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Roadburn Festival 2016: 14-17 aprile, Tilburg, Olanda

21 aprile 2016

roadburn

Mi è stato fatto notare che ogni volta che torno dal festival olandese affermo senza esitazioni che quella a cui ho appena assistito è stata la migliore edizione da tot anni, allora tanto per non smentirmi vi dirò che il Roadburn 2016 è stato davvero il più migliore da un po’ di tempo a questa parte. Se possibile questa volta è ancora più vero, anche se non saprei identificare bene il perché. Penso sia in buona parte dovuto ad una selezione generale di gruppi molto in linea con quella che era l’idea originale del festival e l’abbondanza di picchi spalmata nei vari giorni. Certo qualcosa di grosso te lo perdi sempre (il secondo set dei Converge con Chelsea Wolfe ospite pare sia stato qualcosa di memorabile) ma che vi devo dire, con troppa roba tutta insieme lisciare qualcosa è abbastanza inevitabile. Per il resto tutto alla grandissima, la solita organizzazione perfetta e acustica dell’altro mondo. Una formula stra-consolidata in cui l’unica novità di rilievo è stata il rinnovamento dello 013 che oggi ha maggiore capienza rispetto agli anni passati, soprattutto nella sala principale e, in maniera minore, nella Green Room. Sacrificata sull’altare dell’ottimizzazione è stata la Bat Cave che però è stata sostituita da un altro locale lì dietro. Nel complesso il tutto è più funzionale anche se si perde un po’ quella sensazione di essere finiti in un labirinto dal quale, anche volendo, non si riesce ad uscire. Passiamo alla cronaca che c’è parecchio da raccontare.

Giorno 1
roadburn-2016-the-skull_friday-april-15thQuest’anno hanno deciso di iniziare col botto e in apertura del primo giorno hanno piazzato i Cult Of Luna, con un programma del genere anche antichi rituali propiziatori quali la salutatio birrae sono stati scarificati e ci si è fiondati subito nella mischia per riuscire a vedere almeno la fine del concerto. Venti minuti finali di Somewhere Along the Highway sono stati sufficienti ad alzare subito l’asticella in modo considerevole. Primo sguardo in giro, l’atmosfera è quella elettrica da primo giorno con tutti ‘sti truci metallari tenerelli che, arrivati nel paese dei balocchi, attaccano a girare come trottole per comprare magliettine e farsi firmare poster e album da chiunque gli capiti a tiro. Anche io vorrei unirmi allo sperpero generalizzato dello shopping demoniaco, ma qui hanno già caricato la seconda cannonata quindi rimando i giretti a dopo che sul palco ci sono The Skull di Eric Wagner. Il gruppo si fa voler bene a suon di riffoni e regala anche qualche gemma dal passato dei Trouble, nello specifico Come Touch The Sky (opener del mai troppo celebrato Manic Frustration) e Plastic Green Head. Il giorno successivo la band ha fatto un secondo set ancora più doom-oriented ma io ero da qualche altra parte, mi pare qualcuno dei nostri ci sia stato, vi racconteranno loro se ne hanno voglia.

