Musica di un certo livello #9: MY DYING BRIDE, TIAMAT, DORDEDUH

A Roma è iniziato il freddo e sono arrivate le piogge. Non ho più scuse, mi ascolto A Map Of All Failures. Fate molta attenzione con questo ultimo full length dei MY DYING BRIDE perché è uno dei più pesanti e tristi di sempre. Pesante nel senso che è pervaso dall’inizio alla fine da una cupa coltre di pessimismo e sconforto che rende nera anche una giornata di sole. Se penso all’ultimo EP, The Barghest o’Withby, non mi sento di inventare nuove lodi per quest’ultima release. Il Barghest condensava un disco intero in un’unica traccia di 27’ e per questo semplice motivo non aveva tempo sufficiente per cali di tono e riempitivi, di cui è condito da parte sua A Map. Rimandando il pensiero, come i MDB meritano, ad una discografia enorme di 12 dischi (che aumenta se consideriamo anche gli EP) oltre a dire che siamo di fronte ad un ennesimo grande album proprio non saprei cosa aggiungere. Forse è più uniforme del precedente disco di inediti (For Lies I Sire) e non vive veri momenti di picco e forse si fatica a distinguere un brano dall’altro ma considero ciò tutt’altro che un difetto ma come parte del tutto. L’ascolto di A Map deve essere continuo e continuativo nel senso che va assimilato molto lentamente e che necessita di farsi trascinare profondamente nello sgomento e nell’afflizione. Solo allora si entrerà a far parte di quella dimensione e si riuscirà ad apprezzare il disco nella sua interezza. Questo sembra essere il vero obiettivo dei MDB e nel perseguirlo mettono sulla tela ancora più toni di nero del solito. In conclusione, se non siete dei veri fanatici dei MDB ve ne sconsiglio caldamente l’ascolto perché potreste farvene un’idea errata e sarebbe un gran peccato. Se viceversa e -purtroppo per voi- siete nella giusta disposizione d’animo, oltre che disposti a gettarvi nell’amarezza di queste poche note, posso solo raccomandare di dedicarvi molto, ma molto tempo. È per questo che credo che A Map reggerà la prova stessa del tempo e verrà apprezzato soprattutto da tutti coloro che oggi non hanno avuto modo di dedicargli la giusta attenzione. Se penso che l’ultimo album che mi diede così tanto da pensare fu The Dreadful Hours, che sulla distanza ha retto alla grande, me ne convinco ancora di più. 

Finalmente un album che possa definirsi tale per i TIAMAT e questa è finalmente una notizia. Non un lavoro perfetto ma nel suo complesso piacevole. Di solito misuro il mio apprezzamento sulla voglia di premere di nuovo il tasto play e non avvertivo più questo desiderio per un album dei Tiamat da circa 13 anni. Una vita. Se vi fate due conti si intuisce dove voglia andare a parare: The Scarred People riprende il discorso direttamente da Skeleton Skeletron e non soddisfatto tira dentro quegli ultimi brandelli di sonorità levantine che lo stesso A Deeper Kind of Slumber introduceva per fare da sponda alle atmosfere ataviche e psichedeliche delle quali era gravido Wildhoney. Un discorso che va molto indietro nel tempo, che riprende laddove il cambiamento aveva portato a galla gli elementi positivi mentre le componenti chimiche pesanti sprofondavano sempre più verso il fondo, un po’ lo stesso discorso a proposito dei Moonspell di quest’anno (Darkness and Hope vs Omega White). L’album in esame offre dei momenti davvero notevoli di ‘musica di un certo livello’: l’opener, anticipata qui, e Thunder & Lighting (ripescata dai Lucyfire di mr. Edlund) sono brani piacevolmente goticoni anche se imitano un po’ troppo Sister of Mercy e Paradise Lost, Winter Dawn è un bel pezzo romantico e dark che starebbe bene su A Deeper (far caso ai suoni di sitar che tornano a farsi udire), Radiant Star è uno dei miei preferiti perché tenta di ricollegarsi a Do You Dream of Me? L’elettronica, abusata nelle puntate precedenti, viene ora utilizzata con giustezza e una volta tanto non è preponderante per la qual cosa il disco è più rock di qualsiasi altro realizzato nell’arco di una decade. I momenti di stanca compositiva sono pochi, come nel caso della ballatona, ma compensati da qualche godibile intermezzo strumentale modellato dalle sapienti mani del nuovo chitarrista. E bravi (era ora).

E ora chiudiamo in bellezza coi DORDEDUH. Oramai li conoscete benissimo: sono rumeni, nati dalla scissione di una parte dei Negură Bunget, suonano un black metal atmosferico ma potente, influenzato in modo netto dalla musica folk tradizionale della loro terra. Ci piacerebbe poter comprendere la lingua rumena per apprezzarli ancora di più perché, ci dicono, che i testi sono bellissimi e non facciamo fatica a crederlo. Limitandoci all’aspetto musicale è subito evidente il ritmo di questo disco che non subisce mai dei cali di tensione. Nel senso che, pur essendo ben articolato in tagli violenti e diretti alternati a sezioni narrate ed evocative, nelle quali predomina l’uso di strumenti tradizionali, arpeggi di chitarra e cori, il risultato complessivo è concettualmente quello di una palla di cannone sparata ad altissima velocità che non cambia traiettoria di un millimetro. Idealmente sembra un prodotto di un’altra era, cioè l’idea che l’ascolto di questo disco mi da personalmente è che i Dordeduh siano riusciti nell’impresa di adattare al black metal contemporaneo delle melodie e dei ritmi ancestrali risalenti ad altre epoche storiche. Dar De Duh è un album lungo e complesso, anche raffinato, fatto di luci e tenebre che ti fa sicuramente voglia di saperne di più. Cu siguranta e un album pe care trebuie sa-l fi ascultat inainte de a muri (in definitiva, uno di quei di dischi che siete obbligati ad ascoltare prima di morire). (Charles)

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