Addio al Re

Lemmy

Ricordo bene il momento in cui mia madre mi comunicò che Babbo Natale non esisteva. Lo fece con una delicatezza tutta materna, accovacciandosi di fronte a me, guardandomi negli occhi e prendendo le sue mani tra le mie. Rispose dolcemente alle incredule domande che il moccioso davanti a lei le rivolgeva, cercando di riportare nell’alveo della razionalità una sensazione che con la ragione aveva poco a che spartire. Penso spesso a quella scena, pur non riuscendo a collocarla in un preciso frangente spazio-temporale. I contorni sono sfumati, annebbiati dal tempo, ma quello che non svanisce è il sapore amaro della rivelazione, il senso di vuoto allo stomaco di fronte a una verità troppo assurda da concepire. Il rifiuto istintivo della bruttezza della realtà.

Questa mattina, rigirandomi nelle coperte, ho provato dopo molti anni una sensazione simile. Per chi ascolta la nostra musica, per chi la ama, per chi la vive, Lemmy ha rappresentato un elemento quasi irrazionale, una sorta di totem del tutto impermeabile alla vicende umane, l’incarnazione dell’essenza stessa del rock ‘n’ roll, che trascende la carne e diventa idea, simbolo, paradigma. 

Nessuno di noi ha realmente pensato che Lemmy un giorno potesse sul serio morire. L’abbiamo visto claudicante, è vero. Abbiamo assistito impotenti al declino fisico di una delle principali icone del nostro mondo. Abbiamo visto un uomo provato da decenni di eccessi ondeggiare davanti a un microfono, esitare, chiedere scusa al suo pubblico. Ma una parte di noi, in fondo, non ha mai smesso di credere che quel vecchio signore in uniforme fosse immortale. E ci abbiamo creduto perché era giusto, perché aveva un senso, perché nel nostro piccolo regno il ruolo di Re è sempre stato suo appannaggio. Nessuno lo ha mai messo in dubbio, come nessun bambino viene sfiorato dal pensiero che i regali sotto l’albero non siano opera di Babbo Natale.

La morte di Lemmy è uno schiaffo alle nostre illusioni, è una voce fuori campo che dice: “Cari amici, non illudetevi: tutto finisce”. È una figura cupa, per nulla materna, che prende a calci il capellone con le borchie che si agita dentro ognuno di noi. Lo stesso che qualche anno prima, dopo che sua madre gli aveva svelato una verità impossibile da accettare, andò a dormire covando ancora la speranza di risvegliarsi e trovare seduto ai piedi del letto un signore barbuto vestito di rosso. Lo stesso che oggi andrà a dormire covando ancora la speranza di risvegliarsi di fronte a un palco pieno di amplificatori, dove un altro signore barbuto accorda il basso, sghignazza beffardo e bofonchia al microfono: “We are Motörhead, and we play rock ‘n’ roll”.

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