TOMAHAWK – Oddfellows (Ipecac)

423171_440710259321241_507932677_nUna cosa è certa: al di là della qualità intrinseca, Oddfellows non passerà inosservato come Anonymous (che poi anonimo non era affatto). Le ‘uscite’ di Mike Patton di solito fanno discutere. Qualche mese fa rilasciò un’intervista su un blog australiano affermando che nel breve termine non avrebbe fatto nulla di nuovo coi Faith No More perché semplicemente non aveva piani al riguardo essendo, inoltre, la reunion nulla più di un divertissement. Più o meno nello stesso periodo Jim Martin, che non parlava da circa 10 anni, interrompeva la striscia positiva introducendosi nel circo mediatico con affermazioni interessanti circa la sua esclusione dalla reunion e informandoci sugli ultimi progetti solisti (qui un assaggio). Visto che non siamo i biografi di tutti gli ex componenti dei FNM la cosa, qui, è passata sotto silenzio. Del resto le esternazioni di Mike avranno sempre un riverbero maggiore e con lui fare dell’affettuoso gossip sarà sempre cosa gradita. Senza voler nulla togliere all’istrionismo del personaggio, un piccolo cappello critico bisogna farlo altrimenti si rischia di cadere nel banale. Visto che qui non siamo usi fare copia-incolla da Wikipedia o ripetere ciò che il tale tizio famoso ha scritto sul tale sito mainstream, non mi ridurrò a dire solo che Oddfellows ricorda Album Of The Year. Grazie al cavolo, tutto quello che fa Patton non può non ricordare almeno in parte qualcosa dei FNM. Inoltre sono o non sono stati acclamati avi -con AOTY soprattutto- di cotanta progenie alt-rock? En passant si metta qui anche un leggiadro ‘sti cazzi dell’alt-rock, insomma. Poi non dimentichiamo che i suddetti FNM, gli ultimi in particolare, erano il puro e semplice parto della ormai instabile mente di Patton il quale, con evidenze palpabili, faceva una fatica maledetta a rimanere imbottigliato tra le due dimensioni maggiori (l’altra, quella dei Mr. Bungle) che vivevano una fase di netto declino rispettivamente per fama e ispirazione. Il risultato di questa insofferenza espressiva sarà ambivalente e alcune delle cose che farà Patton saranno a dir poco indigeste, come i primi lavori solisti (Adult Themes for Voice e altri “rumorismi sega timpani”  successivi), come parte della produzione dei Fantômas e una quantità cospicua di inutili boiate buttate qui e là a pioggia per fare curriculum.

Qui veniamo al progetto Tomahawk. Esso nacque con una vocazione – mi si passi l’orribile definizione – più easy-listening e soprattutto più condivisibile per la massa di pubblico adorante ma disorientato dai continui giri di bussola. Il supergruppo, lo si è chiamato da subito. Di solito tanto mi basta per farmi stare sulle balle una band. Proprio in quanto altamente condivisibile il progetto Tomahawk non lambì neanche lontanamente le sponde del Director’s Cut (l’ultimo vero capolavoro schizoide di Patton) ma trovai il primo omonimo album più che degno del nome del suo padrone. Mit Gas fu ancora più comprensibile per il pueblo ma meno sfidante per quei pochi che ormai si trovavano a loro agio coi fischi, trilli e vomitate varie sul microfono. Sfido chiunque ad affermare, invece, che Anonymous fosse l’album geniale e sopraffino che tutti si aspettavano di sentire, alla terza botta poi. Con questo non voglio dire che non avesse una sua dignità ma piuttosto che, per via del carattere latentemente nativo-americano in salsa rock-barbecue un po’ fuori dal tempo e dagli stili ma caratterizzato comunque da una precisa identità, fosse più assimilabile ad un divertissement (per dirla come sopra) solista che a un vero e proprio disco dei Tomahawk. Una specie di dottorato di ricerca sugli indiani. Un lascito che i posteri potranno dimenticare senza tanti patemi d’animo.

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Per tali motivi e con questo spirito critico, ma anche con una buona dose di speranza nel beccare il discone dopo 6 anni di silenzio, ero curiosissimo di capire cosa sarebbe venuto fuori alla quarta botta. E niente discone, mi spiace. Da parte sua Oddfellows ha il pregio di voler tranquillizzare ulteriormente l’uditorio sfumando sempre più le anormalità sperimental-caricaturali che erano diventate la normalità di un Patton sempre più vittima – nel bene e nel male – di sé stesso. Il confine tra anomalia creativa e presa per il culo era diventato davvero labilissimo. Oltre alle vocine stupide alla Anal Cunt (mi sono venuti a mente loro che ci posso fare) con tanto di schiocco di dita fuori tempo, c’è anche del semplice e sporchissimo punk (Rancid), oltre a passaggi rappati vagamente buttati qui e là. Nonostante le apparenti intenzioni il prode Mike canta sempre meno ma parla e sussurra sempre più. Di direttamente assimilabile a AOTY ci sono quelle due/tre fasi in cui Mike sfoggia la sua ben nota attitudine a giocare col microfono creando calde e intime atmosfere da crooner (del piano bar del Costa Concordia, ormai), per il resto non c’entra una mazza. Vi prego di contraddirmi ma mi sembra anche calato di voce sia in termini di estensione pura che di profondità baritonale e i falsetti non sembrano più quelli di un tempo. Oddfellows rimane comunque un disco mainstream (niente di male di per sé) intanto perché i Tomahawk del nuovo corso (qui, oltre al singolo, anticipammo i dettagli sulla nuova line-up) sono ancor più di prima l’antipatico supergruppo e in seconda istanza perché il disco è un disco facile facile che puoi far sentire anche alla zia scema senza che le venga un attacco di cuore, notizia assai infausta per tutti quelli che stanno cercando un modo per disperdere il parentado molesto. La copertina con gli animaletti tranquillizza anche i più timorati di Dio. L’intelligentone di turno mi dirà poi che si tratta di una tavola del famoso fumettista ‘tal dei tali’ che ha fatto ‘questo e quello’, ma rimangono pur sempre pupazzetti. Come ci sarà pure qualche fan terminale che vorrà sostenere, contro ogni evidenza oggettiva, che si tratta di un discone, ma rimane pur sempre un lavoro discreto. Detta fuori dai denti, secondo me, la caratteristica principale dei Tomahawk era e dovrebbe continuare ad essere la coolness, cioè l’essere fighi oltre ogni ulteriore considerazione. Infatti i primi due dischi, pur essendo pieni di difetti, erano davvero energetici, colpivano l’immaginario e lo stomaco. Questa cosuccia ti faceva anche dimenticare di aver skippato uno o due brani inutili o riempitivi. In Oddfellows, ahimé, la quantità di coolness per centimetro quadrato è inferiore alla media storica: Oddfellows, Stone Letter, South Paw, Choke Neck, Typhoon; 5 su 13 è davvero pochino. (Charles)

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