TWILIGHT SINGERS – Dynamite Steps (Sub Pop)

“Dynamite Steps” è semplicemente l’ennesimo disco enorme a firma Greg Dulli, ovvero di uno che (la sparo) in oltre vent’anni in sostanza non ha mai sbagliato niente, un autore le cui vette creative non risalgono solo ai tempi di Garibaldi (i fantomatici primi dischi degli Afghan Whigs) ma restano invece costanti per la sua intera carriera, basti pesare al precedente “Powder Burns” o al magnifico “Saturnalia” firmato in coppia con Lanegan a nome Gutter Twins. Dulli gioca sempre sul sicuro, non è sicuramente uno sperimentatore ed è senza dubbio un crooner monotematico (cuori spezzati e lato oscuro dell’anima) ma non ha mai scordato come si scrive una canzone e le sue doti interpretative fanno sempre la differenza riuscendo a tenere altissimo il livello emozionale. Si inzia come da copione con atmosfere chandleriane: città notturna, macchine che sfrecciano tra luci abbaglianti, bar fumosi in cui si intrecciano vite ed esperienze ai margini. Qualcuno è in fuga, qualcun’altro resta, altri non hanno scelta. Profondamente americano.
Dopo l’opener “Last Night In Town” (arricchita da un cinematico break quasi-dance) segue “Be Invited” per un uno-due iniziale pressoché perfetto che esplicita lo standard ultra elevato del lavoro, il brano è un gioiello di morbosità privata impreziosita dalla voce cavernosa di Mark Lanegan. Piccola parentesi e considerazione su quest’uomo. Mark Lanegan oggi é il Darth Vader del rock alternativo: basta che apra la bocca e tutti immediatamente si cacano sotto. La cosa si manifesta anche in quest’occasione in cui gli bastano un paio di frasi dal contenuto suggestivo (..dark circles around your body…) per far calare il gelo su un brano già di suo oscuro e teso. Da qui in poi una successione di pezzi tutti più o meno equivalenti per bellezza ed ispirazione. Con le vette introspettive di “Get Lucky” (clamorosa) o l’ottimo singolo “On The Corner” (oggi forse il miglior residuo della grande ondata di rock alternativo anni ’90). Un album denso di tensioni fino all’ultimo brano e che lascia quasi spossati, piacevolmente sfiniti.


Nota: l’album in questione è uscito da vari mesi e doveva essere recensito all’epoca, per una serie di fattori non è stato fatto, essendo passato parecchio tempo ed essendo il disco ancora stabilmente nella mia playlist personale ho trovato quasi doveroso parlarne, per farla breve se lasciassi passare inosservato questo lavoro sentirei di non aver fatto il mio dovere di ‘servizio pubblico’. (Stefano Greco)

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