Vai al contenuto

Una storia di Mike Patton. Prima parte – gli anni novanta

14 settembre 2010

DISCLAIMER: Questa non è e non vuole essere La storia di Mike Patton; è piuttosto una sorta di riepilogo basato soprattutto su memorie personali, sui dischi che ho ascoltato e sui concerti che ho visto.

con pizzetto scimmiesco alla vecchia, era Faith No More, 1992 ca.

 

I Faith No More stavano per sciogliersi già nel 1995, all’indomani di King for a Day… Fool for a Lifetime. Motivo ufficiale: le scarse vendite dell’album e l’impossibilità di trovare un chitarrista fisso come rimpiazzo di Jim “Big Ugly” Martin. Motivo reale: probabilmente non lo sapremo mai. Poi non se ne farà niente, ma intanto Mike Patton non era comunque rimasto fermo a guardare: negli ultimi sei mesi dell’anno è sul mercato con due album, la ristampa in CD di Elegy di John Zorn (composizione suddivisa in quattro “movimenti” tra musica da camera, minimalismo e noise, dove Patton contribuisce con vocalizzi assortiti) e soprattutto Disco Volante, secondo album dei Mr. Bungle – e, perlomeno a parere di chi scrive, capolavoro assoluto del marchio nonché tra i massimi picchi di eccellenza mai raggiunti nell’intera carriera dell’uomo – con cui intraprenderà uno spossante tour europeo. È proprio durante quel tour (e nel precedente giro del mondo con i Faith No More per promuovere King for a Day) che Patton plasma e assembla, nelle camere d’albergo che di volta in volta lo ospitano, il radicale Adult Themes for Voice, pubblicato l’anno successivo sulla Tzadik di John Zorn. Il disco, registrato servendosi unicamente di un microfono e un rudimentale quattro piste, comprende trentaquattro pezzi in cui Patton fischietta, geme, batte le mani, ma soprattutto spinge lo strumento-voce ben oltre i limiti fisiologicamente consentiti; un catalogo di misfatti vocali virtualmente inesauribile che, ne siamo convinti, avrebbe fatto sorridere la buonanima di Demetrio Stratos, un tour de force epocale che trova unici precedenti nell’improvvisazione brutale del maestro Phil Minton oltre che nei dischi per sola voce di Diamanda Galas. Il peso di un ascolto comunque decisamente ostico viene alleviato da sdrammatizzanti titoli del tenore di Red mouth – black orgasm, Pneumonia with complications, Screams of the Asteroid, Catheter, Orgy in reverb (10 kilometers of lust) e via delirando, fino al mio preferito Hurry up and kill me…I’m cold (per la cronaca, il pezzo dura sei secondi).
Nel 1997 i Faith No More tornano sul mercato con Album of the Year; da par suo, Patton prende parte all’impossibile progetto House of Discipline assieme a Bob Ostertag e Otomo Yoshihide, improvvisazione brutale a base di rumorismi assortiti segatimpani e vocals trasfigurate. Il trio esegue due soli concerti, uno a San Francisco e uno a Bologna, una delirante performance nel corso del festival AngelicA a base di fulminei set in cui ognuno interrompe l’altro servendosi di urticanti trombette da stadio azionate con frenesia sempre crescente (fino ad arrivare a intervalli di pochi secondi l’uno dall’altro); io c’ero e i miei timpani se lo ricordano ancora.
In estate esce, sempre su Tzadik, il suo secondo disco solista, il micidiale e marinettiano Pranzo Oltranzista: sottotitolato “Musica da tavola per cinque” e realizzato assieme a musicisti del giro di John Zorn (Marc Ribot, Erik Friedlander, William Winant e Zorn stesso), l’album – seppure suddiviso in undici tranches dai deliranti titoli in italiano – è concepito come un’unica pièce in cui convergono dodecafonia, ambient, noise, sperimentazione vocale e musica futurista. Detta così sembrerebbe una gran rottura di coglioni per accademici con la pipa, invece è e a distanza di quasi quindici anni rimane una delle esperienze più esaltanti mai udite, un disco letteralmente indescrivibile, inafferrabile, impossibile da raccontare, comunque sempre altrove.
Parallelamente, ricominciavano a circolare voci sempre più insistenti di un’imminente dissoluzione dei Faith No More; che avviene, puntualmente, in seguito ai guadagni ancora più magri totalizzati da Album of the Year (che è un gran disco, ma in quegli anni si guardava sempre avanti e un gruppo con più di cinque album alle spalle veniva considerato vecchiume). Il tour mondiale passa comunque da Bologna il 31 agosto 1997, al Parco Nord; come gruppo-spalla ci sono gli Eels, che avevano da poco pubblicato l’esordio Beautiful Freak. Nel 1998 Patton esce con “soltanto” un disco, il collettaneo Weird Little Boy, una gran caciara impro-noise a base sostanzialmente di sibili, fischi e scariche di onde radio alla cazzo di cane, il tutto suddiviso tra “suite” di dieci minuti e scoreggette di novanta secondi. Tutto il materiale è stato registrato in un solo giorno courtesy of la longa manus del solito John Zorn; anche i musicisti coinvolti sono più o meno gli stessi amichetti, con la novità che stavolta alla chitarra c’è Trey Spruance. Il disco fa talmente schifo che, chi prima chi poi, tutti i musicisti hanno preso vigorosamente le distanze dal progetto (che fortunatamente non ha mai avuto un seguito). Mike aveva comunque altro a cui pensare.

