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Musica da camera ardente #10

25 settembre 2013

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Rispettati e realmente compresi nei paesi di lingua tedesca e russa, dove il genere è ancora seguito da molta gente, osannati e idolatrati da una cerchia fedelissima qui in Italia dove sono assurti allo status di band di culto. Senza nulla togliere all’estro di Angelo Bergamini, precursore su queste sponde del Mediterraneo di cotanta elettronica, non riesco proprio ad associarmi questa volta al pensiero comune. A dire il vero, già dal precedente Nightglory cominciavano a sorgermi dubbi e domande sul dove volessero andare a parare i Kirlian Camera. Essendo di ‘culto’ anche per me ho preferito tacere piuttosto che parlarne male ma se leggete in giro, soprattutto sulla residua carta stampata dell’epoca, quel disco fu incensato e ‘spammato’ praticamente ovunque. Va bene tenere alta la bandiera di quel po’ di musica da camera ardente che ancora si fa in Italia, ma non esageriamo e cerchiamo di anche di superare il senso di inferiorità che abbiamo nei confronti di Germania, Benelux e paesi dell’ex Unione Sovietica sparsi, dove magari i KC vengono pure trasmessi alla radio mentre qui da noi, in confronto, sono noti solo a un manipolo di persone. Noi italiani poi abbiamo questo vizietto di non essere mai stati capaci di tenerci strette le nostre vittorie e solo quando qualcun altro ne gode al posto nostro ci sentiamo in dovere di magnificarle senza il minino spirito critico, andando ben oltre il buon senso per il semplice voler ribadire che trattasi di ‘cosa nostra’. Basti pensare in generale al Made in Italy. Va da sé che il merito che universalmente dovremmo tutti riconoscere a Bergamini è stato quello di aver scritto, in tempi ormai remoti, album stupendi carichi di beat, darkwave, elettronica, pregni insomma di tutta quella meravigliosa pasta sonora creata da Joy Division, New Order, Kraftwerk che qui in Italia (posso supporre) non conosceva praticamente nessuno a quei tempi; di aver sperimentato senza guardare in faccia alle major (Virgin Records), dimostrando di non conoscere nemmeno l’esistenza della parola ‘moda’; di aver fronteggiato in quasi totale solitudine gli attacchi personali perpetrati da giornali probabilmente solo affamati di vendite (Der Spiegel li accusò, insieme ai Death in June, di avere atteggiamenti filo nazisti scatenando una violenta campagna diffamatoria dei cui perniciosi effetti hanno sofferto sicuramente di più i nostri, per colpa di un mero fraintendimento estetico); di aver resistito a tutte le possibile crisi (del genere musicale, del disco, dell’ispirazione), rigenerandosi addirittura con quella stupenda svolta stilistica che da Still Air (Aria Immobile) – merito dell’apporto di Elena Alice Fossi – ci porta fino a qui, a Black Summer Choirs.

La menzione di Still Air, il mio disco preferito dei Kirlian che consiglio sempre a tutti di rivalutare, non è casuale. BSC sembra volersi vestire nuovamente di quel nero abito per affondare nel pozzo di vuotezza in cui i suoni compatti e densi di Aria Immobile ti facevano precipitare. Purtroppo non ci riesce fino in fondo. Come anche Nightglory. È proprio tale senso di incompletezza a lasciarti prima estasiato, poi deluso, o almeno è quello che è accaduto a me. La piega che stanno prendendo Bergamini e la Fossi (qui sostenuti alla chitarra da Kyoo Nam Rossi, che noi conosciamo come batterista di Forgotten Tomb e Whiskey Ritual, e supportati live da Alessandro Comerio, bassista dei piacentini) non mi soddisfa molto e credo che non siano positivamente influenzati dai propri progetti paralleli attuali, i quali non si attestano probabilmente ai livelli di Stalingrad o Siderartica. Quando in un disco trovi 2/3 pezzi sublimi e tutto il resto piatto, io posso provare a spiegarmelo così e probabilmente mi sbaglio, ma tant’è. Comunque dategli un ascolto molto attento e fatelo pensando che questi signori sono stati capaci di fare cose come:

