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Avere vent’anni: VIRGIN STEELE – Invictus

23 aprile 2018

Per comprendere Invictus bisogna partire dalla discografia precedente dei Virgin Steele, sempre in costante equilibrio tra sublime e ridicolo. Fatti salvi i primi due album, Virgin Steele (1982) e Guardians of the Flame (1983), in cui la presenza di Jack Starr alla chitarra garantiva un legame solidissimo al metal classico americano ortodosso, da quando David DeFeis si è ritrovato da solo alla guida della band si è iniziato un percorso tortuoso e accidentato verso un’idea di musica che, nei dischi degli anni Ottanta, si poteva solo intuire, tra picchi altissimi e sfondoni grotteschi. Invictus è il punto d’arrivo di questo percorso, e non è un caso se dopo di esso è cominciato un declino che li ha portati ad essere il nulla che sono ora.

È come se nella mente di DeFeis ci fosse stata da sempre un’idea talmente alta e rarefatta di musica – e di epica – da necessitare anni di tentativi per raggiungerla, a costo di cadere, spesso, nel grottesco. Si è partiti dal famoso blocco di marmo michelangiolesco e c’è stato bisogno di tempo e coraggio per eliminare il superfluo, smussare ogni angolo, affinare ogni particolare e lucidare ogni superficie, ma alla fine quel blocco di marmo ha disvelato la forma che vi era nascosta. Una forma che negli album precedenti veniva fuori a sprazzi più o meno lunghi, come se ci si trovasse in una stanza buia e circolare con un sancta sanctorum al centro, chiuso da porte che ogni tanto si socchiudevano, si spalancavano o rimanevano chiuse. Invictus è quel sancta sanctorum, e nel 1998 David DeFeis riuscì finalmente a mantenere aperta la porta per 75 minuti, inondandoci di una maestosità che è difficile descrivere a parole. 

Invictus non ha nulla di superfluo, essendo nulla più e nulla meno del nocciolo essenziale della poetica dei Virgin Steele, messa a nudo in tutta la sua purezza. Stilisticamente è un’ode al minimalismo, in cui tutto è ridotto all’osso e qualsiasi orpello è messo al bando. Il suono è secco, il lavoro strumentale è essenziale, e in questo senso Edward Pursino si rivela chitarrista di grande gusto e misura: la sua chitarra è posta completamente al servizio del tutto, sia nell’accompagnamento ritmico sia nelle iniziative personali, qui ridotte al minimo. Un po’ come si dice dei portieri delle grandi squadre di calcio, che magari sono chiamati a intervenire due volte a partita ma che quelle due volte non possono assolutamente sbagliare. Identico discorso per la prova della sezione ritmica (Gilchriest/DeMartino), per la quale l’unica cosa che mi viene da dire è che a stento ci si accorge della loro presenza, e in un disco del genere, credetemi, è il complimento migliore che possa farsi.

Il vero protagonista è comunque David DeFeis. Invictus è un disco teatrale, e sembra quasi che i quindici anni precedenti di Virgin Steele gli siano serviti per affinare le proprie doti recitative per farle così esplodere in questo album. Nessun altro cantante avrebbe potuto cantare Invictus, neanche Eric Adams: nessuno. Cercare di descrivere a parole la prestazione di DeFeis è perfettamente inutile, così come cercare di descrivere il disco stesso. David DeFeis è qui la voce stessa dell’epica dell’uomo occidentale, il leone che ruggisce sulla vetta della montagna, il re conquistatore con le mani lorde di sangue che fonda civiltà sulle ossa dei barbari, la colonna dorica eretta sulla collina che staglia la sua ombra immortale sulla natura soggiogata, Perseo trionfante con in una mano la testa dell’orrenda Gorgone e nell’altra la spada ancora bagnata del suo empio sangue. Sono sicuro che DeFeis sia giustamente fiero di tutta la sua carriera coi Virgin Steele, ma è Invictus che si porterà nella tomba, e che gli darà gloria eterna, nei giorni venturi in cui questa civilizzazione in declino finirà e verrà dato il giusto valore al Sublime.

Invictus è un disco cristallizzato nel tempo, come le scene belliche ritratte sui vasi ellenici; non è invecchiato né ha ceduto di un millimetro nell’arco di vent’anni, e non ha neanche bisogno di essere contestualizzato, se non all’interno del percorso evolutivo dei Virgin Steele. Appartiene alla categoria dell’arte assoluta, trasmettendo concetti e sensazioni elementari che non hanno tempo né spazio. E il senso di potenza che trasuda, il FOMENTO per dirla in modo più prosaico, è lo stesso che si prova per Achille che irrompe nella battaglia per fare strage di nemici, o per la furia omicida di Eteocle che si prepara ad ammazzare il fratello, o per MacDuff che vibra il colpo fatale sull’usurpatore Macbeth, o per i Rohirrim che gridano all’unisono MORTE! MORTE! cavalcando nei campi del Pelennor. Invictus è probabilmente una delle vette più alte dell’epic metal, inteso in senso letterale; perché stilisticamente non ha nulla di epic metal, ma è uno dei dischi dal respiro più epico mai composti. Mai i Manilla Road sono stati così epici, o gli Warlord, o i Cirith Ungol e via dicendo; probabilmente i Manowar sì, ma mai per un’ora e un quarto di fila.

