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Avere vent’anni: THYRFING – Valdr Galga

25 marzo 2019

Maurizio Diaz: Il secondo dei Thyrfing è un capolavoro di tamarraggine oltre ogni dire. Contiene molte delle cose che amiamo tra cui chitarre che ronzano, schiacciare i nemici, inseguirli mentre fuggono e ascoltare i lamenti delle femmine. Musicalmente proseguono il discorso iniziato con il primo, con una produzione migliore, frutto della collaborazione con gli Abyss Studios, e in generale con tutto un po’ di più rispetto al precedente, senza farsi mancare anche qualche passaggio genuinamente epico. Adoro questo disco proprio per questo suo oscillare tra il serio e il faceto. Vogliamo parlare degli zufoli? Delle pianoline? Roba che più finta non si può, ma che qui è usata come si deve, e tutto funziona. Valdr Galga è ancora il viking metal degli esordi, quello che verrà preso ad esempio da mille altri gruppi ma che non porterà sempre verso lidi migliori. Dal successivo inizierà un evoluzione che li porterà a lavori più seriosi ed epici, ma questo è il Valhalla del cattivo gusto, e ci piace così.

Gabriele Traversa: Immaginate di essere nella vostra lussuosa casa di campagna (eh?) a mangiare un bel cinghialozzo. Ma di quelli belli gustosi, grassi e sugnosi che dopo dieci secondi siete già unti fino al gomito. Fatto? Ok, immaginate adesso di prendere il telecomando e, dopo aver unto tutti tastini per benino, di mettere su un canale dove stanno dando Braveheart, o 300, insomma una roba fomentona e battagliera. Fatto? Ok, immaginate adesso gli ormoni del cinghiale che vanno pian piano espandendosi dentro di voi, uniteli con il fomento battagliero del film e aggiungete a questo mix già letale una dose endovena di arrapamento (del tipo che vi fareste qualsiasi cosa, vivente o morente non fa differenza). Ecco, Valdr Galga è questo. Viking metal testosteronico, proteico, pieno di furor bellico. Arrapato (sentitevi A Moment in Valhalla) ma che sa essere elegante (la lussuosa casa di campagna). Musicalmente educato e, allo stesso tempo, con una gran voglia di prenderti a craniate sui denti. Mai nessuno come lui. Ah, dimenticavo… oltre ad essere arrapati, pieni di voglia di fare a pizze e con le mani tutte insozzate di sugna, siete pure ubriachi lerci. Bello, eh?

Michele Romani: I Thyrfing, assieme ai Falkenbach e ai Mithotyn, fanno parte del mio personale triumvirato del viking black metal, tre gruppi pazzeschi che probabilmente hanno rappresentato al meglio la devozione al genere sia da un punto di vista lirico che, soprattutto, musicale. Parliamo di un genere ai tempi ancora libero da fisarmoniche, hurdy gurdy e atmosfere allegre da sagra paesana, ma ancora pesantemente influenzato dal black metal soprattutto per quanto concerne l’uso delle chitarre e della voce tipicamente in screaming.

Dopo un paio di demo e un buonissimo disco d’esordio omonimo, i Thyrfing decidono di dar fuoco alle polveri e pubblicare appena un anno dopo quello da molti considerato il loro capolavoro: Valdr Galga (padre dei fiumi, uno dei tanti soprannomi di Odino), un disco talmente particolare nel suo genere che alcuni per definirlo coniarono addirittura il termine di viking metal orchestrale. Questo per il semplice motivo che, oltre alla classica impostazione black-viking dei brani, il ruolo delle tastiere è dominante: epiche, di sottofondo, pompose (forse pure troppo in certi frangenti) vengono utilizzate veramente in qualsiasi modo, senza per questo nulla togliere alla ferocia del suono, enfatizzata oltre che dal suono delle chitarre anche dal doppio screaming modello carta vetrata di Thomas Väänänen e Patrick Lindgren.

La traccia d’apertura Storms of Asgard già da sola rappresenta un compendio del Thyrfing sound: clangori di spade e urla invasate di vichinghi probabilmente prossimi all’assalto di qualche monastero cristiano, a cui fanno da contraltare riff taglienti e le già citate tastiere che donano un tocco di epicità al tutto. Uno schema che più o meno si ripete anche nella successiva From Wilderness Came Death (con tanto di arpeggio iniziale) e nella stupenda Askans Rike, fino ad arrivare dopo la titletrack a quella che per quanto mi riguarda è il picco assoluto del disco: The Deceitful, dove l’incrocio continuo tra chitarra e synth raggiunge livelli di bellezza assoluta.

Tutto il resto del lavoro comunque non mostra cali di sorta, come del resto pure i successivi capitoli della band di Stoccolma (Urkraft in particolare), che, pur a mio parere non raggiungendo le vette di questo disco, si sono sempre tenuti su livelli altissimi. Purtroppo i continui problemi di formazione hanno ultimamente un po’ rallentato le uscite discografiche della band, che rimane senza dubbio uno degli ultimi pilastri nel suonare un certo tipo di viking metal, visto che al giorno d’oggi le cose sono cambiate decisamente in peggio.

2 commenti leave one →
  1. Alberto Massidda permalink
    25 marzo 2019 14:41

    Micidiale il “ARE YOU READY FOR THE WAR? YEEEEEEHHH!” a metà della prima traccia

    Piace a 1 persona

  2. bonzo79 permalink
    25 marzo 2019 16:54

    ma valdr galga non vuol dire padre dei patiboli o qualcosa del genere? vabbè, cmq disconissimo

    "Mi piace"

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