In onore alla tradizione non può mancare qualche reliquia e quindi da qualche parte del passato riemergono pure i Bang, gruppo di un milione di anni fa che, a seguito di una recente reincarnazione (credo), è stato ultimamente oggetto di recupero da parte delle cosiddette riviste di settore. A farci tornare nella modernità ci pensano i Converge con una delle performance più attese, la riproduzione integrale di Jane Doe. Band in forma spaziale e una delle performance più brutalmente muscolari a cui abbia assistito da tempo. Concerto che ha lasciato tutti stupefatti a prescindere dalla propria estrazione o preferenze personali. Già qui ce ne sarebbe abbastanza per una giornata intera ma la realtà è che non abbiamo nemmeno cominciato, il tempo per un boccone e poi si va con gli headliner Paradise Lost. L’ultima volta che avevamo visto Nick Holmes quello “non aveva più voce manco per chiamare un taxi” (cit. Bargone) ma a ‘sto giro deve aver fatto un paio di gargarismi o qualcosa perché sta abbastanza meglio, soprattutto se si tratta di fare pezzi in growl (sugli altri fa più fatica). La cosa va bene perché nella prima parte suonano Gothic per intero, scelta secondo me non felicissima, dato che l’album ha alcuni pezzi ottimi (Eternal!!) ma preferisco le cose successive. La seconda parte dello show si apre con Embers Fire che è come spingermi un bottone. I prosieguo non è da meno: Hallowed Land, Pity The Sadness e altro che non ricordo ora. Gruppo del cuore; certo, se avessero fatto una classica esibizione best of era pure meglio. Manco il tempo di andare al cesso che si pone l’atroce dilemma Abysmal Grief vs Black Mountain, nonostante ci stia rimuginando da settimane non ne sono venuto a capo e allora da buon italiano decido di adottare una soluzione democristiana: un po’ di là, un po’ di qua. La prima parte la dedico ai genovesi che al solito hanno sul palco tutto il loro bel ciarpame mortuario da grattata di palle. Suoni fichissimi, band in grande forma, viva l’Italia e tutto il resto. Non mi risulta abbiano tirato vermi sul pubblico, di sicuro in Olanda avranno adottato standard igienici europei che non hanno permesso ai nostri di fare tutto quello che la loro arte gli imporrebbe. Maledetti burocrati di Bruxelles, i metallari cimiteriali di tutta Europa se ne ricorderanno in cabina elettorale alle prossime elezioni. Di là ai Black Mountain invece il concerto è bello avviato in piena fase dilatata e continueranno così fino alla chiusura, è tutto molto sul rilassato e sforano abbondantemente rispetto allo slot loro assegnato. Non so se il disco nuovo sia tutto così ma non mi dispiacerebbe. Su queste dolci note di sfascio si chiude il giornata numero uno.

RFTBD

 

Giorno 2
Belli riposati, ripuliti e rifocillati ci presentiamo nel primo pomeriggio allo 013 per adempiere anche oggi al nostro dovere di teoretici capelloni. Programma ancora una volta fittissimo che inizia con tali Mondo Drag che sul momento mi piacciono abbastanza ma che, data l’overdose successiva, oggi fatico a ricordare. Memorabile è sicuramente lo show di Diamanda Galas che apre l’evento organizzato da Lee Dorrian che porta il nome di Rituals For The Blind Dead (la sobrietà prima di tutto). Memorabile si diceva, ma non proprio per l’eccezionalità della proposta. Io cerco di farmela prendere sempre bene anche con le robe più assurde ma qui forse siamo un po’ oltre. Solo voce e piano, lei che alterna grida da azzuffamento di gatti ad appassionate ballate che narrano il suo amore per il vin brulé. Io e il Conte proviamo a scappare ma ci rendiamo conto che ci hanno chiusi dentro, siamo in trappola ostaggio della gattara satanica e senza birra che, in rispetto alla sua arte, hanno pure chiuso il bar. Cominciamo a pianificare un’evasione tipo Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz ma il tipo alla porta, sotto le pressioni del popolo, decide di cominciare ad aprire le porte tra un pezzo e l’altro e non ce lo facciamo dire due volte. Ci teniamo alla larga da tutto ciò finché non è ora dei Repulsion, che in onore al costume odierno suonano tutto Horrified e altra roba a seguire. Ad un certo punto Scott Carlson comincia a blaterare di “remember the fallen” e roba così e ho già capito dove vada a parare, ma io non voglio sapere, non lo voglio sentire, è un qualcosa che rifiuto e non posso accettare. Alla fine dice quello che deve dire, la band attacca con The Hammer e viene riportata in superficie la più amara delle verità: sono quattro mesi che viviamo in un mondo senza Lemmy. È una cosa orrenda dalla quale non ci riprenderemo mai. L’unica cosa sensata che riesco a fare e buttare giù un’altra birra. Heroes never die e quello che vi pare ma io qui ho visto gente adulta con le lacrime agli occhi. Bello, comunque.

