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Avere vent’anni: LABYRINTH – No Limits

30 novembre 2016

A metà anni novanta, noi italiani ci mettemmo in testa di dover dire la nostra nel trend del power metal che scuoteva tutta l’Europa, eclissando ogni altro sottogenere metallico o quasi. Erano gli anni della rinascita degli Helloween, dell’esplosione di Gamma Ray, Stratovarius, Blind Guardian, Angra, Kamelot e compagnia bella. Magari i più anzianotti di voi se lo ricorderanno; gli altri sappiano che praticamente non si parlava d’altro o quasi, su ogni rivista specializzata un mese sì e l’altro pure la copertina era dedicata a qualcuno di ‘sti gruppi, e molti di quelli che all’epoca avevano vent’anni o poco più ci rimasero sotto, che è poi quello che capitò a me, tanto per dire. A vent’anni stavo dietro a cd, recensioni, interviste e quant’altro; la stragrande maggioranza di quello che ascoltavo era power metal, o prog metal, o guitar heroes, o varie combinazioni delle precedenti (nel 1992 era inoltre uscito Images And Words e nel 1997 uscirà The Divine Wings Of Tragedy, e se non sapete di cosa accidenti sto parlando chiudete tutto e buttatevi in un pozzo). Col tempo la passione per quel certo tipo di sonorità è rimasta, affiancata magari da altre, ma sempre presente in ogni caso. D’altra parte un Somewhere Out In Space tanto era un capolavoro nel 1997 quanto lo è oggi, anche, se non soprattutto, in prospettiva.

E insomma, a un certo punto in Italia si sentì l’esigenza di dire qualcosa in merito. Ora, in generale la ‘scena’ metal italiana non è che mai abbia brillato particolarmente di luce propria. Effettivamente faccio pure fatica a definirla ‘scena’ , che tranne qualcosina noialtri abbiamo sempre contato quanto un due di coppe a briscola, anche se amiamo raccontarcela diversamente, probabilmente per quella stessa forma di provincialismo in virtù della quale noialtri si sia convinti che dall’esito, chessò, delle nostre personalissime politiche nazionali dipendano gli equilibri geopolitici del sistema solare o che tutto il mondo ci guardi per qualsiasi cosa, manco fossimo l’unico, vero faro di sailcazzo, sia nel bene che nel male.  Vi ferirà mortalmente, cari compatrioti miei, ma la verità temo sia ben diversa. I Labyrinth, dicevamo.

La Toscana per quanto ne so, è terra di fregna (sempre opportuna), di  lampredotto, di Pacciani, di compagni di merende, di diversamente comunisti, di grulli assortiti nonché di quell’assurda dicotomia per la quale il metal lì o è brutal/death/stupramadonne oppure heavy/power/prog/benpocoetero, senza praticamente null’altro in mezzo (tranne qualche lodevole eccezione tipo i Domine). O una cosa o l’altra. Da quest’ultimo lato, quello poco etero, spuntarono fuori i Labyrinth con questo No Limits che, nelle intenzioni, voleva portare un minimo di novità nel genere unendo solide basi power/speed a  melodie di derivazione techno/house, grazie ad un certo uso delle tastiere. resize-berlinguer-ti-voglio-bene-3

Ci riuscirono? Bè, No Limits all’epoca mi piacque abbastanza ed ebbe anche un buon riscontro a livello commerciale. L’idea di mixare il power metal con la techno non è che fosse ‘sto granché ed è rimasta fortunatamente limitata ad un paio di brani (tra i quali la strumentale Vertigo con Fabio Lione che mima i vocalist da discoteca, porca puttana), per il resto si tratta di buoni pezzi, anche veloci, che si distaccano dalle sonorità di derivazione Stratovarius (o Malmsteen, se vogliamo), con una produzione un po’ così ma ottimi spunti, vedi canzoni tipo Piece Of Time, In The Shade, la stessa No Limits o l’iniziale Mortal Sin.

I Labyrinth daranno il meglio nel successivo Return To Heaven Denied ma questo No Limits rimane comunque gradevole, anche se ovviamente piuttosto sotto la concorrenza mitteleuropea dello stesso periodo, pur distinguendosene per originalità. L’unico, vero difetto di ‘sto disco, e anche dei successivi, rimangono gli pseudonimi dei membri del gruppo, una roba da fucilarli senza possibilità di appello, salvando tutt’al più Lione perché se non altro ne ha scelto uno italiano decente. Frank Andiver, Olaf Thorsen, Anders Rain, Ken Taylor, Chris Breeze: ragazzi cari, sappiate che andreste passati per le armi, ora per allora, e senza appello alcuno. Li mortacci vostri. (Cesare Carrozzi)

3 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    30 novembre 2016 22:00

    c’era la underground symphony che all’epoca spaccava parecchio come label power metal.
    sto disco è culto fosse solo per i pezzi trance metal. Anni prima dei blood stain child, per dirne una…

    Liked by 1 persona

  2. bonzo1979 permalink
    1 dicembre 2016 09:26

    disco carino al netto degli pseudonimi :D

    effettivamente è l’album dopo quello che spacca di brutto

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  3. 2 dicembre 2016 18:49

    “salvando tutt’al più Lione perché se non altro ne ha scelto uno italiano decente”

    se faceva chiamare Joe Terry… manco un pornattore della centoxcento col parrucchino…

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