Musica di un certo livello #14: BURZUM, SUMMONING, KATATONIA

480464_501207659936482_1072057230_nNon dimentichiamoci di Burzum, che quest’anno ha pubblicato Sôl Austan, Mâni Vestan, un disco ambient molto palloso che di bello ha solo il titolo, che dovrebbe significare ‘A est del Sole, a ovest della Luna’. In effetti anche la copertina non è male. È il Ratto di Proserpina di Ulpiano Checa e il secondo disco di seguito con i cavalli in copertina. In futuro ricorderemo questo come il ‘periodo equino’ di Vikernes. Presumo che non sia affatto casuale la corrispondenza del titolo con quello della fiaba di Asbjørnsen e Moe, A oriente del sole e a occidente della luna e, visto che sul disco c’è poco o nulla da dire, adesso ve la racconto. C’era una volta un tizio che aveva un sacco di figlie ma non sapeva come mantenerle perché era poverissimo. Un giorno arriva un orso che gli dice tu mi dai una delle tue figlie e io ti faccio ricco e il poveraccio gli dà la figlia più bona. Lei va a vivere con l’orso e gode di agi e lussi mai visti. Di notte nota che lui si infila nel suo letto trasformato in uomo ma a causa del buio non riesce a distinguerne le fattezze. Nel frattempo la figliola si fa due palle così perché sta da sola tutto il giorno e vorrebbe andare a salutare i genitori. L’orso dice ok, ma se vuoi rimanere felice non devi parlare con tua madre. Lei va dai suoi e fa proprio quello che il marito-orso le aveva intimato di non fare. Torna a casa e puntuale, come da consiglio materno, accende una candela per verificare se l’orso riccone di notte si trasformasse in troll e invece scopre che quello nel suo letto era un principe bellissimo. Lui si incazza, certo, perché così facendo lei ha rotto l’incantesimo che gli avrebbe permesso di restare uomo per sempre mentre ora è costretto a tornare al castello dove vive sua madre, che per l’appunto si trova a oriente del Sole e a occidente della Luna (come diciamo a Roma: in culonia), e sposarsi una orribile troll. La morale è: le suocere sono pericolose in ogni dove e in ogni epoca.

burzumQuanta saggezza, in pratica la storia dell’italiano medio. Rispetto al disco, che posso dirvi, a me sta pure bene se questo qui ogni due dischi di merda ne fa uno buono. Perseguisse pure le sue fisime pagane, ariane o quello che è, basta che poi mi tira fuori un Fallen e pace fatta. Certo, ai tempi di Dauði Baldrs e Hliðskjálf pensavamo che da dentro la prigione quello fosse il massimo che potesse creare con le tastierine Bontempi che il secondino gli aveva lasciato tenere, invece pure mo’ che è libero (ma ancora per poco se non sta attento a quello che va dicendo su internette) si diletta con nuove tastierine ma in sostanza con le stesse identiche rotture di palle, che tali non sono quando invece le mescola al black metal. Alla Filosofem, tanto per capirci. A parte che Sôl Austan uno se lo ascolta solo perché c’è scritto sopra ‘Burzum’, se vi piace ‘sta roba è ok. In questo caso, magari cercate qui che di cose migliori ne trovate a iosa.

summoningInsomma, molto dipende da ciò che ti aspetti e non è che la chiave di lettura sia tanto differente per qualsiasi altro disco di qualsiasi altro gruppo. Infatti, nello specifico, si aggancia bene anche a questi ultimi Summoning. Che qui siamo tutti grandi fan dei Summoning, però… Che ne so. Parlare male dei Summoning proprio non mi va, però, scusate, quando io metto su un disco a caso dei Summoning lo faccio più che altro perché dentro me sento crescere il bisogno di ammazzare qualcuno ma, datosi che sono una persona per bene e che ammazzare è una cosa brutta, mi limito ad ascoltare i Summoning e mi immagino a cavalcare un mannaro alla testa di un’orda di orchi bavosi e inferociti, coi tamburi neri che intonano il ritmo della battaglia mentre si sollevano oscuri canti nella lingua di Mordor che parlano di razziare villaggi, stuprare madonne, torturare gli elfi, bere il sangue dei vinti, bruciarne i cadaveri e via dicendo. Ora, quando ascolto Old Moning Dawn invece esce fuori il ‘cultore del bello’ che è in me, ne apprezzo le melodie, le atmosfere, la poesia, la natura, gli uccellini e tutte queste cose che a me piacciono tantissimo ma che cazzo. Poi, fatto questo personalissimo sfogo, di per sé non puoi criticarlo più di tanto, è bello, perfetto, quello che vi pare ma niente passo dell’oca, niente torture, niente vergini a testa in giù.

katatonia-Dethroned-And-UncrownedC’era molta più pugna nell’esordio dei Caladan Brood per esempio. Ma continuiamo sul prolifico filone delle rotture di palle anzi, per essere più precisi, proseguiamo seguendo il sottogenere Gente che gli è uscito un bel disco e ora ce lo vuole propinare in tutte le salse a colazione, pranzo e cena. Che i Katatonia, dunque, riescano ancora a farci dei dischi decenti è un fatto dimostrato. Certo, magari puntano più sulla parte razionale dei propri fan storici piuttosto che su quella direttamente emozionale, come fu invece in quel passato remoto quando ogni tre per due tentavano di convincerci a farla finita. Pessima scelta commerciale quella di tendere all’estinzione della propria fan base. E allora perché non fare un bel disco acustico, eh? Magari si riparte proprio dall’ultimo, che è piaciuto a tanta gente. Al concerto con gli Alcest c’erano pure un sacco di ragazzine e, come è noto, deprimerle è facile come sparare a dei pesci in un barile. Non trattasi dunque di live acustico alla Megadeth o The Gathering (quando erano una band non lo scarto di una band) o Pain Of Salvation o mille altri. Questo è il rifacimento, non direi manco acustico, piuttosto ammosciato, di Dead End Kings (che di suo non sprizzava di certo ritmo e joie de vivre). Lo si chiama Dethroned & Uncrowned, si buttano giù due registrazioni strumentali di batteria e chitarre e si copia-incollano quelle vocali prese pari pari da DEK. Ebbene sì, è la versione decaffeinata. Ma anche qui non voglio fare il criticone. È bello, perfetto, come vi pare. Resta il fatto che è una rottura di palle. (Charles)

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