Si resta in Italia per parlare dell’ultimo gioiellino degli Spiritual Front, band molto amata da queste parti. In due parole, trattasi non di un nuovo full di inediti ma di una raccolta composta da brani recenti riarrangiati e soprattutto da pezzi appartenenti al primo periodo della loro carriera artistica, finalmente registrati come Cristo comanda. La storia musicale degli SF è molto facilmente riassumibile in due fasi ben distinte: la prima, quella folk ‘apocalittica’, dei primi due dischi, Songs For The Will e Nihilist Cocktails for Calypso Inferno; la seconda, quella pop (o suicide-pop come è stata infelicemente ribattezzata, quando prima si parlava invece di nihilist-pop) ma anche noir, pasoliniana, swing, western, mitteleuropea, in una parola cinematografica, dei due successivi Armageddon Gigolo e Rotten Roma Casinò. Open Wounds, doppio cofanetto di 21 tracce il cui secondo disco è tutto strumentale, va vissuto come la pura e semplice, splendida, prosecuzione di questa seconda fase, nonché come la perfetta chiosa di quella precedente dalla quale estrae singoli bellissimi, le cui idee ‘giovanili’, semplici e pure, vengono interpretate per mezzo della maturità compositiva odierna. In aggiunta anche inattesi ripescaggi dallo split con gli Ordo Rosarius Equilibrio del 2005. Come dire, il Fronte continua a non sbagliarne, una attestandosi a infallibile gruppo di avanguardia.

Qualcuno avrà riconosciuto nel signore coi capelli bianchi il mitico Sartana. Ancora una volta voglio ribadire quanto siamo tutti debitori di Elmore Leonard.

Ma andiamo avanti. Anzi torniamo indietro nel tempo. Pur essendo tecnologicamente aggiornato quanto lo è dal punto di vista evoluzionistico il dinosauro Ciro rispetto a una cinciallegra qualsiasi, c’è stata una breve ma intensa fase di attaccamento morboso al glorioso Olivetti 286 sul quale facevo girare a ripetizione sparatutto quali Catacomb, Wolfstein, Duke Nukem per arrivare al mitico Quake. Ma perché questa premessa? Perché per un piccolo nerd in potenza, poi realmente mai divenuto tale, leggere ovunque il logo dei NIN mentre si smanettava a Quake, i cui suoni e musiche erano stati elaborati da Trent Reznor stesso, ascoltandosi nel mentre The Downward Spiral, beh, era un bel daffare che inevitabilmente restava impresso a fuoco. Tant’è che il primo addio alle scene per motivi di salute non l’ho vissuto proprio bene bene. Ho preso con maggiore fatalismo il secondo per via della acquisita consapevolezza che uno come Reznor non sarebbe mai stato in grado di chiudere coi Nine Inch Nails per sempre. Il che infatti avrebbe coinciso con l’atto di mutilarsi o giù di lì, essendo i NIN per lui sin dagli albori né più né meno di un progetto solista al quale, nel corso di decadi, si sono associati anche altri nomi importanti che uno dovrebbe tenere sempre a mente ma che ora mi sfuggono. Ok, avanti la reunion e un nuovo disco di inediti. Inediti fino a un certo punto, però, perché la maggior parte dei brani di Hesitation Marks sono stati già suonati dal vivo prima della pubblicazione dell’album (il cui tour ha toccato mezza Europa e ha visto i NIN tornare in Italia nella data unica di Milano, questa estate insieme ai Tomahawk, che a quanto pare è stata pure fica). Tornando alla premessa, in quegli anni incredibili che vanno dal ’94 al ’97 circa era gioco facile collegare la figura di Reznor anche a film epocali e formativi quali Natural Born Killers, The Crow e Lost Highway e tutt’ora la semplice riconferma di grandezza avuta solo tre anni fa con The Social Network OST è la misura di quanto la storia personale dell’uomo sia indissolubilmente legata ai destini delle sue bands. Quest’ultimo fragoroso exploit, che ha dato il migliore contesto sonoro possibile alla già notevolissima pellicola di Fincher, aveva buttato le basi per un hype e, conseguentemente, un mostruoso castello di aspettative positive sul prosieguo della carriera di Reznor. Dato il tono della premessa il resto forse sarà intuibile: Hesitation Marks delude.