Per chi non l’ha mai sentito potrebbe essere duro da digerire, dal violento riff claustrofobico della titletrack fino all’orgasmo finale di Veni Vidi Vici, dieci minuti di trionfo consegnati alla Storia. Capisco chi potrebbe ritrarsene con sgomento, perché vent’anni fa è successo lo stesso a me: le recensioni erano tutte entusiastiche, io non avevo punti di riferimento per capire quello che stavo ascoltando e mi ci vollero mesi solo per intuire la portata della cosa; ma a chi si approccia per la prima volta a questo capolavoro senza tempo io consiglio di perseverare, perché Invictus è IL METAL, o quantomeno un certo tipo di intendere il metal, portato alle vette superne dell’immortalità, e perché Invictus è un disco da far sentire ai propri figli, così che un giorno possano diventare re. (barg)

23 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    23 aprile 2018 10:06

    mamma che recensione. mamma che disco. che tiro, che melodie, che tutto. capolavoro assoluto, in un anno di capolavori

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  2. Arkady permalink
    23 aprile 2018 10:14

    God Of Our Sorrows: 1.20 secondi da sentire in eterno. Un pò come Shroud of False degli Anathema: brevi ma immense.

    Album E.P.I.C.O. ed E.P.O.C.A.L.E

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  3. 23 aprile 2018 11:45

    Per ragioni tutte mie sono più legato ai dischi immediatamente precedenti Invictus (Life Among The Ruins e i 2 Marriage), ma quest’album è davvero l’esaltazione del sublime

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  4. Crisuommolo permalink
    23 aprile 2018 14:11

    Comprato appena uscito. Per almeno un anno ho ascoltato praticamente solo questo album, provando vergogna per me stesso appena tentassi di dedicarmi anche ad altri dischi. Lo ascolto spessissimo, perché per me è catartico. Barg, cosa ne pensi dei due Atreus?

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  5. pepato permalink
    23 aprile 2018 15:30

    La vetta dell’epic metal. Come altri sopra, anch’io per motivi personali sono legato ad altri album (Atreus I lo preferisco, mentre Marriage 2 ha delle canzoni irraggiungibili), però questo album è la Summa di tutto.

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  6. 23 aprile 2018 19:46

    Comprato quasi per caso al tempo, quasi mai ascoltato, rivenduto qualche anno fa in un periodo di furia iconoclasta. Adesso, spinto dalla lettura, ho riascoltato: temo sia arrivato il momento di rimediare all’errore. Agli errori.
    Grazie che ci siete voi, fratelli del vero metal.

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    • 23 aprile 2018 19:51

      hail

      Piace a 1 persona

    • weareblind permalink
      23 aprile 2018 21:27

      Orgio, ecco… a me questo disco rompe i coglioni. Però devo sbagliare io, perché qui sopra leggo solo orgasmi da 10/10. E MS non sbaglia mai, io ormai leggo il blog prima anche di acquistare azioni in borsa. Niente, mi devo prendere 2 ore per me, mando affanculo la famiglia e lo ascolto con concentrazione stilita.

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      • 24 aprile 2018 00:42

        In tutta onestà, per me l’apice dei Virgin Steele è “The Burning Of Rome”, quindi anche per me “Invictus” non è una prima scelta; e infatti il mio cd ha fatto la fine di cui sopra.
        Però la ficcante prosa di Barg mi ha convinto a dargli un’altra possibilità, ed effettivamente, ascoltato con la calma e l’attenzione che merita (parliamo di un’ora e un quarto di album “di concetto”, dopotutto), si palesa un gran bel disco. Poi, al cuor non si comanda, e infatti io continuerò a piangere per Pompei, però i meriti sono meriti e vanno riconosciuti, sia quelli di DeFeis & co. che dei fratelli del vero metal che sanno indirizzarci laddove è custodito il segreto dell’acciaio.
        Vai con l’ascolto, blind man, e poi ci fai sapere come ti è sembrato. Però al Metal Skunk Fest, di persona.

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      • weareblind permalink
        24 aprile 2018 18:38

        Esattamente ora ascolto. Oh, e sbrighiamoci co sto Metal Skunk Fest. Barg, forza, su.

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  7. bonzo79 permalink
    24 aprile 2018 10:05

    @Orgio: tutti piangiamo per Pompei. L’ultima volta che l’ho sentita dal vivo ho pianto proprio… perché Defeis l’ha trucidata :( però trovo Invictus il disco più coeso e a fuoco dei VS, molto più di Age of Consent che ha anche qualche pezzo meno “sensato”, tipo Seventeen

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    • 24 aprile 2018 12:21

      Dal vivo i VS sono ormai una causa persa, temo.
      Quanto al resto, mi pare che concordiamo.

