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Musica di un certo livello #27: MONO, SAOR

5 gennaio 2017

monoOk, parliamo dei MONO. Penso che sia la prima volta che si affronta l’argomento su questi onorevoli schermi, nonostante il fatto che più di uno qui li segua da tempo. L’anno appena concluso ha visto la pubblicazione di Requiem for Hell, nono full per la spettacolare band di Tokio. I giapponesi sono in giro da oltre una quindicina d’anni, durante i quali sono stati capaci di sfornare album sempre migliori. Difficile sarà farne un discorso completo, perché difficile è anche provare a trovare delle peculiarità che distinguono un disco dall’altro. Se, quindi, il lettore totalmente all’oscuro di questa splendida realtà mi chiedesse da dove cominciare per affrontare il discorso con un minimo di criterio, gli consiglierei sicuramente di partire dagli anni centrali e più maturi della loro carriera, con Hymns to the Immortal Wind e For My Parents (quinto e sesto album), due capolavori che aiutatemi a dire ‘capolavori’. Sono anche gli anni dello split coi Pelican. La carriera, tutta strumentale/sperimentale, di Takaakira, Hideki, Yasunori e Tamaki inizia dal più ‘classico’, diremmo oggi, post-rock (Under the Pipal Tree) per prendere poi una piega completamente diversa. Infatti, già dal secondo full, One Step More and You Die, si è in piena deriva shoegaze. Quello è un disco notevole, che amo, un poetico mandolinato talmente veloce, delicato, puro e preciso da far pensare che si stiano usando degli archi. Archi che, poi, attraverso un sempre più presente uso dei sintetizzatori, ma anche di complessi arrangiamenti orchestrali, verrano inseriti nei successivi due album, Walking Cloud… e You Are There, dove, però, le distanze si fanno siderali, i silenzi lunghi, le pause sospensive eccessive e dove l’amore per la musica classica travalica quella per i My Bloody Valentine, per intenderci. Come dire, restano due capitoli decisamente gradevoli, ma hanno saputo far di meglio. Questo, però, resta un discorso veramente personale. E qui torniamo ai dischi dai quali vi consiglio di principiare, quelli, cioè, dove meglio si fondono le due anime e le melodie sono più presenti e intuitive, proprio per questo sublimi. Dopodiché, tre ulteriori album, compreso quest’ultimo, dove il cosiddetto ‘gancio’ melodico si affievolisce e torna quella tendenza a troppo concettualizzare. Ribadisco, però, che i dischi dei Mono vanno dal capolavoro assoluto, all’ottimo. Fateli vostri il prima possibile.

saor-guardians-front-coverNeanche dei SAOR si è mai parlato (ma di questo ci sentiamo meno colpevoli). Anche Guardians, terzo album del polistrumentista scozzese Andy Marshall, nel suono ricalca perfettamente le origini del suo autore. Le cornamuse, il bodhrán e i violini sono gli elementi distintivi. La base è un black metal atmosferisco dove l’atmosfera stessa è il cuore di tutto. L’idea è quella di ispirare i brumosi paesaggi delle Highlands e delle brughiere del nord, nonché onorare i martiri della Scozia e cose del genere. Per riuscire nell’intento, Andy, che pretende di fare tutto, o quasi, da solo, utilizza un cantato volutamente distante, più che un cantato è una eco infatti. Funziona. Ciò che mi lascia un po’ perplesso, arrivato a questo punto in cui veramente esce fuori l’originalità delle sue idee, sta proprio nel non aver fatto il salto di qualità definitivo. Per esempio, mi sarei affidato ad un utilizzo della batteria più esperto, o forse meno ‘tradizionale’, per dar maggior liquidità e varietà al tutto, proprio al fine di rendere quelle atmosfere, già bellissime, ancora più efficaci. Con Guardians, pur venendo meno l’effetto sorpresa del precedente Aura che me li aveva fatti scoprire, l’asticella si alza ulteriormente. Fenomeno in crescita. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    5 gennaio 2017 10:42

    Moonlight dei MONO farebbe commuovere anche Vigo il Carpatico

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  2. bonzo79 permalink
    5 gennaio 2017 19:57

    Mono no prervenuti: dovrò recuperarli. Invece vado matto per i Saor, questo nuovo è colossale per me

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Trackbacks

  1. Chiudere baracca e burattini: FALLOCH – Prospice | Metal Skunk

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