Il ritorno al Medioevo: CROWN OF AUTUMN – Splendours From The Dark

Vi ricordate dei Crown Of Autumn? Se appartenete ad una classe che va, diciamo, dal ’75 al 1985 non potete non conoscerli. Se siete tra coloro che li considerano una band di culto vi siete meritati una virile pacca sulle spalle da parte del sottoscritto (per le donne un rispettoso inchino). Chi possiede il digipack di The Treasures Arcane avrà qualcosa di importante da tramandare ai propri figli. Chi oltre a ciò detiene anche la demo-cassette Ruins e periodicamente, come facciamo io e Ciccio, se la guarda e se la carezza sussurrando frasi del tipo <<è mio, tutto mio, il mio… tesssoro>>, ritenendolo il picco creativo dei CoA, allora a maggior ragione avrà nei confronti del lungamente agognato ritorno delle aspettative a livelli di guardia, come le lancette del quadro comandi della centrale atomica di Fukushima qualche minuto prima dell’esplosione.

Questa band è legata ai miei primi passi nel mondo del metallo avendomi accompagnato per mano agli inizi. Passata nel mio stereo per lungo tempo e ancora oggi dopo 15 anni, posso tranquillamente dire di averla iscritta nella personale top ten di tutti i tempi. Da dove iniziare? Cominciamo dal titolo. Un ritorno al Medioevo sì, ma tutt’altro che in senso dispregiativo. Certo, non è che con tale parola si faccia spesso riferimento ad un momento alto per la cultura ed il libero pensiero europeo. Inoltre per chi ha fatto studi classici quel periodo viene ricordato come il più noioso, zeppo di insensate guerre fratricide e drammi familiari che sfociavano in Beautiful d’annata. Quella dei Crown Of Autumn è musica ispirata ad un certo manierismo medioevale sebbene rincorra la semplicità, permeata di un che di sacrale, piuttosto che epic o fantasy o che so io.

Seppur rimasto fondamentalmente fermo rispetto all’evoluzione dei tempi, Splendours from the Dark ha leggermente perso quei toni di grigio antico che rendevano The Treasures Arcane unico nel suo genere. Se il debut album pareva registrato in una cripta questo sembra prodotto in una cantina un po’ umidiccia. Hai voglia a dire che i due lavori non possano essere paragonati. È impossibile considerarle due cose diverse, anche se in mezzo ci metti quattordici anni. Contestualizza, i tempi sono cambiati, non fare il solito zelota bla bla bla… Il paragone viene spontaneo, c’è poco da negarlo. I componenti il gruppo sono più o meno gli stessi ed ognuno prova a mettere a frutto le esperienze maturate nel frattempo. I Magnifiqat di Il Più Antico dei Giorni sono qui presenti a modo loro e a tratti. Ciò che non capisco sono quei riferimenti troppo espliciti ad un certo death melodico svedese. Alla In Flames per fare un nome a caso (senti Noble Wolf e poi senti qui) e alla Moonstruck, per farne un altro a me caro. Inoltre Splendours perde di lirismo, guadagnandone in velocità esecutiva e sforando a tratti nel power, cosa che mi ha lasciato perplesso.

Non riesco a dare a questo album un giudizio coerente. Ho cambiato più volte idea al riguardo. Il primissimo ascolto, aiutato dal subconscio e dalla predisposizione d’animo, mi ha trovato favorevolmente incline ad un plauso incondizionato (il sound è più o meno lo stesso, lo stile CoA si sente subito) ma di volta in volta che lo riascoltavo si confermava in me un opinione meno positiva. Un po’ al contrario di quegli album che per essere apprezzati appieno meritano ascolti successivi. Questo sortisce l’effetto contrario. Almeno su di me. L’opinione finale tutto sommato rimane fausta ma non supera un sei politico. Per quei giovini ed imberbi fanciulli che ancora non li conoscessero consiglio la versione ri-masterizzata – Transfigurated Edition – del debut album a cui sono state annesse quattro splendide tracce da Ruins. (Charles)

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