RB2016-withthedeadSenza pause si passa alle glorie locali Death Alley che avevamo visto in patria in situazione molto differente, confermano tutto il bene di cui si era detto e anche di più. Coadiuvati da un paio di ospiti che li portano in differenti ambiti lisergici, tirano fuori uno show che va nella top assoluta della trasferta. Talmente bello che non mi faccio problemi a presentarmi in ritardo ai ben più blasonati With The Dead del ministro Lee Dorrian. L’album in realtà non è che mi avesse detto granché, in questa situazione sono più coinvolgenti ma secondo me è troppo facile essere fichi quando suoni a un volume del genere. Si cambia decisamente atmosfera con The Wand And The Moon (ottimi) e poi via verso i Pentagram. Partenza a palla con le prime tre del disco di esordio, Griffin come sempre in formissima, band molto compatta e il sempre più improbabile Bobby Liebing nel ruolo di nonnetto perverso che agita il pacco e fa le mossette. Non si può guardare e stupisce sempre che riesca a cantare a questa maniera, perché pare davvero uno che ha massimo due giri di palazzo. Bellissima la scenetta finale con lui che si finge morto (c’è poco da scherzare) e poi la distruzione finale dopo la sequenza assassina di Relentless, Last Days Here, Be Forewarned e 20 Buck Spin. Gruppi migliori del mondo, i caproni ci fanno ciao. Il climax odierno è stato raggiunto, approfitto del liberi tutti per andare a visitare l’Extase (il posto che ha sostituito la defunta Bat Cave). Il locale è carino, la sala leggermente più ampia (di poco) ma con una visuale migliore, quando arrivo stanno suonando gli Hair Of The Dog, trio scozzese dedito all’alcol e al r’n’r, stanno presi bene e me li vedo fino a chiusura della giornata che poi domani si ricomincia.

Giorno 3
Dato che siamo sì metallari ma abbiamo pure un bel livellino culturale, il terzo giorno decidiamo di andare a visitare la mostra di Bosch a ‘s-Hertogenbosch, impronunciabile località natale dell’artista. Mentre siamo in viaggio quel menagramo del Conte profetizza biglietti esauriti. Al botteghino la maledetta Cassandra si rivelerà corretta e come unica opzione ci viene proposta un entrata alle 6 di sera. Vorrei provare ad impietosire la cassiera con un dialogo pasoliniano tipo “a signò, abbia pazienza, ma come famo? Alle sei stanno a suonà i Beastmaker!!”. Alla fine decido di non sottopormi ad una simile auto-umiliazione e, con stupore della signora, rinunciamo alla proposta e ce ne andiamo. Ne approfittiamo comunque per un giretto nella cittadina tra cattedrali gotiche, panini alle aringhe e gli immancabili negozi di scarpe da ginnastica. Tornati in zona festival si ricomincia di slancio con gli Skepticism che mi scassano il cazzo dopo pochissimi minuti. Molto meglio va con gli Yodok III, che fanno quella roba minimal scoppiatona buona per il primo pomeriggio. Tra le altre cose, oggi va in scena la seconda parte del rito dei ciechi morti. Se il programma ieri era più composito, oggi si tratta in sostanza di una vetrina dei gruppi Rise Above. Il primo della lista sono i Galley Beggar che vanno molto sul folk tipo sagra della castagna, un po’ una lagna e non ce ne andiamo solo perché troppo intenti ad osservare un signore attempato che si lancia in pirotecnici balli tradizionali per poi andare in affanno e arrancare alla ringhiera. Il desiderio non troppo nascosto è un infarto in diretta del suddetto. Il brav’uomo sembra andarci spesso vicino ma alla fine si riprende sempre, mannaggia.

