italianoChitarra [Tony Aramini]

(italianoChitarra raccoglie i piùdi5menodi10 dischi italiani a cui l’interpellato si sente più affettivamente legato. Dopo aver finito con i redattori di MS, da oggi, ogni sabato, sarà il turno di un esterno che per i più svariati motivi sentiamo vicino attitudinalmente. Tony Aramini ha scritto per il Metal Shock cartaceo dal 2004 alla sua chiusura; dopo è approdato alla corte del Fuzz e ora è un redattore di Classix e Classix Metal. È inoltre autore di un libro sui Guns’n’Roses)

Innanzitutto una premessa: è un piacere tornare one night only a dividere le pagine coi cari Barg, Doom, Mighi, Ciccio, M.C. ed Acey come ai vecchi tempi. Mi diceva Roberto che questo post dovrebbe inaugurare una serie di interventi esterni per la rubrica italianoChitarra, spiegandomi che gli ospiti sono liberissimi di ripetere, nel caso, dischi già scelti in precedenza dallo staff di MS. Inizialmente è stato un piccolo sollievo, visto che i dischi italiani che per me sono stati, per un motivo o l’altro, importanti non sono tantissimi e buona parte è stata anche già pescata in precedenza. Poi mi sono chiesto cos’altro poter aggiungere a quanto di buono già scritto nelle puntate precedenti sui vari Nenia, Electrocution, Nerorgasmo, Cripple Bastards, Colloquio, Crown Of Autumn… E allora la scelta è stata di “ripetere” il meno possibile, cercando comunque di concentrare le mie scelte in ambito rock/metal.

NOVEMBRE – Arte Novecento (1996)
Questo disco (e, più in generale, i primi Novembre) è da sempre un tema gettonato nelle chilometriche chiacchierate tra me e Socci, che ancora ci stupiamo di quanto fossero avanti i fratelli Orlando all’epoca. Per dire, il bellissimo Wish I Could Dream It Again, pur con tutte le ovvie ingenuità, arrivava nei negozi prima di un Orchid a caso. Discorso simile per l’altrettanto spettacolare successore Arte Novecento, che sterzava verso la wave (con tanto di voce pulita) in netto anticipo rispetto ai tanti che ci proveranno di lì a poco. I Katatonia per esempio si muoveranno su coordinate simili con il pur ottimo Discouraged Ones, che però rispetto ad Arte Novecento arriva ben due anni dopo. Ne volete un’altra? I Novembre hanno coverizzato i Depeche Mode (con Stripped, precisamente) prima che il repertorio di questi venisse riscoperto e saccheggiato da cani e porci. Worn Carillon è forse il pezzo che tramanderei ai posteri, ma complessivamente il disco è tanta roba.

CRACKHOUSE – Pleasure Toy (1997)
Siamo quattro stronzi maleducati e ubriachi che suonano come un incrocio tra i Faster Pussycat e i Motorhead. Lo facciamo talmente bene che le ragazze si eccitano e i ragazzi ci adorano”. E maleducati lo erano davvero, i Crackhouse da Padova. Ma la loro era una maleducazione che di goliardico non aveva nulla: semmai era depravata e politicamente scorretta, più Giulio Sacchi che Pierino (d’altronde il cinema di culto non deve dispiacergli, se esordivano con le tette di Tura Satana in copertina). La musica era un rock’n’roll cazzuto e, almeno in questo demo d’esordio, fortemente metallizzato (componente che ahimè andrà scemando nelle produzioni successive). A Napoli abbiamo una parola che sintetizzerebbe il tutto alla perfezione: cazzimma. Per i poco avvezzi, si può tradurre all’incirca con “cattiveria gratuita” (checché ne dica il Corriere Dello Sport nella foto in cima a quest’articolo). Ecco: i quattro pezzi di Pleasure Toy (quello che apre il nastro si chiama Scum: basta la parola) per me rappresentano la definizione pressoché perfetta di cattiveria gratuita in musica (ovviamente non fanno testo gli Unsane). Di gruppi più estremi ne potrete ascoltare anche diecimila, ma difficilmente avranno la stessa cazzimma.

