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Avere 20 anni: marzo 1996

31 marzo 2016

dopesick

EYEHATEGOD – Dopesick

Enrico Mantovano: Dopesick è il disagio fatto disco. La leggenda narra che durante la fase di registrazione il proprietario dello studio chiamò impaurito gli uffici della Century Media, etichetta degli Eyehategod, chiedendo ragguagli sulla salute mentale dei membri del gruppo. Non fatico a crederci, considerato che il suono di vetro in frantumi che dà il via alle danze è quello di una bottiglia scaraventata a terra da Mike Williams: nell’occasione il cantante si squarciò la mano con i cocci e inondò di sangue il pavimento dello studio. Confesso di aver trovato a lungo insostenibile l’ascolto di Dopesick, vuoi per la produzione sporca e minimale, vuoi per quella sensazione di malessere diffuso e disperato che attanaglia ciascuna delle dodici tracce. L’ho riscoperto e apprezzato appieno solo di recente, con occhi e orecchi invecchiati (male). Ancora oggi, tuttavia, fatico a tirarlo giù fino in fondo. Ho risentito l’album mentre scrivevo queste poche righe e dopo una ventina di minuti sono stato costretto a mettere in pausa il giradischi per prendere una boccata d’aria, prima di ripiombare nell’abisso di dolore melmoso che si cela in fondo al lavoro più sincero degli Eyehategod, il loro urlo definitivo e insuperabile.

killingkind

OVERKILL – The Killing Kind

Ciccio Russo: Gli Overkill sono, in fondo, tra i pezzi grossi del thrash che si sputtanarono meno quando, negli anni ’90, quasi tutti gli esponenti del genere cercarono di adeguarsi al sound del nuovo decennio con risultati spesso maldestri. Prima di tutto perché DD Verni e i suoi amici, da bravi newyorchesi, hanno sempre avuto un genuino retroterra hardcore che aveva reso credibile la loro evoluzione verso i toni più asciutti e groovosi che caratterizzano The Killing Kind (persino l’esperimento simil-rap di Bold Face Pagan Stomp, per quanto scombinato, non suona fuori posto). In secondo luogo perché gli Overkill non si sono mai ammorbiditi, non hanno mai smesso di pestare e sputare vetriolo. Ogni loro disco, anche il più confuso e sperimentale, conserva intatta la loro carica di beffarda cattiveria. E questo vale anche per The Killing Kind, sebbene le randellate più classicamente thrash alla Certifiable continuino a funzionare molto meglio di roba come Battle, che pare una jam tra amici ubriachi sul riff di N.I.B. Da segnalare l’esordio della nuova coppia d’asce Joe Comeau/Sebastian Marino, che durerà fino a Necroshine.

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ELEND – Les Ténèbres du Dehors

Andrea Bertuzzi: Osannati, incensati e adottati d’ufficio dalla scena metal più per coincidenza che per ragioni strettamente musicali, negli anni ’90 gli Elend erano la band da ascoltare se davvero volevi darti un tono da intellettuale del demonio. Les Ténèbres du Dehors è il secondo capitolo dell’Officium Tenebrarum, una ponderosa trilogia sulla caduta dal Paradiso e la figura di Lucifero, e merita di essere ricordato soprattutto come prova di un potenziale che si sarebbe realizzato a pieno solo negli anni successivi. Se da un lato contiene intuizioni notevoli (a livello compositivo gli Elend erano anni luce avanti rispetto a contemporanei tipo Arcana o D.V.K.E.) e gli intrecci vocali tra soprano, recitato e screaming sono tuttora unici, l’uso a tappeto dei synth e degli archi campionati affossa in parte il risultato finale e a riascoltarlo oggi fianco a fianco con le opere successive, in cui poterono finalmente permettersi una vera orchestra da camera, non è invecchiato benissimo. Però The Luciferian Revolution resta sempre un bell’accompagnamento per il pranzo di Pasqua in famiglia.

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AXEL RUDI PELL – Black Moon Pyramid

Cesare Carrozzi: Non è male ma continuo a non avere idea del perché uno molto, ma molto meno dotato rispetto a quelli a cui si ispira, Malmsteen e Blackmore principalmente, abbia avuto così tanto successo in Germania. Certo che i tedeschi alcune volte sono pure peggio dei giapponesi. Ogni assolo di Axel Rudi Pell, per quanto mi riguarda, è una tortura per i miei poveri padiglioni auricolari. Qualche pezzo, ripeto, non è male, tipo Fool Fool o la stessa Black Moon Pyramid. E poi Jeff Scott Soto alla voce è sempre un valore aggiunto. Se volete, dategli pure un ascolto, basta che saltiate accuratamente gli assoli (che è dopotutto quanto di peggio si possa dire di un chitarrista che suona ‘sto genere, suppongo).

