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Avere 20 anni: ANGRA – Holy Land

30 marzo 2016

Questo disco è uscito contemporaneamente a Roots, e da qui si potrebbe partire per un punto di vista sulla questione. Entrambi sono opera di gruppi brasiliani che, con questi due album, hanno cercato di meticciare il proprio stile con sonorità legate alla terra natìa; certo Sepultura e Angra sono ascrivibili a generi molto diversi, e avevano alle spalle percorsi differenti: gli uni venivano da cinque dischi che li avevano resi famosi in tutto il mondo, gli altri avevano prodotto fino ad allora solamente un debutto di power metal zumpappà passato più o meno sotto silenzio. Per il resto, però, sia Roots che Holy Land sono concettualmente atti d’amore verso il proprio Paese, anche se, come vedremo, non verso la stessa Nazione.

A parte le diversità formali e contingenti, penso però che la differenza sostanziale sia che Holy Land è uscito bene, Roots no. Certo, quest’ultimo è uno dei dischi più influenti del decennio successivo, ha anticipato parecchie cose e altre le ha canonizzate assimilandole al retroterra death metal degli autori, che erano uno dei gruppi più famosi – e migliori – mai esistiti nell’ambito del metal. Invece Holy Land, pur essendo unanimemente considerato un capolavoro inarrivabile dagli ascoltatori di power metal, non ha mai – né avrebbe mai potuto – oltrepassare i confini del genere stesso. Però riascoltateli entrambi adesso e ditemi voi. E peraltro credo che alla fine dell’articolo non potrete non darmi ragione. Uno è invecchiato paurosamente, puzza di polvere, muffa e umidità, e fa quasi tenerezza, se non proprio fastidio; l’altro non solo non ha ceduto neanche di un millimetro, ma acquista nuove sfumature ad ogni ascolto. A risentire adesso quella simpatica canzoncina di Roots Bloody Roots quasi mi vergogno per quanto mi piacesse vent’anni fa (e per quanto l’ho fatta sentire ai miei compagni di scuola. A proposito: Laura, se leggi queste mie righe, ti chiedo sinceramente scusa); se rimetto nello stereo Nothing To Say non mi riesco a capacitare di che razza di gruppo fossero gli Angra e di che cosa meravigliosa fossero riusciti a fare con questo disco. Basti vedere comunque le loro carriere successive: i Sepultura hanno fatto la fine peggiore che potessero fare, con in più pure l’umiliazione di Igor Cavalera che a un certo punto li molla per andare dietro a quel punkabbestia puzzolente di suo fratello, famoso soprattutto per aver creato il gruppo più brutto e scemo degli ultimi cinquant’anni; gli Angra non si sono mai più ripetuti a questi livelli, vero, ma sono sempre rimasti una band dignitosissima. 

C’è anche un’altra, sostanziale differenza: l’immaginario di riferimento per celebrare il Brasile. I Sepultura si ispirarono agli indios dell’Amazzonia, alla capoeira, ai bonghetti e ai funghi allucinogeni usati per entrare in contatto mistico con il potente dio amazzonico dal grosso membro di legno; gli Angra invece presero come riferimento i conquistatori europei, o al massimo l’ambientazione costiera del Brasile, il mare come inizio e fine di tutto, come passaggio tra passato e futuro e tra sé e il mondo. Capisco che l’immaginario indio fosse molto più trendy, politicamente corretto e di sicuro impatto non tanto tra i metallari ma tra tutta quella zona grigia di gente col dilatatore all’orecchio su cui infatti Roots fece subito presa; ma seriamente: che cazzo c’entra Andreas Kisser con gli indios brasiliani? E anche i Cavalera, che magari un sedicesimo di sangue meticcio pure ce l’avevano, non si sentivano ridicoli a pitturarsi la faccia e suonare i bonghetti mezzi nudi in mezzo alla foresta? Alexandre Dumas aveva una nonna creola, ma non è che mettesse i suonatori di maracas nei romanzi per rivendicare le sue origini caraibiche. Perché non è che la nazionalità dipenda da una pratica burocratica andata a buon fine, è una cosa un filino più complessa di così, altrimenti facciamo come quelli che dicono che Salah Abdeslam è fiammingo perché è nato a Bruxelles; oppure come se uno di quei tamarri depilati del Nord che infestano le mie zone d’estate si dichiarasse salentino e prendesse a fare concept album in dialetto gallipolino sulle mangiate di ricci di mare sugli scogli il pomeriggio alla Montagna Spaccata. È un parallelismo che tra l’altro calza a pennello perché di sicuro sarebbe più trendy e di sicura presa fare finta di vivere nel parco dei divertimenti che la gente pensa sia il Salento che dire di essere cresciuti in mezzo ai capannoni. Ma se uno è effettivamente nato in mezzo ai capannoni, che senso ha fare finta di essere stato concepito a Casarano? E così: Max Cavalera, tu che peraltro porti un cognome che in Salento è molto comune, non ti sentivi un po’ coglione a travestirti da indio e suonare i bonghi nella foresta? Se proprio volevi suonare i bonghi, potevi sempre farti crescere i dreadlocks e suonare reggae in qualche masseria qua vicino. Magari incontravi pure qualche tuo zio, che ne sai.

