Musica da camera ardente #7

TENHI

Anche oggi il vostro pusher di musica alternativa è pronto a spacciarvi della roba davvero niente male. Il banco propone subito l’ultimo album dei Tenhi, un lavoro enorme come tutta l’opera musicale loro. Forse i Tenhi sono il gruppo che più di ogni altro ha concettualmente ispirato la nascita di questa rubrica, che sta piacendo a molti di voi nonostante che le mie proposte siano sempre più schizofreniche. Capirete dunque quanto sia importante parlavi di Saivo. Quello che non fatico a definire un piccolo capolavoro ha impegnato i finlandesi per molto tempo; una lavorazione lunga rispetto all’anno di pubblicazione del precedente Maaäet, che a sua volta è un gran bel gingillo e che vi esorto con l’occasione a ripescare dalla vostra pila di cd. Avrei dovuto parlarne prima ma chi ha già dato un ascolto a Saivo avrà capito da sé quanto sia di non immediata assimilazione. Senza addentrarmi in tecnicismi che non mi competono posso dirvi quali sensazioni ha generato in me. Prima di tutto un senso di austerità e mistero: le atmosfere rarefatte del folk etereo ed oscuro della quasi totalità dei brani impone all’ascoltatore un’attenzione maggiore del solito e lo catapulta in una dimensione oltre tombale. Mentre Maaäet rappresentava fondamentalmente una dedica alla Madre Terra, Saivo è un viaggio dantesco nell’ultramondano regno nero dei trapassati, per l’appunto il Saivo della cultura tradizionale Saami, dove i morti vivono. Questa diversità nel concept è pienamente riflessa nelle note. Altra sensazione, la maestosità: la cura degli arrangiamenti e la pienezza melliflua degli archi sono cesellature del pittore che affresca la volta di una cattedrale. E poi ancora, il minimalismo nei cori e nella voce calda di Tyko Saarikko, i rintocchi quasi sovrannaturali di pianoforte e infine la stratificazione dei vari strumenti utilizzati e la precisione dei richiami progressive. Questa ha tutte le caratteristiche per essere definita come la vera musica da camera ardente.

HEKATE

Ancora dark folk, ma di stampo diverso, con gli Hekate e ancora un disco che rasenta la perfezione. Tra i maggiori esponenti del neofolk mittleuropeo, anche loro dopo anni di silenzio, costruiscono il quinto album, Die Welt Der Dunklen Gärten, Nel mondo dei giardini oscuri, a partire da una base ambient tribale e neoclassica alla Dead Can Dance. Nei temi la poesia romantica di Byron, di Von Eichendorff e Hermann Löns, mentre nelle immagini (cover art) un richiamo ai quadri di Karl Wilhelm Diefenbach. Come Ecate, la dea greca che accompagnava le anime dei vivi nel regno dei morti (ho imparato che si dice “psicopompa”), così le voci di Susanne Grosche e Axel Menz ci traghettano negli inferi di una dimensione oscura fatta di note sospese.  A differenza della musica ambient più standard che, per quanto ne apprezzi lo stile e la missione, risulta spesso indigesta quella dell’ensemble tedesco non è mai tediosa. Diciamo che Die Welt, mixato dallo stesso produttore dei Rome, prende il meglio e lascia fuori gli orpelli inutili e le ripetizioni che rischierebbero di appesantire ed ammorbare gli animi. L’unico punto debole in un mare di lodi è forse la scelta inusuale di cantare brani in tedesco, inglese, francese e perfino uno spoken word in italiano; sinceramente poco comprensibile però tutto sommato non condannabile. Visto che sempre di neofolk stiamo parlando, badate al fatto che le percussioni marziali, marchio di fabbrica del genere, se pur rade sono presenti. Il sole invitto illumina gli angoli bui dei giardini oscuri, luoghi interiori della mente.