THE-EXPLOITED-Beat-the-Bastards-DLP

THE EXPLOITED – Beat The Bastards

Il Messicano: Un buon disco, forse il loro più famoso, nonché il più “metal”. Per me non è il migliore che abbiano mai fatto, ma comunque mi piace. Questo gruppo mi fa venire in mente un tizio che quando ero ragazzino andava in giro (lo beccavo sempre ai concerti) con la cresta, il chiodo borchiato, gli anfibi e due magliette, che alternava tutto l’anno: una degli Exploited, appunto, e l’altra di Bloodsuckers dei Varukers (che è un discone). Questo tipo era solito accompagnarsi ad un essere più o meno femminile dall’età indefinita ed aveva l’abitudine di farsi le pere nel collo o tra le dita dei piedi, per poi andare in giro come uno zombie quando gli saliva la botta dell’eroina e farsi palleggiare nel pogo. Questo tizio una volta collassò. Cadde proprio lungo per terra, gli si girarono gli occhi e sbavava. Nessuno lo toccò e dopo un paio di ore si riprese da solo e andò via correndo. Collego agli Exploited anche quella volta in cui io ed un amico eravamo a casa di una tipa e a me scappava un cacatone pazzesco. Avevo circa 16-17 anni. Varcata la soglia del bagno, mi cacai addosso poco prima di arrivare al cesso e allora mi lavai il culo nel lavandino e buttai le mutande piede di merda dalla finestra. Che poi a pensarci non c’entra un cazzo con questo disco, ma mi è venuto in mente ora. Poi un’altra volta, sempre più o meno in quel periodo, ci fermarono i “falchi” della polizia, ci trovarono del fumo e ci scassarono di legnate per farsi dire da chi l’avevamo preso e ad ogni “non lo so”, “non mi ricordo”, “non lo conosco”, “non è mio” partiva uno schiaffone o un calcio in culo. Vecchie storie per un vecchio gruppo che ha fatto la storia, ma non con questo disco. Si nota che sto allungando il brodo? Direi di sì. Alla prossima puntata.

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GRAVE – Hating Life

Luca Bonetta: Probabilmente il lavoro più controverso della band svedese, Hating Life presenta una svolta sonora verso territori molto più groovy e, di conseguenza, distanti da quella che era stata la cifra stilistica dei Grave fino a quel momento, ovvero il classico death di matrice svedese. Un album controverso dicevo, accolto con sfavore da molti fan più o meno puristi che videro in Hating Life una sorta di degenerazione “commerciale” indegna di qualunque band osi definirsi death metal. Questo non è però il mio caso; pur riconoscendo all’album una certa ripetitività di fondo che alla lunga tende a stancare non posso esimermi dallo scapocciare in modo arrogante quando parte l’attacco di Worth The Wait o la successiva Restrained. Pezzi dalla struttura minimale, pieni di stoppati e mid tempo ma ugualmente ed inequivocabilmente metal. Non il lavoro migliore della band del buon Ola quindi, ma un esperimento riuscito discretamente bene che regge pure alla prova del tempo rendendolo, a vent’anni tondi di distanza, un ottimo divertissement.

angra

ANGRA – Holy Land

Cesare Carrozzi: Lì per lì mi piacque meno di Angel’s Cry. Non so, probabilmente sarà stato perché ad un certo momento, in fase di stesura, Matos e i suoi amici decisero di sostituire le trombette neoclassiche dell’album precedente con i tamburelli tribali e io all’epoca ero troppo preso da Malmsteen e compagnia. Difatti ricordo che il mio momento preferito di Holy Land era proprio l’assolo di Loureiro su Z.I.T.O, che è appunto suonato su una progressione neoclassicissima. L’ho apprezzato col tempo, ed è comunque sempre bello ascoltare Matos quand’era ancora all’apice della forma vocale.

