (la birra, che avete capito), parlando dell’incommensurabilità degli Obituary o del fatto che gli Hüsker Dü siano una delle più grandi band della storia. Il Lamonaca è anche un abile creatore di neologismi e giuochi di parole, insomma un fine linguista che grazie a questa sua peculiarità riesce facilmente ad esprimere giudizi tanto lapidari quanto essenziali e concisi. Recentemente, durante un’impegnata discussione a proposito di Chris Reifert, il De Sanctis del grindcore si è espresso dicendo: nessuno in nessuna altra band può urlare in maniera così grottesca e rimanere comunque credibilissimo.

D’altronde la dedizione di Chris Reifert alla causa del death metal risale alle origini stesse del genere, dalle leggendarie registrazioni di Scream Bloody Gore, passando per i seminali capolavori scritti con gli Autopsy, fino alle avventure del nuovo millennio con gli Abscess. Nonostante l’enormità dei suoi meriti musicali, l’ultraquarantenne dall’irresistibile pelata è sempre stato uno degli eroi meno celebrati della vecchia guardia. Eppure il buon Christopher non ha mai mollato la presa e, dopo aver raccolto pochissimo in termini di consensi, ha deciso di ridare vita alla sua più nota creatura: The Tomb Within è un plebiscito, cinque tracce di una ferocia inaudita che mi convinsero l’anno successivo a preordinare con due settimane di anticipo Macabre Eternal, con cui provarono a portare avanti un discorso che, pur ancora ben radicato negli stilemi classici del genere, mostrava una precisa volontà di rinnovamento e maturazione. Laddove il suo predecessore assimilava e riprendeva la lezione degli Abscess, alternando veri e propri assalti hardcore a momenti acustici e più ragionati, The Headless Ritual risulta più pacato e meno viscerale, tutto giocato sulla fusione del classico sound lento e putrescente degli Autopsy con la componente più marcatamente doom del loro sound. Lo spettro dei Black Sabbath si agita nervosamente lungo tutto il disco, contribuendo alla varietà del materiale e prendendo il sopravvento in alcuni frangenti. La Iommi-mania che imperversa di recente viene fuori soprattutto in pezzi come Slaughter At Beast House, un esempio d’eccellenza su come dovrebbe aprirsi un buon disco death metal, ma anche in Coffin Crawlers, in cui la verve catacombale di certi vecchi Paradise Lost si affianca alle vocals di Reifert, marcissime come al solito, poco più che un rantolo bestiale. The Headless Ritual è denso di riferimenti classici, dal riffing che in certi momenti strizza l’occhio alla Bay Area (When Hammer Meets Bone), al solismo eroico di She Is a Funeral (uno dei migliori pezzi della storia della band californiana), passando per veri e propri inni epici, come la breve ma efficace Thorns And Ashes, il sottofondo ideale di un’immaginaria cerimonia in cui Chris Reifert, novello vate del death metal, viene portato in trionfo su un trono di ossa da una folla di capelloni ubriachi con la maglia dei Repulsion.

Al di là di ogni esagerazione, dovuta sicuramente all’infinito amore che nutro nei confronti di questa band, bisogna ammettere che non c’è niente di (troppo) nuovo sotto il sole, eppure la classe inarrivabile della vecchia scuola è lì che risplende di una nuova sinistra luce.

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