Roadburn-2016-Tau-CrossOk, è ora dei Tau Cross, forse la band che in qualche maniera ha maggiormente deluso le aspettative. Non che il concerto sia stato brutto ma l’avvio è sicuramente faticoso e quando alla fine sembra tutto essersi assestato e lo spettacolo ingrana è già ora di farla finita. Il paragone ovvio è sempre quello con una scopata che finisce troppo presto: meglio dell’astinenza ma resta qualche rimpianto. A seguire senza neanche mezza pausa ci sono Beastmaker, Carousel e Sir Admiral Cloudesley Shovell, tutti in forma smagliante e uno meglio dell’altro. Tre set eccellenti per diversi motivi, ci sarebbe da scrivere oltre ma qui rischio veramente di non finirla più. Fra tutto mi preme però di sottolineare che i Carousel hanno fatto una bellissima ballad dal sapore maideniano (Di Anno era). Una volta i gruppi dovevano per forza avere una ballata, era imperativo, oggi non ne scrive più nessuno. E invece il brano piacione è qualcosa di cui alle volte si sente la mancanza. Ci sarebbe da scriverci un pezzo apposito sull’ascesa e declino della power-ballad, in realtà è da un po’ che ci penso, magari stavolta lo faccio davvero. Pippe mentali a parte ora ci sono solo due parole che sia aggirano nella mia testa e sono Blood e Ceremony. Io e il mio caro fratello stiamo ansiogeni da ore (lui poi è uno che era andato in agitazione per gli Avatarium quindi potete immaginare il suo stato emotivo). Pur di assicurarci il posto ci presentiamo con un anticipo fuori misura e siamo quindi pure costretti a sorbirci un tizio che si chiama Russell Haswell e di mestiere suona i citofoni ad un volume da arresto (il mio sogno di quando avevo dodici anni). Una tortura indicibile che però verrà giustificata pienamente dal concerto fatto dai Blood Ceremony che non solo è il migliore del festival ma forse il migliore dell’ultima volta che li avevo visti. Alia O’Brien è fantastica e io la amo come non ho mai amato nessuna femmina. Canta da paura, suona il flauto, interpreta i pezzi in maniera fisica, fa headbanging sull’organo; ha veramente una presenza scenica unica, non riesci a staccarle gli occhi di dosso. Per me una così ridefinisce il concetto stesso di donna perché, pur essendo carina ma nulla più, ha una personalità che la rende una strafiga assoluta. Che poi la vedi prima o dopo il concerto se ne sta lì tutta timidina ma quando è sul palco si trasforma proprio, lo sguardo assume tutta un’altra lucentezza, non lo so manco io. “Questi oramai sono ad un livello tale che possono prendere pezzi a caso da qualsiasi album e ne esce fuori comunque un concertone” è il sigillo finale del Conte sulla band e non si può che sottoscrivere. Note a latere: la band deve essere particolarmente gradita agli ascoltatori latini dato che lo zoccolo duro sotto al palco siamo noi, un gruppo di Milano che c’è tutti gli anni, una omologa comitiva di spagnoli (con discrete fighe al seguito) e dietro c’erano pure dei franzosi; se mai mi dovessi riscrivere all’università, giuro che investigo meglio e ci faccio una tesi. È l’una del sabato, il festival per molti finisce qui, per altri ci sarà pure l’Afterburner e noi siamo fra loro.

