DEPECHE MODE – Delta Machine (Columbia)

130124-depeche-mode-delta-machine13° album della carriera, un altro album che esce in coincidenza di un tour, Delta Machine sarà ricordato probabilmente come il disco dei bassi e dei toni cupi. Da una ventina di anni i Depeche Mode pare alternino un disco per i fan a un disco per sé stessi in cui fondamentalmente fanno ciò che gli pare. Quest’ultimo, che segue da un non proprio facile Sounds of the Universe, avrebbe dovuto essere il disco di impatto, piacione e strappalacrime che tutti si aspettavano invece è una via di mezzo che spezza la regola dell’alternanza democratica (diciamo così). Va detto subito che non è affatto un lavoro piatto come il precedente e sebbene di primo acchito sembra ne segua la linea è caratterizzato da una notevole complessità che rischia pure di peccare di presunzione (direbbe uno che non li conosce). Volendo fare una analisi logica direi che DM può essere diviso in 3 parti, il che presuppone un molesto track by track. La prima parte, quella dei pezzi più classici e con un più riconoscibile sound alla Depeche, efficacissimi e che si stampano subito in mente come Welcome To My World, Heaven (il singolone romantico), Broken con suoni cupi e introspettivi che piacevolmente ci riportano al periodo Some Great Reward (avrebbe dovuto essere questo il singolone romantico) e The Child Inside che ricorda la pacatezza di Songs of Faith and Devotion. Poi una seconda sezione fatta di minimalismo ed elettronica. E quindi Secret To The End (che viene dritta dritta dal repertorio 80s), My Little Universe, pezzo che cresce lento da un iniziale electro-pop alla Kraftwerk fino a delirare verso una trance da dancefloor (uno dei più belli e unici del disco che può aprire capitoli tutti nuovi per il futuro) e Alone caratterizzato anche questo da bassi pulsanti e modernissimi suoni alla ultimi Daft Punk. Infine, oltre a un paio di semi-filler (Soft Touch/Raw Nerve e Soothe My Soul) c’è la parte più alternativa e di sperimentazione composta da Angel, con un cantato che sa di Nick Cave ma che ricorda pure il coraggioso periodo di Ultra, Slow e il suo blues elettrico affascinante e carico di appeal, Should Be Higher principalmente caratterizzato dagli struggenti falsetti di Gahan e infine Goodbye dove torna il soft blues sintetico. Non ho trovato un pezzo brutto che sia uno ma non posso dire nemmeno che in Delta Machine vi sia una hit immortale di quelle che ricordi a vita e che portano a riascoltare il disco mille volte, come fu nel caso emblematico di Playing the Angel e -per restare negli anni ’00- in minor misura di Exciter che sebbene non fosse un disco vincente conteneva degli ottimi singoli. (Charles)

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