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Brevi recensioni alla cazzo di cane: GALNERYUS, ARGUS, SUNBURST

7 dicembre 2017

GALNERYUS – Ultimate Sacrifice

Una fotocopia un po’ meno riuscita del lavoro precedente, di cui vi avevo già scritto nel 2016. È che facendo uscire un disco all’anno, come detto varie volte, è difficile che un gruppo riesca a bissare la qualità del lavoro precedente, ed anche in questo caso non ci andiamo neanche lontanamente vicino: se non ci fosse stato Under The Force Of Courage un anno fa, questo Ultimate Sacrifice sarebbe stato non dico un capolavoro, ma un disco molto, molto buono: però, di fatto, così non è. Ultimate Sacrifice è gradevole, posto che vi piaccia il genere ovviamente. Ci sono la solita intro, i soliti due pezzi sparati uno dietro l’altro, la suite di almeno quindici minuti in chiusura e tutto il resto come da copione, solo meno bello del copione precedente. Presenti anche quei titoli allucinanti tipici di ‘sti dischi giapponegri tipo Rising Infuriation, oppure Brutal Spiral of Emotions, che boh?, saranno traslitterazioni dal giapponese, però è tutto molto meno vivido di quanto fatto appena dodici mesi fa. Comunque Wherever You Are, una di quelle canzoni che hanno senso più per la madrepatria giapponegra che non per l’estero, nonostante tutto è molto carina. Vedete voi.

ARGUS – From Fields of Fire

Quello che francamente mi sfugge di ‘sti cantanti epic metal americani è come mai non sentano un cazzo di niente né loro, né il resto del gruppo né men che meno quelli a cui sto genere piace. Allora, posto che a me ‘sto Fields Of Fire non è poi troppo dispiaciuto e anzi in qualche passaggio mi è piaciuto proprio, quello che non posso fare a meno di notare è quanto il cantante, tal Butch Balich, sia sgraziatissimo. Peraltro anche meno di certi suoi colleghi d’oltreoceano, tipo Harry Conklin dei Jag Panzer, Michael Grant degli Onward (pace all’anima sua ma sembrava veramente un robot cantante, un Commodore Vic 20 con un microfono davanti), oppure Mark Shelton dei Manilla Road, che cantava di merda tanto nel 1984 quanto adesso (con tutto che per carità mi sta simpaticissimo, ma non è quello il punto). Che poi questa è tutta gente che negli anni giovanili si è più o meno ispirata a Bruce Dickinson, il quale ovviamente era su tutt’altro livello, se non altro PROPRIO per l’intonazione. Embè?  Cosa hanno imparato? Niente. Buona estensione, quando pure è il caso, ma orecchio zero. Vabbè. Comunque ‘sto disco non è male, dategli un ascolto.

SUNBURST – Fragments of Creation

Questo cd è dell’anno scorso ma a me non frega niente, visto che queste sono proprio recensioni alla cazzo di cane (come se le altre non lo fossero, ma comunque), ancorché brevi. Se come me nel 2016 avete avuto la sventura di perdervi questo lavoro, fatevi un favore e recuperatelo, perché vale veramente la pena. Vi dirò: il fatto che dalla Grecia sia venuto fuori un disco così buono è un mezzo miracolo, posto anche che, tra una tortorata e l’altra, la nostra amatissima UE avrà imposto agli ellenici di rinominare Gus qualsiasi chitarrista venga dal loro Paese: questo che suona con i Sunburst si chiama Gus Drax ed è, per i miei gusti ovviamente, anche meglio del più noto Gus G che ha le stesse origini. Non so, sarà forse che ha suonato pure su Pangea dei tedeschi Paradox, disco che adoro follemente, sarà quel che sarà, ma per quanto mi sia capitato in passato di apprezzare abbastanza quanto fatto da Gus G, questo altro Drax (‘sti nomignoli non si possono leggere, comunque) per me ha molto più gusto, e in generale suona meglio. Il genere proposto è una sorta di power-prog un po’ ricchione ma decisamente riuscito; immaginatevi i Kamelot con meno fronzoli sinfonici e preponderanza di chitarre, ed avrete più o meno il quadro di come suonino i Sunburst. Non c’è un pezzo dove la tensione cali, di fatto tutto il disco è riuscitissimo, dalla prima all’ultima nota. Buona parte del merito comunque è del cantante, tal Vasilis Georgiou, una sorta di dotatissimo clone di Roy Khan, intonato (lui sì) ed estremamente espressivo. Recuperatelo prima di subito o morite male. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. 7 dicembre 2017 10:47

    Curioso fenomeno, questo dei cantanti americani. Alla lista aggiungerei anche James Rivera.
    Non male i greci, ma quelli che suonano con più di sei (chitarra) e quattro (basso) corde perdono già in partenza.

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  2. Ste84 permalink
    7 dicembre 2017 14:10

    A me invece il cantato “sgraziato” di questi americani piace tantissimo e trovo che si adatti meglio al genere epic di un clone-Dickinson qualunque. Se penso a gruppi come Omen, Cirith Ungol e Manilla Road non riuscirei a immaginarmeli con voci diverse, per me sono perfetti così, nella loro imperfezione. Lascio volentieri le voci super pulite, super tecniche e super perfette al power e affini (che pure apprezzo), mentre l’epic old school lo vedo meglio più sgrezzo e “sincero”.

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