Invece gli Angra, da questo punto di vista, non avevano simili contraddizioni. Erano bianchi europei trapiantati in Brasile, e raccontando delle proprie origini non inventavano fantomatiche linee di discendenza indigene, ma parlavano dei propri antenati colonizzatori o, più semplicemente, del Brasile dal loro punto di vista, per come loro lo avevano sempre visto, vissuto e conosciuto. È una questione di prospettiva, già dal titolo: dando per assunto che entrambi i titoli si riferiscano al Brasile, Roots mantiene una prospettiva interna, peraltro anche da un punto di vista geografico: l’ambientazione è sempre proiettata verso l’interno, verso l’Amazzonia, e musicalmente la sensazione prevalente è la claustrofobia, la primordialità, la nevrosi, come se la foresta rappresentasse il cuore di tenebra dell’animo umano; Holy Land, con in copertina un mappamondo puntato sul Sudamerica, tradisce nel titolo e nella stessa copertina una prospettiva esterna, che pone il Brasile come parte di un tutto molto più ampio, con sempre l’occhio puntato verso il mare, che da quel tutto lo divide; il mare che scroscia e dà il ritmo alle ballate, che è solcato da navi di avventurieri portoghesi col loro carico di sogni, di speranze e di spirito d’avventura, il mare che riempie il cuore e verso cui si è attirati per ritornare idealmente alle proprie vere origini, minacciate dalla cupa Amazzonia alle spalle.

Holy Land si apre con un componimento sacro di Pierluigi da Palestrina e prosegue con Nothing To Say, una delle vette più eccelse mai raggiunte da un disco power metal. Perché questo è power metal: la linea di pensiero che lo definisce un disco progressive, per quanto possa avere tecnicamente ragione, è da rigettare semplicemente perché lo sminuisce. Se il power metal supera sé stesso, è giusto dargliene atto, senza implicitamente supporre che sia un genere inferiore o che so io; e gli Angra erano power nell’approccio, nel retroterra e nelle frequentazioni: la produzione qui è ad opera di Charlie Beuerfeind e Sascha Paeth, tipo i Mazinga e Goldrake delle produzioni power di quegli anni. Però l’unico pezzo davvero canonico è Z.I.T.O., una meravigliosa sparata in doppio pedale tutta da cantare a squarciagola col vento tra i capelli in cima a uno scoglio, mentre i bagnanti ti guardano male e ti indicano ai figli dicendo “studia o diventi come lui”. Invece è probabilmente Carolina IV il pezzo che ha fatto partire la brocca a molti su quella storia del prog metal, coi suoi dieci minuti di tutto e il contrario di tutto, e il suo uso dei teatrale dei cori e sperimentale delle strumentazioni e delle orchestrazioni. Queste ultime sono uno dei motivi principali per cui questo disco non è mai più stato replicato: è uno dei pochissimi dischi power di quegli anni, e probabilmente di sempre, in cui le orchestrazioni non suonino artificiali, o ingessate; anzi contribuiscono tantissimo alla malinconica ariosità dell’album, e ne costituiscono forse il tratto principale. Il disco è parecchio incentrato sulle ballad, anche se definire ballad pezzi come Lullaby for Lucifer o Deep Blue è davvero riduttivo; forse la più banale di tutte, Make Believe, venne scelta per il video: e del resto mettetevi nei panni di un discografico che si rende conto di avere una bomba simile per le mani e sa che l’unico modo perché la gente se ne accorga è tendergli una trappola con la ballatona strappamutande. Anche perché se avesse scelto un’altra canzone a caso la gente avrebbe pensato davvero che si trattasse di un disco prog.

