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Avere vent’anni: TIAMAT – A Deeper Kind of Slumber

25 aprile 2017

Per molti anni, anche successivi all’uscita di A Deeper Kind of Slumber, ho annoverato i Tiamat fra i miei gruppi in assoluto preferiti. Sono stati formativi per me, al livello di un vero imprinting che neanche le famose oche studiate da Lorenz, soprattutto per l’evoluzione chiaramente stramboide che hanno avuto i miei gusti musicali in generale. Perché nel 1994, mentre alcuni si crogiolavano, anche giustamente, all’interno dei confini ben tracciati del metallo, Johan Edlund se ne usciva con la sua opera massima, Wildhoney, album assolutamente nuovo, atipico, delirante, anche dal punto di vista della sua collocazione in una qualsiasi ipotetica dimensione spazio-temporale-concettuale, personale colonna sonora di un periodo di vita indimenticabile, nonché album mai più superato e letteralmente inimitabile/non imitato, più una sfilza di superlativi assoluti che vi risparmio, ma che se vorrete rileggere li trovate nella recensione che ne feci ai tempi dei miei ingenui esordi su questi canali.

Per qualche strana combinazione astrale, il live in Israele, se non ricordo male, è stato uno delle prime ‘cose metal’ che ho ascoltato; e ne conservo il digipack, trovato anni dopo chissà dove, con gelosia. Dando per scontato il dogma che l’unicum rappresentato dal suddetto Wildhoney sia da considerare più un’anomalia lungo il percorso della storia umana che un album da annoverare in una qualsiasi discografia, diamo anche per scontato che approcciarsi ad A Deeper Kind of Slumber facendo in qualsiasi modo riferimento ad esso, o semplicemente pensando che ne rappresenti una qualche evoluzione/involuzione è teoreticamente errato e fuorviante. L’assenza di Waldemar Sorychta qui si sente, è vero, ma Deeper Kind resta comunque l’ultimo grande disco prodotto dai Tiamat e il rappresentante di un’epoca d’oro che, come tale e per antonomasia non tornerà mai più, mettetevi l‘anima in pace tutti quanti. I Tiamat sono sempre stati senza mezze misure: in quel periodo erano una spanna sopra a tutti, oggi sono veramente il nulla che più trascurabile non si può. Nei successivi dischi gli svedesi presero una piega pop leggerina, per quanto a volte anche piacevole (Skeleton Skeletron non è affatto un brutto disco, per esempio), ma perlopiù trascurabile e sciacquata (l’ultimo anche non era particolarmente brutto, ma forse sono solo parole di un vecchio e stanco fan).

Basta l’attacco semplicemente geniale ed efficacissimo di Cold Seed a lasciare senza parole. Se una canzone come Cold Seed non riesce a smuovervi neanche un po’ vuol dire che siete delle persone aride. Tutto l’album è una sequenza di pezzi uno più riuscito dell’altro, perfettamente a fuoco in quella che era la sua dimensione attuale, cioè una fase di transizione da una cupezza senza pari precedente (Clouds), alla leggerezza successiva; un album che tiene conto anche delle evoluzioni elettroniche e gotiche che ci si poteva attendere, ma che riesce a bilanciarle coi due aspetti fondamentali dei Tiamat di quegli anni: 1) la costante tensione verso l’Oriente nel suono e nel concept e 2), più importante ancora, un diffuso senso di malattia, il substrato di sensazioni e atmosfere psicotiche e realmente patologiche, che era alla base di quei pezzi. Quest’ultimo – il marcio – è il filo comune, se si volesse proprio derogare al principio di non correlazione su definito, che unisce questo album al recente passato, ma anche allo stesso Sumerian Cry se si vuole scavare a fondo. Una volta perso questo reale e sincero senso di marciume interiore, una volta che esso, da insania chimicamente indotta (quella di Edlund), si è tramutato in rimbambimento, in stupidera, in evitabile parodia (ciò che è oggi l’uomo), una volta che si è realizzato ciò, si è perso tutto. In quel preciso istante sono finiti i Tiamat. E A Deeper Kind of Slumber ci mette una bella pietra sopra: una lapide. (Charles)

6 commenti leave one →
  1. Yukluk permalink
    25 aprile 2017 12:36

    Ho amato questo album al pari del precedente.. seppur diversi… perfetto da mettere nello stereo dopo una canna… ti spara in un buco nero senza ritorno…

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  2. bonzo79 permalink
    26 aprile 2017 09:30

    a me non è mai piaciuto. poi qualche pezzo carino lo annovera pure…e infatti sono vent’anni che il mio digipack finisce in ballottaggio per la vendita e poi mi dico “ma no dai, non mi piace ma qualche pezzo carino lo annovera pura” e via in loop

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  3. Fanta permalink
    27 aprile 2017 13:33

    Una delle band più importanti della mia giovinezza. Comprai Clouds quando uscì, incuriosito dalla recensione entusiastica di HM. Inutile dire che ne rimasi totalmente folgorato. Rimediai anche The Astrale Sleep (molto bello pure questo) e aspettai Wildhoney con trepidazione messianica. A tutt’oggi penso che Clouds sia la loro cosa migliore, ma capisco che la questione è più affettiva che altro.
    Molto interessante la tua osservazione circa il non aver creato proseliti, a livello stilistico; ma ricordo che il pubblico al tempo li adorava. Li vidi dal vivo, tra l’altro, al Circolo degli Artisti, con i Sentenced (quelli di Amok) di spalla. Gran concerto.
    The Astral Sleep è coevo di Gothic dei Paradise Lost e Clouds è del ’92 (un anno prima del debutto dei Katatonia). In quegli anni i Tiamat erano definiti gothic metal proprio sulla scia dei Lost…ma gothic un par de palle. Clouds è un disco di doom con sprazzi death metal. Il punto è che è un disco visionario, così come Wildhoney (che poi ingloba altre influenze prog rock). Credo che nessuno in seguito si sia cimentato (forse in parte solo i Lake of Tears) con questo modo di fare musica perché quello che facevano i Tiamat non è codificabile. Erano molto più “canonici” i vecchi Paradise Lost…
    P.S. A me il disco che recensisci, per quanto apprezzabile, non ha mai colpito così a fondo…mi piace ma non mi prende.

    Liked by 1 persona

    • Charles permalink
      27 aprile 2017 13:43

      capisco perfettamente il discorso su Clouds… Clouds è nu piezz e core

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Trackbacks

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