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Avere vent’anni: STRATOVARIUS – Episode

30 luglio 2016

stratovarius-episode-front

Trainspotting: Episode passa da sempre per essere il miglior disco degli Stratovarius. I Finnici fecero il botto con Visions e Destiny, i due successivi, però chi li seguiva da prima non la finiva mai di rimarcare quanto Episode fosse migliore, più genuino, meno piacione, eccetera. In realtà non è proprio così, a mio umile quanto insindacabile piacere. Episode capita in un momento particolare degli Stratovarius, esattamente a cavallo delle due fasi principali del loro periodo d’oro: quella iniziale, più grossolana e ingenua, terminata col bellissimo Fourth Dimension; e la seconda, quella della maturità, delle megaproduzioni scintillanti, dei barocchismi e del songwriting chirurgico, che arriva diciamo fino a Infinite – e quello che sono diventati dopo lo omettiamo per spirito di cristiana misericordia. Episode sta in mezzo: non è ingenuo come i primi né roboticamente perfetto come gli ultimi. È frutto di una band che stava iniziando a capire dove voleva andare a parare, ma ancora non aveva capito bene come farlo. Non è solo una questione di suono, anch’esso a metà del guado tra le due epoche, quanto di composizione e di sentimento. Per mutare pelle, e completare un percorso percepito come crescita umana e stilistica, gli Stratovarius stavano perdendo lo spleen disperato che li aveva caratterizzati sin dagli inizi. Forever, posta in chiusura, ne è l’ultimo malinconico respiro; parimenti, una Season of Change non sarebbe mai potuta essere sui dischi posteriori, anche per quel testo devastante che sembra scritto da un vecchio pieno di rimpianti. Al contrario Speed of Light è un gioiellino da antologia del power metal che anticipa pienamente le sparate degli album successivi; e così Father Time è più accostabile, come stile e come spirito, alle varie bordate da finestrino abbassato Black Diamond, SOS e Hunting High and Low piuttosto che ad Against The Wind, Chasing Shadows o Twilight Time. Dopo dieci anni Tolkki avrebbe avuto un pauroso crollo psichico, da cui, pare, non si sia mai ripreso completamente: a posteriori, il cambio di attitudine iniziato con questo disco poteva essere una spia rivelatrice del suo discendere la china. Riascoltare Episode adesso, cercando di reinterpretarlo da quest’ulteriore punto di vista, aggiunge altre sfumature ad un album che rimane comunque uno dei più importanti della storia del power metal continentale.

Cesare Carrozzi: Ho amato questo disco alla follia, ed è di gran lunga quello che preferisco del secondo corso degli Stratovarius, cioè quello con Kotipelto alla voce, Johansson alle tastiere e Jorg Michael alla batteria: la formazione storica, diciamo. Non che Visions sia male, anzi, è un discone pure quello. In realtà, per quanto mi riguarda, il relativamente lento declino degli Stratovarius è iniziato dalla seconda metà di Infinite in poi, ma proprio fino a Visions non hanno mai sbagliato un colpo, con l’apice in Episode, l’immaginario trait d’union tra la malinconia di Dreamspace e quel miscuglio di Helloween e Malmsteen che sono diventati più tardi.  A fare il salto di qualità Timo Tolkki aveva già provato con il precedente The Fourth Dimension e con l’innesto di Timo Kotipelto (che in vacanza di Michael Kiske, col tempo, ne ha poi raccolto l’eredità come archetipo del cantante castrone power metal). L’operazione gli era quasi riuscita, dove il quasi si riferisce non tanto alla qualità dei pezzi, comunque ottima, ma alla prestazione di Tuomo Lassila e Antii Ikonen, rispettivamente batteria e tastiere, non adeguata alla direzione che Tolkki aveva in mente per il gruppo. Alla lunga distanza la cosa gli si ritorcerà contro, sicuramente per quanto riguarda la sostituzione di Ikonen. Su Episode, comunque, il risultato del rimpasto fu esplosivo. Perché? Perché, fresco ancora dei dischi precedenti (fantastici, Dreamspace su tutti) e rinvigorito dalle potenzialità dei nuovi elementi nella formazione, finalmente in grado di assecondarne le velleità tecniche, vent’anni fa Timo Tolkki tirò fuori dal cilindro quello che per me rimane il vero capolavoro degli Stratovarius, capace di coniugare l’intimismo crepuscolare del Tolkki più pessimista con quelle esplosioni di potenza, velocità e scale minori appresso al clavicembalo di Johansson che tanto mi piacevano (e mi piacciono ancora), con il non trascurabile pregio della voce a palle strizzate di Timo Kotipelto a svettare sul tutto. Un disco di pezzi fantastici, da Father Time a Night Time Eclipse, da Will The Sun RiseSeason Of Change tutto stupendo, con l’unica eccezione di Uncertainty, primo tentativo di composizione di Kotipelto, non riuscitissimo seppur gradevole, tutto sommato. Non si ripeteranno più a ‘sti livelli. Per carità, come ho scritto, Visions è un gran bel disco ma questo qui è su un gradino più alto. Poi sono gusti, chiaro. Anche se una Season Of Change su Visions non c’è. Eh no.

6 commenti leave one →
  1. 31 luglio 2016 12:55

    Pistola alla tempia scelgo Visions, ma si tratta comunque di capolavori. Che anni!

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