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FIREWIND – Immortals

6 marzo 2017

Pensavo peggio. Non che i Firewind non mi piacciano o che, però in ogni album che hanno inciso ci sono, boh?, un due-tre pezzi che mi piacciono parecchio ed i restanti che mi lasciano freddino. Per me è come se avessero inciso un singolo disco eccellente spalmato su enne lavori in quindici anni (il primo cd è del duemiladue): prima o poi mi farò una compilation.

Comunque questo Immortals non è affatto male. Lo stile è marcatamente Firewind, e quindi Gus G dalla prima all’ultima nota, anche se in questo disco hanno premuto un po’ sull’acceleratore e c’è qualche frangente un po’ più veloce che in passato, cosa che aggiunge quel pizzico di varietà che magari nei passati lavori era mancata. Perché poi il problema qual è? È che cambiano i comprimari ma, se le canzoni le scrive sempre una ed un’unica persona, lo stile è quello per forza di cose, e alla lunga diventa un  limite. Prendete, che ne so, Malmsteen, tanto per rimanere in tema di chitarristi: lui è finito malissimo perché di dischi fotocopia ne ha fatti gozziliardi, dove però, come accade con le fotocopie vere e proprie, la qualità della copia perde via via di qualità più copia da copia si fanno. È inevitabile. E stiamo comunque parlando di Yngwie che in ogni caso – amici chitarristi mi riferisco in particolare a voi – se vi piscia addosso vi benedice, con tutto che è diventato quello che è diventato. 

Ora: Gus G non è evidentemente Yngwie. Né per capacità tecniche (soprattutto se contestualizziamo entrambi nel periodo storico di riferimento, cioè per uno seconda metà anni Ottanta, l’altro metà Duemila circa) né per capacità compositive. Azzecca due-tre pezzi buoni a lavoro e il resto è un po’ troppo monolitico, poco vario, meno ispirato diciamo. Non so, è come se le parti centrali dei dischi dei Firewind sembrino un agglomerato di tracce tutte più o meno simili dove è difficile non farsi prendere dallo sbadiglio compulsivo. Anche per quest’ultimo Immortals è così, pure se in maniera meno evidente che in passato, insomma si sbadiglia un po’ meno. Ovviamente i pezzi migliori rimangono alle estremità, quindi We Defy, Ode To Leonidas (con un’introduzione narrata immagino da Henning Basse – che sarebbe il nuovo cantante – che mi ha fatto pensare a un Leonida ciucco e pure biascicone. Insomma obiettivo epicità mancato. Poi vabbè, ho visto il video e mi sono definitivamente cagato addosso) e Rise From The Ashes. Peccato peraltro che la bonus track Vision Of Tomorrow non sia stata inserita a pieno titolo nel disco, scelta incomprensibile se consideriamo che è proprio uno dei pezzi migliori del lotto. Chi cazzo li capisce ‘sti greci, boh.

Per il resto, l’iniziale Hands Of Time già dal titolo ricorda gli Stratovarius più cioccolatai, Back On The Throne non si regge, la ballata Lady Of 1000 Sorrows era meglio se non l’avessero mai incisa e insomma. Si salva un po’ Live And Die By The Sword, ma giusto per la prestazione di Henning Basse, ottima per tutto il disco. Poi dice che un cantante non fa primavera. Vabbè, per tirare le somme questo Immortals è meglio di un sacco di altra merda ma si porta dietro parte dei difetti atavici dei Firewind, quindi se già vi piaciucchiano Immortals vi piacerà parecchio, se vi fanno cagare, beh, vi farà cagare un po’ meno. Se poi siete dei fulminati ed impazzite per 300 e per gli addominali scolpiti, finirete ad ammazzarvi di seghe col video qui in basso. Fine. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    7 marzo 2017 08:14

    Per Satana, ma è ubriaco marcio, hai ragione.

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  2. 7 marzo 2017 23:18

    Oh ma il cantante è il tipo dei Metalium che mo è irriconoscibile! bel pezzo però… a parte gli spartani con la panza e la barba finta senza l’apertura per la bocca!!

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