italianoChitarra [Matteo Ferri]

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui ognuno di noi è più legato affettivamente)

ATARAXIASaphir (2004)
Non so quanti di noi effettivamente siano legati in modo così profondo a piùdi5menodi10 dischi o ad un numero tot di film o di libri o di quello che volete. Io questa passione viscerale ed imperitura per un oggetto non riesco ad averla, per questo i dischi che ho scelto rappresentano più la sintesi di gusti più ampi piuttosto che la selezione certosina di lavori che “hanno significato qualcosa nella mia vita”. Agli Ataraxia devo la scoperta di tutto il sottobosco folk nelle sue infinite sfaccettature, che loro stessi hanno esplorato in lungo e in largo all’interno di una carriera variegata fatta di (tanti) alti e (pochi) bassi. Probabilmente in questo momento preciso gli preferisco i Corde Oblique (già i Lupercalia erano qualcosa di genuinamente bello, nel senso più puro del termine) ma ragioni storico-affettive hanno fatto propendere la mia scelta per i modenesi. Di Saphir scrissi che era il disco che più avvicinava gli Ataraxia alla perfezione assoluta e risentirlo dopo quasi dieci anni mette ancora i brividi, con almeno un paio di brani (De Pourpre et d’Argent, A Green for her Voice) che toccano vette di ispirazione artistica tali da farci vergognare di appartenere alla stessa specie di Francesca Nicoli, Vittorio Vandelli e Giovanni Pagliari. Un disco che ridefinisce il concetto platonico di musica come fonte di arricchimento dell’animo umano.

VERDENA – Verdena (1999)
Ovvero quando ancora erano “la risposta italiana ai Nirvana” (sic!) e non “i figli illegittimi di Manuel Agnelli”. Carriera bizzarra quella dei bergamaschi, dal folgorante esordio commerciale fino all’ostinata ricerca di un percorso musicale che non ha badato troppo alle logiche di mercato, dalla dilatazione dei tempi (tre/quattro anni di gestazione in media prima di far uscire un nuovo disco) alle sonorità sempre più settantiane. L’album di esordio è il più criticabile del lotto ma chi oggi ha un’età compresa tra i 27 e i 33 anni non potrà non riguardare con gli occhi dell’amore la testa ciondolante del protagonista del video di Valvonauta, quello che abusava di pratiche autoerotiche per dimenticare una storia finita male. Altri tempi, quando perfino Sanremo aveva una sua dignità (il biennio 1999-2000 con Andrea Mirò, Moltheni, Alessio Bonomo, i Subsonica e Daniele Silvestri quando ancora avevano qualcosa da dire) e su MTV imperversavano boy band e rapper sempre più imbarazzanti. Un disco di incazzature, pessimismo e fallimenti amorosi come qualsiasi buon disco tardo adolescenziale scritto da neo maggiorenni e destinato ad un pubblico di pari età. Eppure, per qualche insondabile ragione, l’alchimia funziona e dopo tanto tempo ti porti ancora dietro il ricordo, come fosse la tua prima, vera , ex. Che magari non era una modella di playboy ma era un “tipo”. Come il primo disco dei Verdena.

OPERA IX – The Black Opera (2000)
Meno spontaneo degli esordi, The Black Opera è un meccanismo perfetto costruito da un gruppo di musicisti all’apice della potenza creativa. Al tempo stesso rappresenta lo zenit e il nadir di un gruppo che, all’alba del nuovo millennio perde i pezzi a svantaggio di tutti (anche se Maleventum resta un discreto gioiellino da rivalutare) ed incomincia un processo di redifinizione della propria identità musicale che li porterà a dirigersi verso lidi folk black. Ancora oggi, a distanza di dodici anni, Congressus Cum Daemone resiste imperterrita in qualsiasi mia compilation da macchina così come Cadaveria che interrompe la liturgia di The Magic Temple col suo “e  ora, giura!” rappresenta un grido di battaglia generazionale.