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Facendo slalom tra le miriadi di cavolate che avrete ormai letto sulla stampa generalista e non, sfuggendo allo stillicidio di paragoni e rimandi musicali antistorici, superando le posizioni più estreme, quasi tutte chine sul più facile incensamento acritico piuttosto che sul suo contrario, vi sarete già fatti un’idea di cosa l’ineffabile Trent stia cercando di spacciare. Un disco purtroppo piatto e per nulla innovativo, dispersivo, volto più a ripercorrere certe strutture musicali recenti e rumorini di più immediato appeal (Delta Machine) piuttosto che arrischiarsi in sbilanciamenti da stunt per stupire fino a sfidare la cacofonia, come in un non troppo recente passato. In modo quasi adolescenziale, potrei ancora credere alla purezza del personaggio, alla sua concezione di far musica al di là del soldo e al non voler farsi trascinare nel baratro del commercio video-musicale (sì, ma anche no). Potrei anche credere che la sua convinzione di dover staccare la spina per rigenerarsi sia un’esigenza reale e fisiologica, come credo invece che ogni suo ritorno coincida sempre con una rinnovata ispirazione che, nel suo complicatissimo testone, ritenga meritevole di esser condivisa. Tutto bello e perfetto tranne che proprio nell’ultimo punto. La maionese mainstream, che monta fino all’impazzimento collettivo, voleva un Reznor eroico e vincente cavalcare l’onda dell’intrinseco riconoscimento imperituro tributatogli da David Lynch nella recente bruttarella clip che accompagnava l’ascolto di un brano a sua volta bruttarello (visibile qui sotto per farvi venire gli attacchi epilettici). Una combinazione di doppio fallimento intellettual-modaiolo che piacerà pure a un botto di gente, ma che secondo me ci si poteva serenamente risparmiare, soprattutto allorquando è riconoscibile lungo tutto il disco la tangibile e non scontata presenza di buone idee (Various Methods of Escape e Running per esempio). Una presentazione vuota per un disco potenzialmente migliore ma che da sé basta purtroppo a segnare i limiti del secondo ritorno dei NIN, che consistono nell’annegamento di quelle poche buone idee nel mare del facile oblio ‘della copia della copia della copia’, come si recita in un brano. (Charles)

6 commenti leave one →
  1. ignis permalink
    25 settembre 2013 20:26

    Restituiteci Emilia !

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  2. Nervi permalink
    25 settembre 2013 22:52

    Stento a capire il come i NIN facciano ad avere un successo simile. Non sono di quelli che rimpiangono i tempi di The downward spiral o altro; ma proprio non capisco come alcuni osannino un gruppo, o quel che è, che scrive si e no tre brani decenti per disco.

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    • Charles permalink
      26 settembre 2013 10:19

      i NIN del 2013 godono ancora della lunga coda di effetti speciali e reality game vari ideati da Reznor per sopperire in certi momenti storici alla penuria di idee. ai tempi della loro prima esplosione mediatica e per tutti gli anni ’90 almeno i NIN finirono per rappresentare gli involontari portabandiera di un più ampio movimento americano di industrial e post-grunge malato e decadente che cercava di sopravvivere al fatto di non essere più underground e che andava dai My Life with the Thrill Kill Kult, a Rollins, agli Helmet, Machines of Loving Grace, Stone Temple Pilots e compagnia drogando, tutti gruppi più o meno assimilabili ai NIN per qualità/quantità di bella musica prodotta se non per certi versi superiori (My Life…)

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  3. MorphineChild permalink
    12 ottobre 2013 15:02

    non so se sia propriamente musica da camera ardente, ma a me l’ultimo dei NoSound è piaciuto da morire…

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  4. 21 ottobre 2013 17:34

    comunque i dij SONO una band con tendenze nazi o meglio sono “strasseriani” si rifanno alle SA, Pearce lo ha ribadito spesso
    purtroppo molti dei gruppio neofolk martial SONO nazi e gli spiritual front…lasciamo perdere vedo che ppiacciono sul sito…nono parliamo di ordo rosario equilibrio se la fanno con i gruppi come von thronstahl arditi toroidh…meta-nazi
    chissa’ fa brutto dire anche questo

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