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A road to Valhalla: MANILLA ROAD – To Kill A King

20 settembre 2017

Questa estate penso di aver recuperato parecchi punti Valhalla. Come prima cosa mi sono lasciato convincere a leggere i libri del Trono di Spade, definitivamente deluso, come molti altri, dal livello di stupidità raggiunto dalla serie tv. E devo dire che è vero, i libri sono una cazzo di droga. Come seconda cosa ho deciso che la colonna sonora di quest’estate sarebbe stata l’intera discografia dei Manilla Road e penso che non esista sottofondo musicale migliore per una lettura di siffatta importanza. E anche qui, amici cari e devoti, sappiate che i dischi dei Manilla Road sono una droga da cui non si esce facilmente (e infatti ci sono ancora invischiato). Poi, verso la fine delle ferie estive, è accaduta un’altra cosa che ha elevato me e il Bargone ad alfieri di Odino, un evento che ci ha provato nello spirito e nel fisico, che ci ha mangiato e ricacato più volte, da cui, però, ne siamo usciti più forti di prima e, soprattutto, ancora più vicini agli agognati saloni che ospitano gli eroici guerrieri morti in battaglia. Questo evento si è svolto in Germania e non sta a me raccontarvi di cosa si tratti, ma sappiate che mi ci sono volute circa 30 ore di viaggio per andare e tornare.

Probabilmente, senza il sostegno morale dei Manilla Road a darmi la giusta motivazione per tirare diritto non starei qui a raccontarvi delle mie vicende terrene, ma mi sarei accasciato da qualche parte su una autostrada tetesca ad attendere la fine e oggi qualcuno dei miei debosciati colleghi avrebbe scritto un coccodrillo, sicuramente pieno di insulti e storielle imbarazzanti per infangare quel poco di onore che ancora mi resta. Ma tutto questo non è accaduto, miei eroici lettori. Quindi morte a tutti coloro che non credono nel potere salvifico del vero metallo. Detto questo, veniamo al punto. Inquadrato To Kill a King nell’enorme storia discografica dei suoi padri, mi sono venute tre osservazioni immediate.

La prima è di gusto: To Kill a King è il secondo miglior disco del post-reunion, in una classifica che vede sicuramente la presenza di Voyager e Playground of the Damned, e la title-track rientra nelle 10 canzoni più belle che abbiano mai scritto.

La seconda osservazione riguarda la presunta difficoltà di lettura di ogni album dei Manilla Road: posto che adesso mi appaiono più evidenti le differenze tra uno e l’altro (parliamo di piccolissime cose che risultano enormi agli occhi di un fan – e sì, non aspettatevi alcuna obiettività), To Kill a King si va ad inserire in quel filone ‘manillaroadiano’ di album ideati e concepiti per essere senza tempo, cioè ancor più in linea con le sue tematiche fantasy, e dunque totalmente aderente al canone epic doom primigenio, più vicino al concetto di metallo in quanto fede e stile di vita che non in quanto genere musicale. Non ci sono lazzi e fantasie, nessuna concessione all’innovazione (concetto di base estraneo a Shelton) o all’interpretazione: ciò che conta è solo il metallo e la sua forza narrativa, purificatrice e liberatoria. Per questo ed altri motivi qua dentro i Manilla Road sono considerati più uno stato della mente che un gruppo ‘n’ da recensire, tipo i Manowar, e personalmente è grazie a cose come queste che sono ancora avvinto al Metallo.

La terza osservazione vuole vagamente entrare nel merito del disco e di come è stato realizzato: riff e assoli, assoli e riff, To Kill a King è l’album delle chitarre, dove tutto ruota intorno alle chitarre e dove sono le chitarre a raccontare la storia. C’è una quantità di assoli e riff che potrebbero uscirci altri due dischi, ma per questo motivo non risulta affatto un album più complesso rispetto agli altri, anzi, a me è apparso addirittura discorsivo, naturale e primitivo. Invito caldamente tutti a lasciar perdere qualsiasi cosa stiate facendo e a fiondarvi sulla discografia intera dei Manilla Road. Sarà un viaggio epico. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. Ste84 permalink
    22 settembre 2017 19:44

    A me i Manilla Road mi fanno proprio commuovere da lacrime agli occhi, non so come spiegarlo, un’emozione che ti prende allo stomaco, di orgoglio e fierezza assoluta di essere metallaro.

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  2. 29 settembre 2017 13:58

    Concordo completamente con te Charles. Non so cosa sia successo visto che i precedenti due lavori non erano un granché, ma sto disco è bello grosso e ruvido ed insieme ai White Skull si attesta tranquillamente tra le migliori uscite epic del 2017 (ti segnalo pure quello dei Forsaken che deve uscire, però lì siamo più in territori heavy/doom).

    Per restare in tema segnalo di aver spottato Trainspotting al Metalitalia Festival che si è portato a casa Crystal Logic: Mark Shelton uber alles.

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