JACULA – Tardo Pede in Magiam Versus (1972)
La figura di Bartoccetti oscilla perennemente tra genialità e paraculismo, uno degli artisti più controversi e moderni di tutto il panorama musicale italiano degli ultimi quaranta anni. Squalo del marketing ante litteram (monicker e veste grafica dei dischi ricalcavano quelli del celebre fumetto horror-erotico), precursore di un’infinità di tendenze musicali che in Italia raramente hanno trovato terreno troppo fertile, Bartoccetti è stato sempre inviso alla critica e pressoché ignorato dal pubblico fino a non molto tempo fa. Tardo Pede in Magiam Versus è una sorta di messa nera in grado di evocare infernali suggestioni come pochi altri dischi. Ma non solo. È anche un’opera capace di fagocitare la musica beat, il nascente prog rock e barlumi di jazz. Ho sempre immaginato che sarebbe stata la colonna sonora ideale sia dello sceneggiato Il Segno del Comando che di quel capolavoro misconosciuto chiamato Tutti i Colori del Buio.

BIGLIETTO PER L’INFERNO – Biglietto per l’Inferno (1974)
Biglietto per l’Inferno non è il miglior disco prog rock italiano. In una mia personale classifica probabilmente il gruppo lecchese non starebbe nemmeno in top ten, dietro, come minimo, ad Area, Museo Rosenbach, Balletto di Bronzo, Goblin, Osanna, Locanda delle Fate, Metamorfosi e così via discorrendo. La storia del Biglietto per l’Inferno, però, sintetizza al meglio un’era e la parabola di (Fra) Claudio Canali sta lì a testimoniare quanto l’epopea degli hippies, i pantaloni a zampa di elefante, i basettoni improbabili nascondessero, in realtà, un’ostinata ricerca del sacro.
Biglietto per l’Inferno è un De Andrè più spicciolo, nel cantare di poveri ed emarginati, ma al tempo stesso più viscerale, più di pancia che di testa, in definitiva più rock. Confessione è la controparte cristiana dei rituali pagani di Sacrifice dei Black Widow, canzone con la quale condivide perfino alcune somiglianze strutturali. Uno dei tanti monumenti del passato, pronti a ricordarci quel breve ed intenso periodo nel quale siamo stati un po’meno periferia musicale del solito e un po’più orgogliosi di poter avere una schiera di musicisti di livello mondiale.

TEATRO SATANICO – Polisatanismo (1994)
Split con i Pervas Nefandum, Polisatanismo è stato il mio primo approccio con i Teatro Satanico nonché con l’industrial più in generale. Per quanto il genere, nella sua interezza, mi risulti spesso un po’indigesto, la vena dissacrante ed eretica che percorre tutto il disco è gioia pura per le orecchie. Stare ad analizzare le ragioni che portano un disco industrial ad essere “il tuo preferito” mi pare pura masturbazione mentale, probabilmente ben pochi altri generi si prestano in maniera così netta alla soggettività emotiva del momento. Resta l’incontrovertibile ed ogettiva certezza che Marta sia in grado di mettere in discussione anni di studi di Propp.

EPHEL DUATH – The Painter’s Palette (2003)
Prima che arrivassero gli Alcest e la legione straniera dello shoegaze, era il mio cavallo di battaglia per scardinare i pregiudizi di chi crede all’equazione metal estremo = rumore indistinto. Black metal liquefatto dentro note jazz, un sassofono impazzito apre The Passage e ci trascina in un autentico labirinto. Praha è la gemma strumentale, Ironical Communion è evocativa da mettere i brividi, The Other’s Touch traduce in note musicali la schizofrenia. Mai più in carriera Davide Tiso è riuscito a dare una struttura così  organica e definita alle sue sperimentazioni e forse è giusto così.

CCCP – Affinità-Divergenze… (1985)
Bollarli come gruppo politicizzato e sdegnarsi per i repentini cambi di casacca di Ferretti significa non aver mai prestato troppa attenzione ai testi dell’epoca CCCP. Affinità e divergenze, per me che gli anni ottanta li ho vissuti marginalmente, è la summa di un decennio, è l’unghia che gratta via la patina del falso mito del benessere, è Christine F., Rocky e Wall Street frullati insieme e vomitati come tumori figli di una stessa ideologia perversa. C’è la droga (c’è chi mi dà energia e chi la porta via), l’apatia sociale (io sto bene, io sto male, ma è una formalità), le relazioni sentimentali ridotte a scambi di fluidi corporei (spermi indifferenti per ingoi indigesti), c’è lo storico adagio post-industriale “produci, consuma, crepa”. Facile a dirsi oggi, ma è un disco che ha davvero preconizzato il peggio con quasi trent’anni di anticipo. Stare ancora a discutere sulle preferenze politiche del Ferretti di oggi è un po’ come la storia del dito e della Luna. (Matteo Ferri)

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