Musica da camera ardente #2

“We are of Goth, always”

La scorsa volta mi sono concentrato sul folk apocalittico e dintorni ma non vorrei passasse l’idea che qui si tratti solo quel genere. Al contrario intendo questo spazio come un luogo di divagazione totale. Quindi niente fronzoli e passiamo ai fatti che c’è un sacco di roba di cui parlare. Ho sempre tenuto in gran conto i lavori di VOLTAIRE. Non mi riferisco al filosofo illuminista (che pure mi ha allietato molte serate) ma ad Aurelio Voltaire Hernández un cantante di origini cubane emigrato ancora bambino nella grande mela. Un personaggio sul quale mi piacerebbe dilungarmi parecchio (magari un giorno ci farò un noiosissimo speciale di dieci pagine che nessuno leggerà) ma preferisco tratteggiare un quadro generale per incuriosirvi, sempre che vi piaccia il genere darkwave goth cabaret e sempre che esista realmente qualcosa del genere. In effetti tutti i lavori di Voltaire (che ha scelto giustamente il secondo nome per farsi ricordare artisticamente) sono di difficile inquadramento, anche per un incasellatore professionista. La prolifica e anticonvenzionale Projekt Darkwave lo ha accolto a braccia aperte, come ebbi modo di anticipare qui, e ne sta curando una crescita musicale che apprezzo sempre di più. In To the Bottom of the Sea, ultimo studio album di cui ritengo sia interessante parlare, riprende da dove aveva iniziato agli albori della sua carriera con The Devil’s Bris, ovvero dal folklore gitano con un’aggiunta però di scene di vita piratesca, ubriaca ed errabonda. La struttura dei brani è essenziale e catchy: alla base c’è un violino onnipresente a cui si lega una fisarmonica e un pianoforte alla Tom Waits. Per la maggior parte sono brani veloci ed ironici tranne la ballata, This Sea, da ascoltare a tutti i costi. Questa è musica da stamberghe per reietti della società o da bettole in cui vecchi marinai ed ex pirati spiantati e senza quattrini si riuniscono per tracannare pinte di pessima birra annacquata e rum invecchiato in botti putride. Un cubano dotato di un’ironia coinvolgente, un pizzetto ed un cilindro, che cresce a New York, che diventa professore di arti grafiche ed autore di fumetti goth alla Burton e che musicalmente si ispira alle musiche balcaniche non può non destare curiosità. A proposito di super alcolici ed ubriacature epocali, passiamo da New York City a Bristol a casa di uno che di stati di alterazione mentale se ne intende: MATT ELLIOTT. Indimenticabili i primi due “… Songs” ovvero Drinking Songs e Failing Songs del 2005 e 2006, assolutamente perfetti ed indispensabili nelle occasioni per le quali si fanno rispettivamente bandiera. Durante (e dopo) il lungo e mutevole periodo dark folk, ma strafattone alla vecchia maniera come piace a noi, Matthew si è dedicato ad un interessante progetto di elettronica chiamato The Third Eye Foundation, mosso più da paranoia mescalinica che da depressione post sbronza. Nel 2010 ne è venuto fuori The Dark: cinque lunghe tracce di soli campionamenti drum n’ bass rutilanti, inquietanti, desolanti ed ossessivi. Del resto come dice lo stesso Matt “Bristol è un città adatta per fare questo tipo di musica, restando nella tua camera perché non c’è niente da fare, tranne stare seduto col tuo Akai e tirare fuori trip-hop, drum n’ bass o qualcos’altro” e noi gli crediamo sulla parola. Il ragazzo merita ma va preso con le pinze. Ritorniamo al mondo Projekt e al cosiddetto cabaret con i BLACK TAPE FOR A BLUE GIRL, sì perché anche loro con l’ultimo album 10 Neurotics definiscono la propria musica come tale. A ragion veduta i primi tre brani di questo decimo lavoro in studio rispecchiano in toto lo stile dark cabaret anche se le sonorità spiccatamente Nickcaviane tendono a schiarire di molto il loro cielo ideale solitamente plumbeo. Non mi convince affatto tutta questa serenità. Da The Perfect Pervert in poi ricomincio ad ascoltare i BTFABG che piacciono a me: eterei, ambient e dannatamente depressivi come in I Strike You Down, o con qualche divagazione alla Joy Division. The Pleasure in the Pain è tra le migliori songs dell’album e la clip un po’ sado-fetish che lo accompagna merita tre minuti della vostra vita (quel sinistro personaggio alle tastiere è Dio Sam Rosenthal fondatore del gruppo, creatore e domine absolutus della Projekt Records, mecenate, guru e spirito guida vivente dell’ambient darkwave). Il riferimento intellettuale principale è il Vaudeville ma qui e là si sente ancora qualche reminiscenza di neoclassicismo tipico di The Scavenger Bride o dell’esotismo di This Lush Garden Within. È un album di cambiamento e transizione (più chitarra e meno elettronica e c’è pure una batteria) e sicuramente non è la migliore produzione della lunga carriera di Sam ma dopo il divorzio da Lisa Feuer, avvenuto in seguito alla pubblicazione di Halo Star, e dopo gli inevitabili problemi di cambio line-up e riassetto di uno stile consolidato da anni non ci si poteva aspettare di meglio secondo me.

