Mister Folk Festival @Traffic, Roma – 12.06.2026

A darmi il benvenuto al Traffic, nel giardinetto adiacente alla sala concerti (ottima l’idea della doppia location, viste anche le temperature non esattamente di fine primavera) c’è una base ipnotica e orientaleggiante: è il polistrumentista maceratese Eugenio Cammoranesi, in arte EOGHAN, vestito da bardo, che, solo soletto, armato di tamburello, ci presenta il suo fantastico mondo fatto di narrazione (ogni brano è introdotto da un suo breve componimento poetico, scritto su una specie di libro di preghiere) e musica. Il metal non c’è: c’è solo un bardo, morbido e delicato, che crea un’atmosfera sognante e un senso di grande intimità. “Questa è una lira, si chiama Albion”,  ci tiene a dire il musico, sorridendo agli astanti, mostrando il suddetto strumento, con l’orgoglio di un papà che presenta un’adorata figliola a dei nuovi amici.

Si entra dentro ed è già tutto pronto per i DAWN OF A DARK AGE, quintetto di aedi molisani in mantellina nera che coi loro testi, rigorosamente in lingua italica, ci raccontano di quando i Sanniti facevano il culo ai Romani e altre storie del genere. Pagan black metal ritualistico e sperimentale. In un paio di frangenti spunta fuori addirittura un clarinetto, creando uno strano connubio che potremmo definire pagan jazz. Per un attimo, chiudendo gli occhi, su di un altare dedicato alla dea Cerere, al posto dei soliti maiali e scrofe, vengono sacrificati degli allievi di una scuola di swing. Chissà se Cerere ha apprezzato, sarebbe il caso di chiederglielo.

Dopo i bardi molisani si torna dal bardo in giardino (Eugenio/Eoghan) per la seconda parte del suo show. Seconda parte in cui, oltre al solito libretto di preghiere pagane introduttive, il nostro cantastorie tira fori er pezzo: la pistola? No, meglio, molto meglio: la nyckelharpa svedese. Strumento molto particolare, tra la ghironda e la viella, che già conoscevo grazie ai Faun, e che, a detta di Eugenio (e non stentiamo a crederci), necessita di molte cure. Parte un pezzo che si intitola Figli del mondo antico, e sulle melodiose note della nyckelharpa il pubblico improvvisa danze crepuscolar-contadine. Tutto molto bello. “Ci vediamo in giro, viandanti, buon cammino!”  – conclude lo show il cantore marchigiano – “dentro ora ci sono i miei amici orchetti BLODIGA SKALD”.

Amici orchetti che sono la quota comica della serata: atmosfera da sagra di paese, cornamuse e violini sul palco e tanta voglia di saltare, danzare, ridere e scherzare. Sembra di essere tornati ai bei tempi del Fosch Fest. Dopo un paio di brani il cantante, più serio e formale di un Draghi a una conferenza a Bruxelles, ci espone i tre comandamenti per diventare uno di loro: bere come spugne, pogare come dannati e scopare come porci. Beh, sul primo e sul terzo punto non garantisco, ma sotto al palco esplode un pogo divertente e gioioso (addirittura un wall of death a un certo punto), quindi almeno il secondo dei tre comandamenti è stato rispettato. La band suona come i Thyrfing di Valdr Galga e Urkraft sbronzi di qualche sambuca elfica e con la cazzonaggine dei Prophilax. “Chi non balla è uno sporco gnomo” – ci tiene a precisare il cantante verso la fine dello show, e credo sia in questa frase tutta l’essenza dei nostri orchetti romani.

Si va di nuovo fuori in giardino e si cambia completamente registro. Siamo in Svezia ma non ci sono orchi e nani che fanno a mazzate, bensì una sacerdotessa silvestre, biondo platino, sola soletta come il collega Eoghan, che ci accoglie con dei gorgheggi evocativi che mi hanno ricordato molto da vicino Lisa Gerrard dei Dead Can Dance: è LINNEA. L’atmosfera da rituale pagano è palpabile: la voce e le movenze teatrali della nostra vestale in nero, accompagnati da basi ambient molto suggestive, ci fanno viaggiare con la mente verso mondi antichi, ancestrali e gelati. Una specie di Lili Refrain mischiata con Myrkur col blu-ray di Midsommar innestato nel cervello. Ma a smorzare la poesia del momento ci pensa il sopraggiunto collega Enrico, dicendo: “Te la immagini questa all’IKEA, con le polpettine, che canta ‘sta roba?”.

Gli svedesi EREB ALTOR, headliner della serata, partono feroci: cori pagani, riff assassini, doppia cassa a terremoto e cantante, palesemente ubriaco, tutto rosso in faccia, che gracchia e biascica sul microfono e stenta a reggersi in piedi. Tutto a regola d’arte, dunque, meraviglioso. Una band con due facce, dove cannonate viking black, come quella d’apertura, si alternano a pezzi che potremmo definire epic doom, col growl e lo screaming non pervenuti. Pezzo epico/pezzo feroce ed epico, così, fino alla fine. Un sorso d’acqua ogni tanto, per far dimenticare allo stomaco gli ettolitri di idromele andati giù in camerino, e si riparte. Non è la sagra della salsiccia dei Blodiga e nemmeno le atmosfere sognanti dei bardi solisti del giardinetto, qui si gioca il campionato dei Bathory (di cui il cantante porta anche la maglietta, sotto lo smanicato di pelle) ed altri alfieri dell’epicità norrena senza per forza i cosciotti di pollo e le patate arrosto di contorno.

Alla fine dell’esibizione, mentre i musici ringraziano e staccano i jack dagli amplificatori, parte nelle casse del locale LAI LAI HEI degli Ensiferum, uno dei brani più belli della golden age dei finlandesi. Ora, ditemi: esiste un finale di serata migliore? (Gabriele Traversa)

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