VIRGIN STEELE – The Black Light Bacchanalia (SPV)

Posto che il precedente Visions of Eden era una roba talmente tremenda che mi sono rifiutato di sentirlo più di due volte dopo averlo comprato, lo sconforto e il senso di rassegnazione con cui mi sono accostato a The Black Light Bacchanalia sono stati talmente forti che, dopo averlo sentito le prime due volte, mi ero convinto che fosse un discaccio orrendo e avevo anche cominciato a scrivere una lunga recensione imperniata fondamentalmente intorno ad un interminabile pippone iniziale sui cartoni animati delle tartarughe ninja. Ovviamente detta così sembra una cosa imbecille ma posso garantire che mi serviva per arrivare al punto. È successo che, mentre scrivevo la recensione e riascoltavo il disco (ho un processo di composizione lento, posso metterci ore a scrivere un articolo, anche se poi per la maggior parte del tempo scrivo e cancello e poi la recensione finale la scrivo di solito di getto in mezz’ora, e mentre faccio tutto questo ascolto ossessivamente il disco che sto recensendo), ho cambiato idea. Succede, no? Solo gli stupidi non cambiano mai idea. Quello che è successo è che ho trovato il senso del disco, la sua poesia. Allora ho cancellato tutto quel pippone sulle tartarughe ninja e ho ricominciato da zero, ed eccomi qui. The Black Light Bacchanalia è un disco d’accademia, e questa è comunque la cosa più evidente appena si preme play. Riprende pedissequamente gli stilemi dell’ultima loro parte di carriera, da Invictus in poi, addirittura stereotipizzando alcuni tratti caratteristici, specie nella voce di DeFeis. Il minimalismo degli ultimi album qui è teorizzato, reso paradigma, e più che negli altri è esso stesso l’essenza dell’epicità dei Virgin Steele. Sarebbe complicato spiegare in cosa consista questo minimalismo, dalla scarnezza dei riff alla monotona ossessività delle linee di batteria, ma chi non ha ascoltato quantomeno Invictus e il primo House of Atreus non dovrebbe stare a perdere tempo a leggere le mie righe ma dovrebbe procurarseli al più presto e morire sulle note di Veni Vidi Vici

I Virgin Steele dell’anno duemiladieci sono un gruppo molto più intimista che in passato. La fregatura sta tutta nell’opener, By The Hammer Of Zeus (And The Wrecking Ball Of Thor), altisonante e strombazzante almeno quanto il suo titolo, una specie di Kingdom Of The Fearless tamarra e spinta al parossismo del panzone che rutta al festival tedesco: per il resto il disco ha un’atmosfera soffusa, in punta di piedi, ammantata di una malinconia autunnale che poco ha a che spartire con il lato ottantiano ortodosso della band. Ci sono sprazzi di lirismo intenso: la doomeggiante To Crown Them With Halos, howardiana ai livelli di Hail to England; la splendida ballad The Torture’s Of The Damned, che ricorda Garden of Lamentation; la struggente Eternal Regret; e così via con altri superlativi sparsi. Poi c’è When I’m Silent (The Wind Of Voices), pezzo paraculissimo col ritornello sullo stile delle ballatone street anni ’80 con assolone alla Slash incluso, ma che poi ritorna Virgin Steele con un favoloso crescendo tra tastiera e voce e poi riesplode nello spandex e negli accendini per aria. Meraviglioso. Assurdo che fossi partito in quarta per scrivere una stroncatura. Quantomeno accenno ai lati negativi: il disco ha dei cali. Il lirismo è sparso qua e là, abbondantemente ma non proprio capillarmente; il disco ha anche una sua atmosfera particolare, ma in certi punti si va sopra le righe e la magia si rompe; la produzione così secca mi piace, è anche funzionale, ma i suoni di batteria sono un po’ fastidiosi e soprattutto il suono del charleston sembra quello di una pallina da ping pong. Non sto scherzando, all’inizio pensavo fosse un campionamento ma poi ho visto che si ripeteva per tutto il disco quindi allora. L’ultimo pezzo è uno spoken word di mezz’ora di David DeFeis. Possibile sorpresa nella top ten di fine anno. (barg)

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