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NASHVILLE PUSSY @ Traffic, Roma – 10.1.2017

13 gennaio 2017

nashville-pussy
Solo quando mi metto in fila al botteghino realizzo che nel giro di qualche minuto vedrò i Nashville Pussy per la terza volta in meno di un anno. Il fatto che l’idea di non venire non mi abbia minimamente sfiorato, nonostante il gelo che attanaglia la Capitale, mi lascia pensare che, se ne avessi la possibilità, andrei a un loro concerto ogni sera. In un mondo che non ha ancora del tutto metabolizzato la scomparsa di Lemmy (e che dubito mai lo farà), una band come i Nashville Pussy svolge un ruolo essenziale, perché consente di mantenere intatta quella sospensione dell’incredulità fatta di eccessi e maleducazione senza la quale il ragazzino con le borchie ch’entro ci rugge sarebbe irrimediabilmente cresciuto da un pezzo.

Le lunghe spire del capitalismo impediscono a me e al buon Ciccio di arrivare al Traffic in tempo per saggiare l’hard rock dei Lost Reflection e lo stoner queensofthestoneagiano dei Meet The Wolf, il cui gusto desertico avevo già avuto modo di assaporare qualche mese fa in apertura ai Dead Meadow. Peccato, un sistema più giusto regolerebbe gli orari lavorativi in base a quelli concertistici e non il contrario.
Incrociamo i fratelli Greco spiaggiati al bancone del bar con l’aria di due cowboy che hanno appena condotto una mandria di vacche nel ranch di famiglia e si stanno godendo la bevuta di fine lavoro. Li distogliamo dal loro meritato riposo alcolico per trascinarli verso il ricchissimo banchetto del merch, ma proprio in quel momento fa il suo ingresso nel locale lei, la Regina del Celebrità, Ruyter Suys in persona, con le poppe in bella mostra e un cappello alla Davy Crockett in testa. Io le avevo già dichiarato il mio amore incondizionato qualche mese fa, ricevendo in cambio una risposta che non riporto su queste pagine per evitare che la Polizia Postale chiuda il vostro amatissimo blog. Stavolta quindi mi tengo un po’ in disparte e coinvolgo Ciccio in una scrupolosa disamina della carrozzeria di Mrs. Cartwright.
Stefano invece è un signore, mica come noi bifolchi del Sud, e decide di offrire da bere a Ruyter. Peccato che nel frattempo sia apparsa dal nulla anche Bonnie Buitrago, attuale bassista dei Nashville Pussy, che dell’avvenenza delle precedenti non ha nemmeno l’ombra. Ma Stefano si conferma un signore, quindi offre da bere pure a lei e ci dimostra cosa significa essere un vero maschio alfa.

Ammirati da cotanta esternazione di virilità, ci dirigiamo sotto il palco, dove nel frattempo le donzelle sono salite ad accordare gli strumenti. Dal backstage spunta il sempre meraviglioso Blaine e le danze possono finalmente cominciare. Si parte con Pussy Time, tanto per mettere le cose in chiaro, e l’atmosfera diventa subito incandescente.
Blaine pare insolitamente sobrio, almeno rispetto a quella volta che ci collassò davanti per poi resuscitare miracolosamente dopo tre minuti di apnea grazie ai ceffoni della moglie e un sorso di whiskey.
Dietro le pelli non c’è più il possente Rob Hulsman, batterista dei Nine Pound Hammer che accompagnava in tour i Nashville Pussy fino a qualche mese fa. Al suo posto figura uno sbarbatello che risponde al nome di Ben Thomas e che se la sente talmente calla da avventurarsi verso metà set in uno degli assoli di batteria più insulsi che mi sia mai capitato di sentire.
Per fortuna non gli si presta troppo attenzione, dato che gli occhi di tutti sono fissi sulle movenze indiavolate di Ruyter Suys. Tettone calanti strizzate in un reggiseno troppo stretto e sventolate in faccia alle prime file, trucco sbavato, ghigno luciferino: è lei a tenere in piedi il circo sbattendosi in lungo e in largo, sparando assoli su assoli e aizzando un pubblico non numerosissimo ma piuttosto focoso. La foga è tale che a un certo punto, per la gioia di grandi e piccini, le si sbottonano i pantaloni. Ruyter non fa una piega, se li riallaccia e poi, per stare più comoda, si leva gli stivali texani e riprende a suonare scalza.

La scaletta attraversa tutta la discografia, con una massiccia preferenza per l’ultimo Up The Dosage, del quale vengono eseguiti ben sei pezzi, compresa l’emblematica Pussy’s Not A Dirty Word che chiude in grande stile la prima parte dello show. In mezzo il consueto carnevale di becero sudThe South Will Rise Againismo, ignoranza, ammiccamenti, birra bevuta direttamente dal cappello e inni esistenziali cantati a squarciagola. It’s only rock ‘n’ roll, baby.
Dopo la pausa di rito, la protagonista della serata diviene una bottiglia di Fernet-Branca, il cui contenuto viene golosamente trangugiato dai vari membri della band e spruzzato sul pubblico che poga al ritmo delle conclusive Struttin’ Cock e Go Motherfucker Go. Ciccio mi racconta che negli Stati Uniti, non troppo tempo fa, il Fernet-Branca era considerato un liquore di lusso, il che spiega parzialmente la fascinazione che i quattro redneck dimostrano per l’amaro milanese.
Al termine Ruyter si accascia davanti al suo amplificatore decorato con i colori della bandiera confederata e lì rimane con la chitarra in mano, immersa nei feedback e nel liquore, mentre i suoi compari rientrano definitivamente nel backstage e i roadie iniziano a smontare la strumentazione. Resta così  per diversi minuti, come svenuta. Ogni tanto uno dei tecnici le porge dell’alcol nel vano tentativo di rianimarla.

La sala è ormai vuota quando Ruyter lentamente si rialza. Raccatta la bottiglia di Fernet, si siede a bordo palco e inizia a lavarsi i piedi lerci con quello che avanza del liquore. Poi recupera il cappello di procione e barcolla verso il bar. Da qualche parte, lassù, Lemmy starà annuendo compiaciuto.

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