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ANGRA – Aqua (SPV)

25 ottobre 2010

Alla fine degli anni novanta gli Angra erano percepiti come un qualcosa a sé stante nell’ambito del power metal, una specie di fascinosa variante esotica dello stesso: la provenienza sudamericana, come nel caso di altri bizzosi interpreti del proprio genere (qualunque fosse: Sepultura, Puya, Laberinto, Brujeria…), dava alla band un punto di vista diverso da cui vedere la questione, sicuramente esterno rispetto a un analogo gruppo svedese o americano. In realtà gli Angra vivono di rendita su questa reputazione guadagnata all’epoca di Holy Land, unico vero album davvero sperimentale dei nostri. Difatti già dal successivo Fireworks rientrarono rapidamente nei ranghi, come per cercare un solido equilibrio tra il purissimo power helloweeniano del primo disco e i tribalismi del secondo. Era un obiettivo non troppo pretenzioso, e difatti si può dire che ci siano riusciti, e senza neanche sforzarsi troppo. Incidenti di percorso ne sono capitati: non dev’essere stata semplice da superare la defezione di massa all’indomani dell’uscita di Fireworks, con bassista e tastierista al seguito del capriccioso Andre Matos negli Shaman e i due chitarristi da soli a ricostruire dalle ceneri. Dignitosi i rimpiazzi, con qualche riserva su Edu Falaschi,  mediocre cantante imparagonabile a Matos per capacità, personalità e carisma.

Gli Angra se la sono presa, intelligentemente, con comodo: Aqua è il settimo album in quasi vent’anni, ed ascoltandolo non può farsi a meno di notare con quanta cura e attenzione sia stato rifinito sin nei minimi particolari. Aqua è il classico bel disco da ascoltare per gli amanti del power metal raffinato e adulto: suonato e prodotto in maniera sopraffina, soprendente per la coesione con le influenze tribali, delizioso quando accenna al prog metal, mai ingenuo, mai cafone, ma neanche mai troppo elaborato. La sua particolare unicità lo distingue dalla massa di dischi bensuonatibenprodotti che da sempre è la stragrande maggioranza delle uscite power; quei dischi che sono talmente curati da non essere smaccatamente brutti ma che sono talmente uguali tra loro che non c’è quasi la ragione per preferirne uno all’altro. Nessuno suona come gli Angra; e non perché non ci siano gruppi che tentano di copiarli, ma perché nessuno riesce a farlo davvero.

Il pezzo più facilone è Arising Thunder, classica apertura stile Carry On, Nova Era, Wings of Reality; gli episodi più interessanti sono al contrario posti in chiusura: su tutti Spirit Of The Air, Hollow, Weakness Of a Man, in cui i ritmi si rilassano, le atmosfere si fanno calde e la band sembra slacciarsi più facilmente al rispetto delle regole del genere. Kiko Loureiro e Rafael Bittencourt sono i veri valori aggiunti: al contrario, Falaschi sembra un incrocio tra Matos e Dickinson con la broncopolmonite, e rappresenta l’unico punto debole di un disco che per il resto, come si usa dire, è suonato e composto come Cristo comanda. Se non vi piace, ci sono sempre i giapponotti che fanno a gara a chi va più veloce. (barg)

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