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Musica da camera ardente #13

15 dicembre 2016

canaan

Sto pensando di istituzionalizzare un epitaffio a chiusura di ogni puntata di questa rubrica, due parole, che so, una piccola bio, di volta in volta, su persone del calibro di Mauro Berchi, Riccardo Prencipe, Corrado Videtta, Alfredo Notarloberti, Alessio Sica, Giovanni Pagliari, Francesca Nicoli, Vittorio Vandelli e tutti gli altri che non ho citato e che spero, se dovessero capitare a leggere queste quattro righe, mi perdoneranno per questo, perché si parla troppo spesso di musica italiana a vanvera, la gente se ne riempie la bocca e sproloquia banalità senza sapere fondamentalmente nulla di essa, quindi, giusto per rimettere un po’ in ordine le priorità. Oppure recuperare quella vecchia proposta che mi fece Ciccio Russo, uno speciale sulla scena italiana, che doveva partire proprio da Ras Algethi, CanaanAtaraxiaArgine, Lupercalia e Corde Oblique (segnalo ai piu distratti che anche Ataraxia e Corde Oblique quest’anno ci hanno regalato delle novità, ne parleremo sicuramente); chissà, forse i tempi sono maturi, l’impresa resta titanica ma se quei nomi non vi dicono niente e anche solo uno di voi vorrà leggerne allora, forse, la proposta diventa un obbligo, anche perché scrivendone faremmo fondamentalmente un favore a noi stessi, sempre se scopriamo di essere all’altezza del compito. Oggi, allora, iniziamo proprio da Mauro Berchi e dai suoi CANAAN. Diceva da qualche parte Matteo Cortesi, non ricordo dove/quando, che un disco dei Canaan è qualcosa con cui devi fare periodicamente i conti. Il tempo passa, a volte lento, a volte no, scandito sempre e comunque nella sua routinaria malinconia/euforia da quei due o tre eventi che più spesso ti fanno dimenticare chi sei, chi eri, di quanto invece alimentino il tuo essere. Ci pensano i Canaan a ricordartelo, puntualmente; l’angolo buio della personalità che avevi rimosso, perché sul lavoro, nelle relazioni umane, familiari o amicali, anche quelle più strette, ci vogliono generalmente sorridenti e senza pensieri, assertivi, ma che invece è sempre lì, dormiente, soffocata da mille altre più o meno effimere incombenze, dalle distrazioni, è quella parte che non emerge più di sua sponte perché non hai più tempo per l’introspezione fine a sé stessa, per il dialogo interiore, per la noia e la paranoia, e ti restano i pochi minuti di buio e silenzio da quando spegni la tv o il pc a quando dormi. Quello è il momento buono per mettere nelle cuffie il nuovo disco dei Canaan e passare la più lunga delle notti insonni da anni, immerso, affondato nel pozzo, nella recondita nicchia interiore, fare i conti col tuo vero io, averne paura, rimuovere. Il Giorno dei Campanelli, ovvero diffidare sempre di chi non ha un lato oscuro.

romeContinua imperterrita la produzione di Jerome Reuter, il quale, insieme a un altro nome spesso sentito su queste pagine, Kim Larsen, è oggi il miglior neofolker in circolazione. Se siete, infatti, aggiornati sugli ultimi lavori dei ROME e degli Of The Wand And The Moon, vuol dire che siete aggiornati sull’80% di ciò che conta al momento. Poi ci sono i Death In Rome, e quello rappresenta da solo il restante 20%. I grandi nomi del genere sono scomparsi o in fase di caduta libera, spirituale e compositiva, da un pezzo e, se non volete limitarvi a ripercorrere le antiche gesta dei defunti, o perdervi nella miriade di piccoli exploit, non vi resta che fare quanto segue: primo, recuperare, per cultura personale, ciò che è uscito a nome Rome dall’impegnativo Die Æsthetik der Herrschaftsfreiheit del 2011 fino all’anno scorso, secondo, dare una rapida scorsa al mini Coriolan, concept new wave uscito quest’anno sul più famoso eroe shakespeariano, per dedicarvi totalmente all’ascolto dell’ultimo nato, The Hyperion Machine. Salto la sfilza di superlativi assoluti e provo a convincervi dicendo (almeno quei tre o quattro di voi che sanno di cosa parlo) che questo è il vero e unico erede del capolavoro risalente a ormai sei anni fa, Nos Chants Perdus. Ringraziatemi pure.

wardrunaMentre constato una ulteriore battuta d’arresto, questa volta significativa, per i Black Tape For A Blue Girl, con quest’ultimo These Fleeting Moments, che mi conferma la brutta e lunga fase decadente degli americani che va avanti ormai da quasi quindici anni (sulla quale, quindi, non saprei veramente cosa aggiungere), passo agilmente e concludo la puntata con un nome che a molti non avvezzi al genere è comunque noto: WARDRUNA. E se prima eravamo in tre a ballare l’Hully Gully, adesso saremo massimo in due. Sì, lo so, qui dentro i Wardruna sono considerati una rottura di palle (il ché è parzialmente vero) e chi ha potuto (Ciccio, Giuliano) ne ha parlato male. A me, invece, gli Skuggsja di Selvik e Bjornson erano garbati non poco proprio perché più forte si sentiva in quel progetto l’influenza dei Wardruna. Tre gli album a nome Runaljod fino ad oggi, gap var Ginnunga, Yggdrasil e Ragnarok, che trattano i temi classici dell’epopea norrena e utilizzano una pletora di strumenti tradizionali. L’ultimo, che vede l’assenza di Gaahl, riesce ad essere anche più lento dei precedenti. Il mio preferito resta il primo, ma a quest’ultimo gli concederei comunque una chance. A me piace ascoltare i tre album in sequenza, la trovo un’attività estremamente rilassante. (Charles)

3 commenti leave one →
  1. MorphineChild permalink
    15 dicembre 2016 11:45

    Per quanto notevole, il disco dei Wardruna pone grosse questioni sul futuro del progetto: al terzo disco praticamente uguale, si inizia a sentire il desiderio di una boccata d’aria fresca. L’ultimo dei Corde Oblique invece è stato una sorpresa, decisamente eclettico, con una chitarra elettrica a far capolino e una versione da applausi di Amara Terra Mia che mi ha fatto dimenticare le nebbie padane dalle quali provengo.

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  2. ignis permalink
    15 dicembre 2016 13:31

    Mauro Berchi me lo ricordo ai tempi di Wounded Love Records e Necrotomy ‘zine: quando tutti scrivevano a mano dietro ai flyers, lui ti inviava lettere su carta intestata e battute a macchina (o stampate al computer).

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