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      • bonzo79 permalink
        24 aprile 2018 16:03

        in realtà fu un ottimo concerto, chissà se qualcuno era presente, a Trezzo nel 2010. solo quella canzone, piazzata in chiusura, fu davvero finire con l’amaro in bocca.

        adesso non voglio neanche sapere come sono presi

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      • giananb permalink
        5 maggio 2018 20:46

        Io ero a Bologna nel 2011, stesso copione: concerto fantastico, ma Burning of Rome rovinata con un falsetto fuori posto.
        E’ proprio una cosa voluta, faceva lo stesso con Noble savage.. ma lì quasi funziona, su Rome cazzo no.

        Per fortuna l’hanno fatta a metà scaletta, e hanno finito con Veni vidi vici, dove siamo tutti trascesi al cielo immobile

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      • bonzo79 permalink
        8 maggio 2018 09:14

        porca vacca è vero, a Trezzo era il set acustico, l’episodio del falsetto era a Bologna nel 2011!!! cmq ricordiamo male entrambi, l’hanno fatta in fondo… veni vidi vici era il bis
        https://www.setlist.fm/setlist/virgin-steele/2011/estragon-bologna-italy-33d194d1.html

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  8. 25 aprile 2018 14:55

    Si, davvero un ottimo disco che rappresentò una vetta nel settore heavy ed epic. Composizione molto matura e strutturata, davvero gradevole da sentire e giusto per tutte le occasioni: dalle serate intellettuali alle grigliate in montagna.
    Io lo associo ai successivi House of Atreus I & II, con i quali lo percepisco formare una specie di trilogia sonora non dichiarata.

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  9. giananb permalink
    5 maggio 2018 20:39

    “Invictus è il punto d’arrivo di questo percorso, e non è un caso se dopo di esso è cominciato un declino che li ha portati ad essere il nulla che sono ora.”

    Mmh Bargone mi sconfondi… Black light bacchanalia lo hai recensito positivamente, tra i papabili dischi dell’anno?
    Forse ti confondi con l’ultimo (Nocturnes of sticazzi), quello sì a dir poco inascoltabile, mi stupisco che un orecchio-munito possa aver pensato fosse una buona idea.
    Disco imbarazzante e patetico, mi piange il cuore a dirlo.

    Comunque che Invictus fosse il punto d’arrivo c’entra poco col declino: il problema è che la forza dei VS è sempre stato l’equilibrio tra DeFeis e Pursino.
    Quando quest’ultimo se n’è andato i VS sono diventati una one man band, e l’ego smisurato di DeFeis è partito per la tangente, scollegato dalla realtà.

    Eden e Bacchanalia rimanevano ottimi dischi, prodotti un po’ da culo, ma Nocturnes…. brrr

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    • 6 maggio 2018 17:59

      sì ma ‘inizio del declino’ non vuol dire che hanno improvvisamente iniziato a fare schifo. vuol dire che dal disco dopo sono stati sempre meno belli più o meno in modo progressivo. tipo il primo house of atreus è ancora un capolavoro ma non come invictus, il secondo atreus ha dei pezzi molto belli, quello dopo un po’ più in giù e così via. ‘black light bacchanalia’ non è male, ma non lo ascolto praticamente da allora a parte un paio di pezzi. considerato che viene 4 dischi dopo ‘invictus’, il declino c’è tutto. questo discorso è uguale pure per i blind guardian, dato che ho parlato di ‘nightfall’ come di un capolavoro e contestualmente l’inizio del declino e la maggior parte dei commenti dicevano più o meno ‘non è vero che fa schifo’.

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      • giananb permalink
        7 maggio 2018 17:02

        Ah ok certo, concordo col declino, innegabile. Più che altro ero stupito che linkassi la rece di Bacchanalia a “il nulla che sono ora”, quando lì erano ancora qualcosina.
        Per dire, se la linkavi a “declino” non dicevo niente.

        Comunque, per quanto Invictus sia un “punto d’arrivo”… trovo molto più affascinante la fase della trasformazione, quei Marriage così a metà tra uno US metal piacione e un epic roccioso.
        Stile unico

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  10. Epic permalink
    21 luglio 2018 13:02

    The house of atreus 1 e 2 sono l’apice di tutto l’epic metal, per me un’opera mai eguagliata da nessuna altra band metal al mondo, altro che inizio del declino. Inoltre considero enormi anche Visions of eden (versione remix ovviamente) e The black light bacchanalia. Tolti il primo album acerbo e l’ultimo Nocturnes che è più che altro un disco solista di scarti, i VS hanno fatto solo cose eccelse, altro che ridicoli, grotteschi o il nulla che sono adesso. Ma chi li scrive sti articoli? Una qualità così costante e così alta non si è mai vista in ambito metal, di qualsiasi sottogenere.

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