da grande voglio essere come lui

Se vi piacciono Cocteau Twins, Mira, Lycia e Love Spirals Downwards allora non potete non ascoltare gli AUTUMN’S GREY SOLACE, ultima pesca per oggi dal mare magnum della Projekt, lo prometto. C’è poco da dire in questo caso ovvero che gli AGS ricalcano perfettamente il solco della tradizione scavata dai suddetti rimandi nonché da loro stessi, avendo ormai alle spalle una carriera decennale. Eifelian, sesto ed ultimo album, è un viaggio interminabile nel vuoto pneumatico. Per gli amanti delle voci paradisiache e per tutti quei Visitors a cui manca la beatitudine che solo la regina Anna sapeva regalare loro. No anger, no fear, no death, you’ll never be alone.

dopo l'ascolto di Mortiis a Kyle Hobbes glie prudono le mano

Proviamo a riprenderci un po’ da questa atmosfera di sopore cosmico e stronchiamo qualcuno, uno a caso: MORTIIS. A volte mi chiedo se esistano ancora persone su questo pianeta che continuano a comprarsi i cd di Mortiis. Devo dire che m’è sempre stato simpatico con quel suo lungo nasone, quell’atteggiamento da sfigato e quelle copertine improponibili ed ammetto che le prime esternazioni musicofile del nano malefico non erano nemmanco da scartare aprioristicamente. Cioè, ci vogliono le palle per proporre ‘sta roba qui. Quei pezzi medievaleggianti interminabili, ripetitivi, fatti con la tastierina Bontempi che si usava alle scuole elementari, sortivano un certo effetto ipnotico e alla fine ti convincevano pure. Non lo seguo da una vita, non so cosa abbia fatto nel frattempo e nemmeno ho voglia di informarmi ma mi è capitato per puro caso tra le mani questo Perfectly Defect uscito l’anno scorso. Com’è? E come volete che sia, una schifezza. Un’immonda mistura di Marilyn Manson di Antichrist Superstar, trip-hop da accattonaggio e The Prodigy di The Fat of the Land. L’unico brano che merita è Sensation of Guilt suonato, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, con quelle stesse tastierine che accompagnavano i nostri interminabili fanciulleschi pomeriggi rave al doposcuola. Ma basta ciance, passiamo all’elettronica fatta come si deve e cominciamo con l’Electronic Body Music dei tostissimi FRONT LINE ASSEMBLY. Questo Improved Electronic Device forse è al livello dell’immenso Hard Wired e del notevole Millennium (che videro entrambi la collaborazione dell’intelligentissimo Devin Townsend alle chitarre), ma più veloce e ballabile. Non mi avventuro in descrizioni di generi che, pur apprezzandoli ampiamente, non mi competono totalmente ma posso affermare con indubitabile certezza che i Rammstein sono tra le citazioni di questo lavoro made in FLA, oltre al classico latex e all’extreme bondage (enjoy the clip).

Come spesso accade entro in fissa in modo monomaniacale e senza motivo per un gruppo a caso. Questa è la volta dei RATATAT, duo newyorkese di elettronica per soli sinth e chitarra che ammicca al mondo alternative/indie. Propongo di salvare questi due ragazzi dalla crudele ed indiscriminata mattanza di indieboi che Ciccio sta organizzando con le sue truppe di vecchi trashettoni sfatti e cirrotici ergastolani reclutati nelle peggiori galere della Bay Area. Al di là delle fatue mode e del life style insopportabile i giovinotti fanno della gran musica strumentale e sono al quarto album con LP4, dal titolo non molto fantasioso non c’è che dire. Se non li conoscete sentite questo brano dal loro secondo Classics, se invece già li conoscete: bravi. Adesso basta, voglio concludere ma con un altro duo che ho sempre adorato: gli astronauti francesi DAFT PUNK che, come dire, rappresentano un po’ il culmine dell’evoluzione umana. Forse esagero però intanto vi beccate questo poi ne riparliamo. (Charles)

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