neurosis-roadburn-2016Giorno 4 – Afterburner
Al quarto giorno l’atmosfera è di svacco completo e il clima è vacanziero. Alla fine però non è che Tilburg offre alternative di intrattenimento migliori del metallo, quindi sempre lì ci si ritrova. Si inizia con i Green Carnation ma non fanno per me, è quel tipo di classicità da assoli sulle montagne con i capelli al vento, non gliela faccio proprio e gli preferisco l’ennesimo giretto per bancarelle di dischi. Più tardi opto per i Blind Idiot God che Enrico mi riferisce essere seminali in non so quale assurdo sottogenere, ad un certo punto hanno delle derive quasi dub, io ho voglia di essere rintronato e me li vedo dall’inizio alla fine ché mi aggradano particolarmente. Ennesima imbarcata di proteine e patate fritte prima del passo successivo che sono gli Amenra, ossia l’ulteriore regalone che ci hanno fatto quest’anno. Credo di aver visto il nome in una delle edizioni passate e nulla più, invece sono una figata, una prestazione eccelsa pesantissima e intensa. Vedo che hanno un ultimo album pubblicato da Neurot (l’etichetta di Scott Kelly), da recuperare assolutamente. Il gran finale è affidato ai Neurosis che celebrano il loro trentennale. Nonostante siano impressionanti da svariati punti di vista secondo me la scaletta non è assemblata benissimo, troppi pezzi hardcore basici e una quantità esagerata di rumorini di raccordo tra un pezzo hanno allungato oltremodo il brodo e allentato la tensione in troppi punti. Se il set fosse durato la metà o poco più mantenendosi sui livelli con cui è iniziato (e finito), probabilmente staremmo qui a parlare dell’ennesimo trionfo. Ma non ci lamentiamo, eh. Oramai siamo davvero agli sgoccioli, le ultime band salgono sui rispettivi palchi e fanno calare il sipario su un’edizione stratosferica, difficile chiedere di più. Da Tilburg è tutto, linea allo studio.

 

9 commenti leave one →
  1. Lorenzo (l'altro) permalink
    21 aprile 2016 17:22

    I Neurosis la sera prima avevano fatto un altro set della vita, con tanto di Day of the Lord e chiusura con Through Silver in Blood. Perso i Blood Ceremony ma non mi lamento.
    Mi sento di aggiungere qualcos’altro:
    – Jucifer la sera prima del festival al Cul De Sac, hanno fatto un macello (bene o male? boh)
    – il giro black islandese (Grafir, Misþyrming, Naðra, Ulfmessa…) tutti concerti intensissimi e violentissimi
    – Der Blutharsch, dio mio, come gli Amon Duul II live a un raduno di partito (di un certo tipo di partito)
    – Hexvessel, bolliti
    – Oranssi Pazuzu: chi è riuscito a entrare? fila tipo distribuzione del pane in tempo di guerra
    – Night Viper (cercate, cercate)
    – I Converge con Chelsea Wolfe (e Steve Von Till), spiace per chi non c’era…

    Liked by 2 people

    • El Greco permalink
      21 aprile 2016 17:35

      eh lo so toccherebbe essere uno e trino, anzi pure di più.
      di quello che citi tu:
      – hexvessel concordo, li avevo visti un paio di anni fa mi erano parsi una palla
      – neurosis primo set, li ha visti enrico, magari ne parla lui.
      – night viper, li ha visti il conte e li ha graditi parecchio mi pare
      – converge blood moon: sta cosa mi perseguiterà…

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  2. analviolence permalink
    21 aprile 2016 18:21

    Aggiungerei anche i Dark Buddha Rising: allucinanti. Esperienza da ripetere al più presto, possibilmente da presi ancora peggio.

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  3. 21 aprile 2016 22:50

    cazzo c’erano i GISM

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  4. sergente kabukiman permalink
    22 aprile 2016 21:22

    anche quest’anno penso d’essermi perso qualcosa di grosso, anche se ancora non capisco tutto sto clamore per i converge, forse ho ascoltato la roba sbagliata, ma ad ogni mio approccio oscillavo tra la noia e il “meh” . pentagram e the skull: calci in culo a tutti

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  5. ignis permalink
    25 aprile 2016 08:59

    Qualcuno sa dirmi come sono stati i Nibiru? Grazie.

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Trackbacks

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