blacklove

AFGHAN WHIGS – Black Love

Stefano Greco: Lo scorso febbraio sono andato a vedere Greg Dulli che suonava in una chiesa. Ha fatto un concerto fantastico in cui l’ambientazione pentecostale aumentava a dismisura la naturale propensione alla flagellazione tipica delle sue canzoni. Nonostante Black Love sia considerato in qualche maniera un capitolo minore nella discografia degli Afghan Whigs, è stato proprio un suo estratto ad essere l’apice della serata. In un simile contesto di afflizione la luce accecante evocata da Summer’s Kiss ha rappresentato il momento catartico in cui, anche solo per un attimo, ritrovare una qualche forma di pace e senso delle cose. All’epoca Black Love, nonostante il titolo, sembrò un album quasi solare in confronto al precedente Gentlemen; i due lavori in realtà erano complementari, parlavano delle stesse ferite con la sola variabile del tempo intercorso ad alterarne la percezione. Il disco del ’93 era un intervento al cuore senza anestesia, in Black Love l’emorragia si è fermata ma restano le cicatrici. La confusione e la rabbia sono divenute interrogativi destinati a rimanere irrisolti. Purtroppo non possiamo avere risposte, accontentiamoci delle canzoni.

trainsp

UNDERWORLDBorn Slippy

Trainspotting: Gli anni novanta sono stati forse l’ultimo decennio a produrre ancora film davvero generazionali. Trainspotting era uno di questi. Fotografava una generazione allo sbando che già iniziava a sentire pesantemente il putrido effetto del kali-yuga; operazione tantopiù complicata in quanto oggetto del film erano degli eroinomani sbandati scozzesi che campavano di espedienti e furtarelli e scatenavano una rissa ogni volta che mettevano piede in un locale. Epperò, anche se ci si sarebbe potuti sentire molto più rappresentati da, che so, Con un Deca degli 883, la maggior parte degli adolescenti e ventenni dell’epoca sentì in qualche modo quel malessere come proprio. Chiaramente nessuno si faceva di eroina, perlomeno tra quelli che conoscevo io, né tantomeno si andava a passare i fine settimana tra coltellate e rapine all’ufficio postale, ma per qualche motivo il parossismo dei personaggi e della storia non impediva un forte senso di vicinanza spirituale. Born Slippy è entrato così profondamente nelle nostre cortecce cerebrali che dopo vent’anni dal sentirlo a ripetizione sullo stereo mio, degli amici, delle macchine degli amici e pure quello dei locali, mette ancora i brividi addosso. Il mio nickname mi è capitato, non l’ho scelto io, ma su MSN usavo Sick Boy, quello che al parco sparava col fucile a pallini ai testicoli dei pitbull affinché mordessero il padrone. Non l’ho mai fatto, intendiamoci, così come non ho mai fatto una rapina né ho mai assunto eroina, ma l’immedesimazione, come vedete, funziona.

 

9 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    31 marzo 2016 16:47

    Ma sai, Messicano, che ho un aneddoto praticamente identico al tuo? Solo che io cercai di far passare le mutande dallo scarico del cesso e finii con l’intasarlo… Col senno di poi le avrei buttate dalla finestra.

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  2. Damocle permalink
    31 marzo 2016 18:06

    Axel Rudi Pell lo trovo veramente incomprensibile. Di una banalità sconcertante i suoi riff, inascoltabili gli assoli. A parte i grandi cantanti non ho mai capito che senso avesse.

    Quanto agli Elend, il loro discorso è molto più complesso, perché la struttura dei loro album ricalca quella delle messe cantate della tradizione liturgica: quindi c’è sotto un contesto molto più profondo legato alla tradizione classica e sacra. Inutile dire che The Umbersun mi aveva fatto impazzire all’epoca.

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    • Piero Tola permalink
      31 marzo 2016 22:52

      i primi due album spaccano:

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    • Andrea permalink
      1 aprile 2016 23:12

      Hai ragione, sugli Elend ci sarebbe stato da scrivere un saggio per rendere giustizia a tutti i dettgli della loro musica, purtroppo me ne mancava il tempo. The Umbersun per inciso è tuttora il mio preferito assieme a Winds Devouring Men ed è invecchiato molto meglio dei primi due, secondo me.

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  3. fredrik permalink
    31 marzo 2016 22:31

    mese “meh”. avrei aggiunto nord dei setherial.

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  4. sergente kabukiman permalink
    1 aprile 2016 21:24

    penso che il più inascoltabile degli eyehategod sia il primo, nelle parti lente è un’agonia e quando accelerano non si capisce niente, tutto ciò ovviamente lo rende un capolavoro

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  5. AndreaGnarluz permalink
    3 aprile 2016 09:32

    scena che merita d’essere vista in italiano (ho sempre sognato di rifarla al francis drake di Cagliari contro qualche fighetto): https://www.youtube.com/watch?v=2duRSnV6l14

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