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Musica da camera ardente #12

5 ottobre 2016

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Ci eravamo presi più di due anni di pausa dalla camera ardente, ma ci sono posti in cui tutti torniamo prima o poi, gli stessi dove tutti finiremo un giorno. Inizialmente avevo quasi dimenticato l’esistenza di questa rubrica, in un secondo momento avevo pensato fosse il caso di passare oltre e finirla lì. Del resto i generi trattati in questo contenitore non sono di certo fatti per abusarne; succede anche che periodi più felici della tua vita ti portino inevitabilmente a prendere le distanze da certe atmosfere. Di recente, però, mi sono imbattuto per caso in tre dischi che meritano una trattazione a parte, per uno dei quali, Skeleton Tree, ho avvertito l’urgenza di riaprire la camera affinché assolvesse nuovamente al suo compito di personale rimedio catartico.

Non volevo ascoltarlo, l’istinto mi diceva che avrei dovuto evitare questa volta. NICK CAVE, la sua musica, è capace di entrarmi dentro come poche altre; vivo i suoi dischi con un atteggiamento misto di scetticismo iniziale e totale identificazione poi. Mi tengo prudente forse perché non voglio subire una disillusione, anche questa volta mi tenevo cauto, non volevo finire bruciato, come invece è puntualmente avvenuto. Skeleton Tree è il disco più bello di Cave da parecchi anni a questa parte, da (boh) Murder Ballads?

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Se mettiamo da parte il Lazarus, che era veramente notevole ma tutto un altro stile, ci può pure stare come concetto. Skeleton Tree è dannatamente bello, e triste, maledettamente triste, pesante, sofferto, commovente, a tratti sembra veramente che pianga mentre canta. È noto e stranoto che l’album rappresenta l’elaborazione del lutto per la perdita del figlio appena quindicenne, gettatosi da una scogliera dopo un trip di LSD preso a male. Il concetto di disperazione messa in piazza non la mando giù facilmente, come anche quello dell’artista che vuole importi la sua liberazione dalla morte attraverso un requiem. Il lutto, per come lo indendo io, è personale ed è silenzioso. Da qui anche l’iniziale rifiuto, dovuto, però, fondamentalmente al fatto di essere diventato più sensibile di prima a certi temi, come quello del sopravvivere ad un tuo figlio che muore. Il disco era già pronto per metà quando, nel 2015, successe quello che è successo ma è inevitabile che le restanti registrazioni nonché il nostro ascolto sia infettato e compromesso nel bene o nel male da quanto accaduto. Secondo me, invece, Skeleton Tree è una punizione che Nick Cave ha voluto pubblicamente infliggersi per aver rappresentato agli occhi di suo figlio un modello per certi versi sbagliato cui fare riferimento, e se non sbagliato sicuramente pericoloso. Ne ha fatto anche un documentario One More Time With Feeling che non ho avuto il coraggio di andare a vedere.

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La migliore nuova proposta di quest’anno in corso è quella di Realms, l’album di esordio dei DARKHER, progetto minimal dal West Yorkshire capitanato dalla cantautrice Jayn Wissenberg, sostenuta dal marito Martin e da Shaun Taylor-Steels (ex Anathema e My Dying Bride). Un progetto che è un ritratto in seppia di Jayn davvero interessante e che, come d’uso di questi tempi, pesca da più generi, mettendo insieme anime diverse, e che partendo da un doom atmosferico di base, si sviluppa intorno a melodie eteree e dark ambient, con influenze post-rock. A tratti mi sembra la versione femminile dei My Dying Bride, a tratti una Chelsea Wolfe più cupa ancora, o una evoluzione dei primi The 3rd and the Mortal. Il mix di elementi diversi ci restituisce un disco dall’impatto sonoro notevole, difficile da decrivere a parole, la cui matrice è sicuramente un doom funereo ma non nell’accezione che siamo soliti attribuire a tale definizione. I regni di Jayn sono castelli diroccati, oscuri ed onirici, distanti e poco accessibili ma dai quali, una volta entrati, è veramente difficile uscire.

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Vorrei chiudere brevemente con due parole sui MINOR VICTORIES. Si tratta di una pseudo-band (dopo capiremo perché la definizione) nata in modo quasi estemporaneo che mi aveva non poco incuriosito, generando via via che ne apprendevo aspettive sempre più alte. Parliamo dell’omonimo e primo album della combo composta da Rachel Goswell degli Slowdive, Stuart Braithwaite dei Mowgai e Justin Lockey degli Editors (più suo fratello James). Il discorso sulle aspettive è autoesplicativo a questo punto. Pseudo-band perché, stando alle loro dichiarazioni, alcuni di loro non si conoscevano nemmeno personalmente ai tempi delle registrazioni, tipo si sono spediti le demo in vari momenti, qualcuno ha sovrascritto, poi qualcuno ha mixato, infine Tony Doogan, lo stesso dei Mogwai, ha prodotto. Parliamo, dunque, di un pop-rock mutevole, romantico, delicato e sfuggente che riassume abbastanza bene le sue diverse anime di origine. Mi aspettavo qualcosa di più innovativo, non so, o forse più spinto sull’elettronica; trovo invece un piacevolissimo compendio dei tre gruppi di riferimento, forse più spinto sugli Editors che sugli altri, ma sono sicuro che vi piacerà comunque. (Charles)

4 commenti leave one →
  1. Damocle permalink
    7 ottobre 2016 11:05

    L’ultimo di Nick Cave è veramente pazzesco.

    Liked by 1 persona

  2. Nicolas permalink
    10 ottobre 2016 10:55

    Quel gattino fotoscioppato sopra la campagna mi impone moralmente di non aprire il video. Mi fido sulla parola (scritta).

    Mi piace

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