ARGINE – Le Luci Di Hessdalen (2004)
Musicalmente dalle mie parti ci sono poche cose che funzionano (Gigione a parte). Una di queste è tutta la scena tra neo-folk e neoclassica partenopea, che negli anni ha sfornato roba buona come Gor, Ashram, Corde Oblique e, soprattutto, Argine. I primi due album, capolavori di neo-folk all’italiana, sarebbero scelte quasi ovvie, ma a …Hessdalen sono più legato: mi ricorda un periodo tutto sommato decente, per quanto il Napoli annaspasse in serie B. Il disco peraltro segnò una svolta quasi inaspettata nella musica di Corrado Videtta e soci, che per lunghi tratti assorbì influenze wave/post-punk (pezzi come Girotondo, soprattutto) e sonorità comunque più immediate. Eppure, nonostante la punta di scetticismo iniziale, la nuova veste funzionava eccome: all’epoca l’ho ascoltato un numero indefinito di volte e ancora oggi lo ripesco con piacere. Lo comprai, appena uscito, un sabato pomeriggio. Nel tragitto verso il negozio mi fermai a dare la precedenza a Vidigal sulle strisce pedonali. Quel giorno era squalificato.

I NOSTRI PORCI COMODI – Niente Bestemmie (2002)
I Nostri Porci Comodi sono un piccolo culto. Roba per pochi, illuminati adepti già a Roma; difficilissimo venirne a conoscenza oltre il raccordo. E infatti io mai sarei stato “illuminato” se il sommo Socci, ormai quasi una decina d’anni fa, non mi avesse passato la vetta assoluta che chiude questo EP: Morfeo. E insomma, ci sapevano fare, tra heavy metal “quadratissimo”, spruzzate punk e testi che mischiano vita vissuta e surreale: micidiale la feroce condanna (…) al single-coil di Chitarra Americana. Bella sul serio la cupa 1970: “Nero, il cielo a Birmingham”, e I Nostri Porci Comodi immaginano la città inglese scossa dalla furia di Paranoid. E poi dicevamo dell’anthem Morfeo, sorta di inno nazionale di chi si è rotto il cazzo e non ci crede più, stortissima celebrazione di nottambuli e reietti (“Confido nel letto e nel sonno profondo / Che ogni nemico sia tolto di torno”). La versione originale del pezzo (ai tempi reperibile in rete) peraltro si chiudeva con un sentito bestemmione, assente su disco (da cui il titolo dell’album, presumo). Gente che ci ha migliorato la vita.

PERIGEO – Azimut (1971)
I miei preferiti dell’ondata progressive rock italiana degli anni ’70. Rispetto ad altri gruppi della stessa categoria si distinguevano per le forti influenze jazz, e infatti questo esordio a tratti rimanda ai Colosseum di Valentyne Suite, che pure avevano tentato di imboccare la stessa via. Hanno fatto pure altre cose meritevoli (Genealogia, per dirne uno), ma scegliere questo è inevitabile: la classica cassetta (registrata da quella che ricevetti in prestito da un amico di mio padre) ascoltata e riascoltata quasi fino all’usura. Se la memoria non mi inganna era una C-90 e sul lato B c’erano gli ZZ Top. Dubito che Billy Gibbons avrebbe apprezzato l’abbinamento, ma hai visto mai.

RAS ALGETHI – Oneiricon – The White Hypnotic (1995)
Dei Canaan avrebbe dovuto a fondo il buon Socci (è la terza volta che lo cito, ma giuro che sono eterosessuale) quando verrà il suo turno per italianoChitarra. Teoricamente avrebbe dovuto già scriverlo, ma ai tempi doom non si comanda e ovviamente sarebbe una bestemmia mettergli fretta. Per ora vi basti sapere che il loro A Calling To Witness è uno dei tre dischi più belli degli anni ’00, io intanto ne approfitto per aprire il cerchio con i Ras Algethi, quintetto che vedeva già all’opera Mauro Berchi e altri due musicisti che lo seguiranno nel progetto successivo (il chitarrista Matteo Risi e il tastierista Luca Risi). La musica è l’ideale prologo ai Canaan, del cui stile sembra una sorta di versione più pesante virata doom (con tanto di alternanza tra growl e pulito e stacchi atmosferici con un violino che presumo sintetizzato, non essendoci credits al riguardo), anche se la svolta dark-wave in là da venire viene qui già prefigurata da pezzi come When Fire Is Father. Se la memoria non mi inganna, lo stesso Berchi ha preso un po’ le distanze da questo disco, dichiarandosene non del tutto soddisfatto ad anni di distanza, ma per me è troppo severo. Stima imperitura, comunque. (Tony Aramini)

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