Altra cosa da considerare: il boom del power metal di fine millennio, quello che riportò alla ribalta il genere dopo un decennio di oblio totale, all’epoca di Holy Land non era ancora cominciato. Furono proprio gli Angra, insieme probabilmente a Blind Guardian, Gamma Ray e Manowar, a prepararne il terreno e a ridare credibilità al genere. Quindi mi correggo: non è vero che Holy Land non ha influenzato nessuno: qualcuno l’ha influenzato. Certo, direte voi, ci ha portato ai Rhapsody e agli Iron Savior. E perché, scusate, Roots quali grandi geni del crimine ci ha regalato? Scacco al re.

13 commenti leave one →
  1. 30 marzo 2016 15:14

    Sacrosante veritá su Roots, non poi cosí capolavoro come sembrava all’epoca, Poi citi anche Casarano, il mio paese, che é deep Salento, li non c’é spazio per bonghi e dreadlocks colorati…

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  2. 30 marzo 2016 18:24

    Io continuo a preferire Angels Cry, che è più debitore alla musica classica e al power comunemente inteso, e quindi meno vario come influenze di Holy Land, ma i pezzi sono più incisivi. Comunque nessun dubbio che questo sia un discone-one-one, e concordo anche sul fatto che gli Angra non siano più riusciti a ripetersi su questi livelli, pur rimanendo un gruppo dignitosissimo.

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  3. sergente kabukiman permalink
    30 marzo 2016 18:34

    a tutto ciò aggiungo che conoscevo un tipo di cavallino che pensava seriamente d’essere parente dei fratelli cavalera visto che portava lo stesso cognome. chissà che fine ha fatto, magari è partito e li sta cercando nella foresta

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  4. analviolence permalink
    30 marzo 2016 18:56

    Scusa ma se mi metti da una parte i conquistadores e dall’altra Max Cavalera che scoreggia nella giungla sto tutta la vita col secondo.

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  5. Igor permalink
    30 marzo 2016 20:53

    Esegesi perfetta. All’epoca la cassetta di Holy Land’ si consumava mentre fischiettavo felice in auto, diretto verso locali dove poi mettevano ‘Roots’ ed io facevo smorfie tra il perplesso e l’imbarazzato, pensando: ‘ma cos’è successo? Questa è la band di Arise, per Satana!’

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  6. scioc permalink
    30 marzo 2016 21:04

    Trainspotting dice tutto in questo pezzone: nothing to say! Grazie per la nostalgia

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  7. fredrik permalink
    30 marzo 2016 22:10

    anche a me piacque di più Angels cry, meno ambizioso, meno canonico ma più in linea con i miei gusti dell’epoca. devo rivalutare holy land, saranno anni che non lo riascolto…

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  8. Supermariolino permalink
    30 marzo 2016 22:16

    Dumas e i suonatori di maracas… Ha ha ha!!!!!

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  9. Pepato permalink
    31 marzo 2016 18:10

    Secondo me questa volta, per una volta, hai cannato il pezzo. A parte il fatto che se per parlare del capolavoro degli Angra devi parlare male dei Sepultura per più di metà dell’articolo vuol dire che qualcosa non funziona …. ;)
    Secondo me il discorso che fai sul prog non è corretto: per quanto ti possa stare sulle palle il prog, questo disco è progressive da tutte le parti in cui lo guardi. Le fusioni strumentali tradizionali, la ballata d’organo seguita da quella acustica, la ritmica di Shaman, il folk di Holy Land, la struttura della meravigliosa Silence and Distance… alla fine di pezzi puramente power metal a mio avviso ce ne sono solo 3: Nothing to Say, Carolina e ZITO. E’ vero che culturalmente e come approccio questo album, come quello precedente, è figlio degli Helloween al 100%, ma secondo me parlare di prog è perfettamente opportuno.
    Poi il mio preferito resta l’hard rock di Fireworks, ma lì sono io che son strano…

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  10. Vanni Fucci permalink
    31 marzo 2016 22:28

    Per me in realtà Temple of Shadows non ha molto da invidiare a Holy Land, peccato che Falaschi sia un po’ irritante.
    Comunque Angels Cry sarà “power metal zumpappà”, ma si distingue comunque. Alcune parti strumentali, come quella di Never Understand, sono assurdamente belle.

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