Musica da camera ardente #5

My Dying Bride – The Barghest O’Whitby (Peaceville Records)

In Albione non la pensano tutti allo stesso modo. I vicini di casa degli Anathema, i My Dying Bride, storici componenti della sacra corona unita del doom britannico, pensano da parte loro che il mondo sia ancora un brutto posto in cui vivere e tendono a manifestarlo come un tempo e con la stessa maledetta efficacia. In totale controtendenza rispetto alle ultime produzioni dal sapore sinfonico, l’ultimo esempio è Evinta, ritornano al passato nello stile, unica traccia di quasi 30 minuti, e nelle tematiche, ambientazioni medioevali e fantastiche in cui predomina la figura di questo cane mitologico, il Barghest, infernale manifestazione della punizione divina che cade sugli uomini, in particolare sugli abitanti di Whitby nello Yorkshire. Che avranno fatto di male? La cosa che stupisce nell’EP The Barghest O’ Whitby è il suo essere semplicemente ed assolutamente convincente. Con quei violini così decadenti. È incredibile quanto i MDB siano vicini alla loro migliore tradizione di sempre senza dare la classica impressione di rileggere costantemente il primo successo ed aggiornarlo rispetto alle aspettative dei fans. Il riffone finale coi tamburi è qualcosa di autenticamente geniale che fa venire voglia di riascoltare tutta la suite ancora e ancora. The Barghest (adesso mi sbilancio di brutto) potrebbe addirittura essere il nuovo classicone dei MDB a cui tutti faranno riferimento negli anni a venire, della serie: quando i MDB suonavano The Barghest era tutta n’altra cosa.

Marissa Nadler – Marissa Nadler (Box of Cedar Records)

Esce quest’anno l’atteso, almeno da me, nuovo album di Marissa Nadler. Cantautrice di Boston dall’impostazione classic folk americana sviluppatasi nelle più profonde e sperdute province d’America. Discepola, ma non emula, di grandi donne al microfono quali Joan Baez e Joni Mitchell la Nadler prende molta ispirazione anche dai lavori di Leonard Cohen e, per certi aspetti, di Nick Cave. Un cantato soft e glaciale che spicca nella sua figura algida ed inarrivabile. Musica per fare innamorare i cuori deboli insomma. Quinto album, l’omonimo e forse il migliore, che non accenna a nessuna stanchezza compositiva, semmai suggerisce il contrario. La struttura è quella semplice e raffinata di sempre sebbene la nota dream pop e un po’ psichedelica che aveva contraddistinto Little Hells cominci a scemare. Ma non cambia di molto nella sostanza rispetto ai precedenti lavori e questo dimostra che il cantautorato è una cosa seria e che quando è fatto bene da chi ne ha le capacità non ha alcun bisogno di trovate innovative o variazioni cromatiche. E il colore della Nadler è quello del ghiaccio perenne.

The Birthday Massacre – Imaginary Monsters (Metropolis Records)

Gruppo a cui non sono l’unico in questa redazione ad essere affezionato senza chissà quale motivazione di fondo. Quello proposto dai The Birthday Massacre non è un sound particolarmente originale ma nemmeno scontato. La peculiarità dei TBM risiede, oltre che nell’immaginario fiabesco, nella capacità di distrarre l’ascoltatore per qualche momento dalla routine musicale fatta di metal estremo o di hard rock old school. Quella dei canadesi è un piacevole intervallo di electro-goth ritmato e ben scandito nei suoi passaggi. Piacevole e sognante la voce di Chibi non finisce per annoiare o per risultare stucchevole come le centinaia di giàsentito che negli anni ’90-’00 impazzavano nei nostri stereo ormai sovraccarichi di seduzioni gotiche. Con questo ultimo EP, Imaginary Monsters, i TBM si pronunciano favorevoli ad una continuazione dei precedenti passi sebbene sia chiaro il futuro di questo gruppo: l’EBM. Più che un sentiero tracciato è una mia speranza vista la buona riuscita dei remix di brani tratti dallo scorso full-album, operata da eminenti dottori in elettronica quali Combichrist, Skold e Assemblage 23, che impreziosiscono (o forse danno un senso all’acquisto di) questo EP.

Canaan – Contro.Luce (Eibon Records)

Contro.Luce, un lavoro di difficoltosa comprensione. Nero ed infinito darkwave doom, contraddistinto da rumori noise e industrial, depressivo e senza speranza. Il nome Canaan, già Ras Algethi, non è mai sinonimo di musica facile e godibile. Nel lento e sconfortante incedere dei brani si finisce avviluppati in una pesante coperta di suoni distorti, synth dal sound asfittico e voci filtrate declamanti che riproducono sensazioni negative. I testi immaginifici ruotano intorno ad antinomie e parole evocative: falso/vero, bianco/nero, ombre, buio, dolore, cuore. Un viaggio dal vuoto al pieno e viceversa. Non ci sono parole, o non riesco a trovarne di adeguate, che possano descrivere le emozioni che i Canaan sono in grado di trasmettermi. Prima di parlarne ho fatto passare molto tempo per capire la portata e l’importanza di questo sesto lavoro, tra i migliori in assoluto dei lombardi, che a distanza di molti e successivi ascolti riesce ogni volta a generare lo stesso indefinito turbamento. Ventuno le tracce di cui la metà intermezzi che fanno da cerniera tra un brano e l’altro per non spezzare il ritmo di una narrazione quasi romanzata. Vivamente sconsigliato ai tristi, vivamente consigliato a tutti gli altri. (Charles)

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