ROME

Partito da ambienti underground Jerome Reuter è sbocciato come un cantautore di tutto rispetto. Alle spalle ha una interessante produzione in cui lo si sente crescere progressivamente nello stile ma anche nel marchio, se così si può dire. Il suo mondo di riferimento è sempre più quello del neofolk marziale e tradizionalista. Ogni riferimento alla guerra, in quanto elemento naturale e fase obbligatoria nel dipanarsi della storia umana, è voluto e assolutamente non casuale. Del resto anche lavori precedenti si ispiravano alla distruzione, alla rassegnazione e alla ricostruzione che seguono da ogni evento bellico. Non vi è nessun messaggio ideologico nella produzione del lussemburghese, né dichiarato né occulto, che possa offuscare la godibilità delle sue musiche, nemmeno in quest’ultima ponderosa opera che prende il titolo di Die Aesthetik der Herrschaftsfreiheit che (mi duole non conoscere il tedesco perché a volte riesce ad essere bello quasi quanto l’italiano) dovrebbe suonare un po’ come L’Estetica della libertà dal dominio, da qui è breve la strada per L’Estetica della Resistenza di Peter Weiss, drammaturgo tedesco figlio di ebrei (autore tra le altre cose de La persecuzione e l’assassinio di Jean-Paul Marat, rappresentato dalla compagnia filodrammatica dell’ospizio di Charenton sotto la guida del marchese de Sade, geniale pièce che ho avuto il privilegio di vedere a teatro), ma anche per Brecht e Mann. Jerome, inoltre, ha più volte dichiarato di non essere schierato ideologicamente con chicchessia. Appurato che sentimenti di antipatia/simpatia nei confronti dei Rome debbano ricondursi solo ad un giudizio personale sulla musica che compone e non ad altri elementi (e questa cosa del dover fare continui distinguo ha anche un po’ rotto) posso darvi i miei due centesimi su L’Estetica. Qualcuno che è più fresco di studi filosofici forse scorgerà nei testi di questa impegnativa trilogia  -perché trattasi di tre album in uno- riferimenti a Nietzsche, Russell e altri ancora.

Personalmente non ci ho fatto caso più di tanto anche perché non ho più modo di dedicarmi a codeste elevate letture. Purtroppo per molti di noi vale la regola secondo la quale tutto quello che si è appreso fino ai 30 anni rappresenta gran parte di ciò che si saprà per il resto della propria vita perché il lavoro e le cose che cambiano non consentono di dedicarsi come prima alla cultura in modo esclusivo (quindi se siete ancora in tempo consiglio di essere famelici e riempirvi la testa di filosofia, scienze, musica e altre belle cose perché poi resterà solo lo spazio per le cazzate di tutti i giorni). Perdonerete il pippone pseudopaternalistico. Tornando a bomba, penso che questo appesantimento “intellettuale” abbia gravato pure troppo su un ascolto che non è facile per niente già di suo e che presuppone gli si dedichi molto tempo e notevole attenzione. Il modello del concept album prevede dei riempitivi, come è noto, il neofolk da parte sua porta spesso con sé brani lenti o parlati. Tutto ciò è presente e implica che dopo un paio d’ore di ascolto de L’Estetica un bel respiro profondo per buttar via la pesantezza non ve lo toglierà nessuno. Si aggiunga che, in contrasto alla pulizia nitida del precedente Nos Chants Perdus, qui il sound è smaccatamente analogico, vintage e retrò, senza ingegneri del suono e senza software.

L’occupazione della Francia, la resistenza dei partigiani nella Guerra Civile spagnola continuano ad essere i fatti storici che più ispirano Jerome. Ho provato anche a confrontare il mio giudizio con altri che ne hanno discusso nel web e non solo ma non mi sento di fare un’apologia incondizionata di questi ultimi Rome, cosa che invece ritrovo quasi ovunque. Allo stesso tempo non vorrei apparire superficiale ma Die Aesthetik non mi ha appassionato come il precedente e pur tenendo in alta considerazione l’impegno e le energie intellettuali ed economiche profuse da Reuter non credo che si possa considerare come il suo lavoro definitivo o come una pietra miliare del neofolk. Ho riscontrato molti brani a dir poco stupendi (quelli in cui meno si vuole assomigliare a Sol Invictus/Death In June e più all’ultimo se stesso) ma solo scavando e facendomi largo tra una pletora di riempitivi infestanti che alla fin dei conti, secondo me, hanno compromesso quello che poteva essere un gran disco, degno successore di Nos Chants Perdus, che se si fosse sublimato in un corpo unico avrebbe avuto un impatto dirompente sul folk contemporaneo. E questa cosa mi fa anche un po’ incazzare perché poi ti trovi ad ascoltare brani sublimi e spiazzanti come Petrograd Waltz e lo spreco di opportunità non lo mandi proprio giù. Non condanno assolutamente le intenzioni dell’autore ma l’effetto di Die Aesthetik rischia di essere lo stesso da post visione di Heimat: sei stravolto ma sicuro di aver assistito a qualcosa di importante ed unico e sei convinto che magari un giorno ringrazierai te stesso nel ritrovarti a parlarne in un salotto buono facendo una bellissima figura con tutti; fondamentalmente dentro di te sai anche che è uno sforzo che non riuscirai a replicare. (Charles)

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