I Fantomas, la Ipecac, il malocchio.

probabilmente lo scatto più celebre dei Fantomas (2001 circa)

 

Pare che il primo nome del nuovo gruppo di Mike Patton fosse Phantomas, poi cambiato in Fantomas perché una fattucchiera gli aveva detto che chiamare un gruppo col “ph” portava sfiga.
Il 1 aprile 1999 (data sicuramente scelta di proposito, conoscendo il personaggio) Patton assieme al socio Greg Werckman (ex dipendente alla Alternative Tentacles di Jello Biafra ed ex singer dei fenomenali DUH) vara l’etichetta discografica Ipecac, il nome viene dalla radice da cui si ricava il più famoso sciroppo al mondo per indurre il vomito. La politica di gestione è ben chiara ai due fin dall’inizio: niente videoclip, pochissima pubblicità, contratti di un album per volta, distribuzione capillare e tirature ridotte. La prima uscita è anche l’esordio, omonimo, della nuova band di Mike, i Fantomas (il modo corretto di scriverlo sarebbe Fantômas, col circonflesso sulla “o”);  il disco dovrebbe essere la sonorizzazione di un episodio dell’omonimo fumetto dal titolo “Amenaza al Mundo” (da molti scambiato, erroneamente, per il titolo dell’album), un pezzo per ogni pagina corrispondente, senonchè nella tracklist manca la traccia numero tredici (sostituita con un colpetto di batteria a sfumare), perché la solita fattucchiera aveva avvertito Patton riguardo agli influssi nefasti di tale numero (che per gli americani è un po’ come il 17 per noi). Prodotto da Billy Anderson insieme a tale Gummo (indicato nei credits come assistant engineer, nientemeno), voleva essere, nelle intenzioni del gruppo, “la nostra definizione di ‘grindcore’“; in realtà col grindcore c’entra poco o nulla, gli unici punti di contatto sono la quantità e la brevità dei brani (trenta, tutti intorno al minuto e mezzo), oltre naturalmente ai blast-beat sparati a profusione da un Dave Lombardo in gran forma post-terzo album dei Grip Inc. Musicalmente sembra di sentire i Mr. Bungle del primo disco però meno gratuitamente ipertecnici, ipervelocizzati e con una produzione da disco sludge pulito (ammesso che il concetto possa avere un senso), con derive post-metal e art-metal il cui solo difetto è avere influenzato irreversibilmente successive legioni di incapaci. Le successive uscite Ipecac per il 1999 saranno il crasso The Maggot dei Melvins (IPC-002), il casinaro She dei Maldoror (IPC-003), estemporanea collaborazione tra Patton e Merzbow, ancora Melvins con il disimpegnato The Bootlicker (forse il disco più easy listening di tutta la loro carriera), infine Let’s Get Busy dei Kids of Widney High, ovvero gli allievi dell’omonima scuola speciale per ritardati mentali che cantano le loro canzoncine sopra basi elementari suonate all’occorrenza da insegnanti e session men. In tutto questo, Patton trova il tempo di registrare e pubblicare (via Warner Bros.) il terzo – e, ad oggi, ultimo – album dei Mr. Bungle. California esce nell’estate 1999, il periodo adatto: è un disco solare, fresco e frizzante come una cocacola ghiacciata a mezzogiorno, permeato al tempo stesso di un inquietante alone dolciastro di falsa allegria da famiglia-modello americana anni ’50 che colpisce nel profondo, fino alla soglia del fastidio e oltre. Forse è giusto che rimanga l’ultimo disco dei Mr. Bungle.

10 commenti leave one →
  1. NUNzio permalink
    27 settembre 2010 15:32

    Quando ascoltai Adult Themes For Voice immaginavo di trovarmi difronte ad un disco sulla falsariga di quelli per sola voce di Demetrio Stratos…invece mi trovo ad ascoltare un disco di rumoracci vocali fatti con un microfono filtrato…bah!
    Interessante, non c’è che dire, ma a voler essere sinceri a parte il recente MOndo Cane, per ascoltare i dischi di Patton bisogna averci la fissa, più che altro!
    Detto ciò, Pranzo Oltranzista è molto bello.

    Mi piace

Trackbacks

  1. Mike Patton e l’insano cazzeggio « Metal Shock
  2. 32 piccoli film su Mike Patton « Metal Skunk
  3. TOMAHAWK – Oddfellows (Ipecac) « Metal Skunk
  4. TRANSATLANTIC @Alcatraz, Milano, 2.3.2014 | Metal Skunk
  5. I MORDRED si riuniscono e raccolgono fondi per un ep | Metal Skunk
  6. Avere vent’anni: ottobre 2015 | Metal Skunk
  7. WE CARE A LOT: i Faith No More tornano a suonare dal vivo con Mosley | Metal Skunk
  8. DEAD CROSS – st | Metal Skunk
  9. Decora la casa per Natale con i consigli di Metal Skunk | Metal Skunk

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: