Once upon a time in Norway #1 – HOLE IN THE SKY 2011 – 24/27 Agosto, Bergen

L’Hole in the Sky, festival trucido bergeniese di fine estate, chiude i battenti dopo dodici anni di attività. Per caso ci è finito anche il sottoscritto – che per la cronaca è da parecchio fuori dal giro e non scrive una recensione da due anni – quindi ciò che segue è un resoconto umorale, selettivo e piuttosto ottuso di quanto mi è capitato di vedere negli ultimi giorni. Se volete sapere che pezzi hanno suonato le band, passate oltre a qualche altra testata. Segnatevi pure commenti, critiche, insulti e minacce, vi assicuro che non risponderò.

Mercoledì: Dark Endless

WARDRUNA: Per carità del Signore. Non c’ero.

ONE TAIL, ONE HEAD: Non c’ero, ero a cena qui. Non fatevi ingannare dall’aspetto da fast food, perché vi spenneranno. Hanno anche un laghetto interno, ma il cibo è mediocre, mannaggia a chi ha voluto andarci a mangiare.

ARCHGOAT: Ho sentito le ultime canzoni mentre digerivo l’involtino primavera. Chi ne sa più (ed è più giovane) di me dice che sono molto kvlt e che esistono da fine anni Ottanta, anche se a giudicare dall’età media credo che allora ci suonassero i loro genitori. Sulla musica cosa volete che ci sia da dire. Il cantante, di chiara estrazione mediterranea, aveva una faccia simpatica.

MORTUARY DRAPE: Tre quarti del motivo della mia presenza al festival erano loro, alla cui opera mi lega un profondo affetto. Malgrado la mancanza delle suppellettili sceniche che fanno parte integrante del loro show, il gruppo fa un discreto casino, e l’evidente differenza d’età tra Wild(ness Perversion) e il resto del gruppo non influisce minimamente sullo spettacolo. I MD snocciolano i classici (Primordial, Mortuary Drape, Obsessed by Necromancy ecc.), divertono e si divertono. Ci sarebbe poi da fare un certo discorso geopolitico, ma sarà per un’altra volta. Fa comunque piacere vedere come i MD inizino ad avere un giro internazionale consistente – infatti c’è più di un norvegese che canta i loro pezzi, favorito da un Walter che spesso cede il microfono. Unica pecca un ciccione in evidente stato di ebbrezza, che ha mostrato il medio a Walter per quasi tutto il concerto e alla fine si è attaccato con un tizio sudamericano (da sempre terra che ama molto i MD, non ho mai ben capito perché). Ma Walter non ha visto il gesto – o ha fatto finta di non vedere – e la cosa fortunatamente non è finita a tarallucci e vino, come avrebbe detto qualcuno. Di sicuro, comunque, non è andata come a Voghera l’inverno scorso, alla prima apparizione on stage da due anni a quella parte, quando la gente dormiva della grossa e Walter giustamente si lamentava della cosa. Ma, del resto, gran parte del pubblico era composto da giovinastri presenti solo per fare il saluto romano a qualche gruppo NSBM di cui ho dimenticato o non ho mai saputo il nome, quindi cosa si voleva pretendere. Finì che un amico della band gridò a Walter “ma suona, Dio fa” dal pubblico – Walter non la prese a male e ricominciò a sfracellare culi. Walter, io ero lì e pogavo anche se ho gli occhiali, per voi questo e altro, è giusto che tu lo sappia.

BLACK WITCHERY: Non mi hanno mai detto granché, anche se sono nekrokvlt. Dal vivo non dispiacciono, anche se il fatto che tu stia in California a suonare black metal, invece di andare al mare tutti i giorni a bere mojiti e a guardare le chiappe chiare, non mi convince del tutto. O perlomeno potresti suonare nei Fu Manchu. Ma è comunque grazie a loro (e a Walter che mi ha girato il contatto) che ho potuto entrare, quindi li promuoviamo lo stesso. A metà concerto sono uscito e ho scoperto che in strada, attraverso i vetri del locale, si vede il maxischermo dove proiettano tutto il concerto. Insomma da fuori si vede e sente tutto, è gratis e fa pure più fresco. Dei geni del male, questi organizzatori.

Infatti i MARDUK me li sono visti tutti da lì. Ho perso interesse nei loro dischi da anni, anche se gli ultimi due sono riuscito ad ascoltarli (ma più che altro per la loro resa sul tapis roulant, come si discuteva in un’altra occasione). Mortuus pare un buon entertainer, e la gente è contenta. Buonanotte a tutti.

Giovedì: The End of the End

Per questa giornata non avevo il pass, quindi non ho idea di come abbiano suonato GRAND MAGUS (persi di vista da anni), PAGAN ALTAR (che non c’erano) e SAINT VITUS (che non mi sarebbe dispiaciuto vedere, in verità). Posso però consigliarvi questo ristorante a conduzione familiare, dove il cameriere vi accoglie con uno sguardo veramente grim & frosbitten perché sono le dieci e dieci, nel locale non c’è nessuno e lui già sperava di arrivare prima al suo appuntamento galante previsto per le 23.01, subito dopo la chiusura. Visto che abbiamo solo 50 minuti ci vengono proibiti gli antipasti (con mix di grappe, sarebbero stati da provare), ma la zuppa di pesce è onesta e il vino della casa non è fatto con la polverina. Prezzi da salasso, ma è la Norvegia, baby. Si conclude con questa birra artigianale, consigliata a grandi e piccini.

Venerdì: The Dawn of a New Age

NEGATIVE PLANE: Me li sono persi perché ero in coda per entrare. Ed era lunghissima, immaginavo per i biglietti, invece poi ho scoperto che era per gli accrediti e guestlist. Anzi lo staff andava a caccia di chi avesse il biglietto, perché avrebbe potuto entrare subito. Paradossale. Da notare che io avrei pagato volentieri, ma il festival era sold out da mesi, probabilmente per permettere il numero di accrediti che hanno dato. Per fortuna una collega e amica ha trovato un rimedio – e va pubblicamente ringraziata – ma poi capisci perché chiudono i festival.

GHOST: Anche loro li ho visti già iniziati per la coda di cui sopra. Non ho ancora ben capito se ci sono o ci fanno, ma dal vivo girano bene, soprattutto grazie alla flemma del cantante che, non potendo agitarsi in tenuta da Papa, distribuisce inchini e baci alla folla manco fosse Maria Callas. Il disco è simpatico, ma temo non regga più di qualche mese di ascolti. Vediamo cosa combineranno in futuro – io intanto vado a vederli a Berlino con Giordano a novembre – magari non sono proprio del tutto i paraculi che sembrano. Quando mi faranno una cover di “Morte al potere” di Antonius Rex – unica cosa decente che hanno mai fatto gli Ancient, anche se nessuno se lo ricorda e il video è pure sparito da Youtube – mi avranno convinto.

NIFELHEIM: Me li sono visti a tratti, non mi hanno mai detto granché. Però ne ho approfittato per dare un’occhiata ai casi umani in giro e ho visto un po’ di situazioni simpatiche. Ci sono prima di tutto una serie di sedicenti VIP che non vengono riconosciuti da nessuno, e la cosa un po’ gli rode. C’è Nocturno Culto che si fa i cazzi suoi. C’è Grutle Kjellson che va in giro manco fosse il salotto di casa sua. E soprattutto c’è Gaahl, che ha organizzato la signing session del nuovo album dei Wardruna (per carità del Signore), purtroppo senza forchette, pellicce, gatti e collezione autunno/inverno al seguito. La gente dice che gli fa paura, ma a me continua ad assomigliare troppo a Ingrassia nell’Esorciccio per prenderlo sul serio. Tornando ai Nifelheim, che c’è da dire. Se hai 40 anni, la pelata, i capelli lunghi sulla nuca e ti vesti solo di bracciali di borchie fatti in tavernetta cantando Storm of Satan’s Fire, hai trovato la chiave della felicità.

PRIMORDIAL: Persi di vista da anni. Il cantante mi pare decisamente migliorato, e la gente gli va dietro. Da qualche altra parte leggerete com’è andata, io ricordo poco. Menzione di disonore merita la c.d. “area VIP” dove ho fatto un salto, cioè uno stanzone con un maxischermo sul concerto dove però, guarda guarda, la musica non è la stessa: infatti c’è un dj set. E lo stanzone, comunque, è pieno – del resto, se sei un VIP perché guardarti il concerto quando puoi goderti una birra a prezzo ribassato percuotendoti le gambe e facendo finta di suonare un basso? Cosa si perde la gente a non essere metallari.

GODFLESH: Con tutto il rispetto, ditemi cosa c’entrano a questo punto del festival. Avrebbero potuto spaccare culi, invece hanno spaccato le palle a un sacco di gente che evidentemente era in tutt’altro mood (sottoscritto compreso) e infatti ha disertato la sala. Sono una grande band, ma decisamente fuori luogo questo venerdì. Sarà per la prossima volta – che idea del cazzo metterli in questa posizione nel bill.

SATYRICON: Lo sappiamo, ormai Satyr l’ha fatta fuori dal vaso, e corre voce che la gente lo chiami “il Julio Iglesias del black metal”. Voce confermata quando lo si vede salire sul palco (dopo decine di minuti di dj set reggae, strategicamente scelto per convincerli a suonare dopo quasi tre quarti d’ora di attesa) con capelli pettinati all’indietro, jeans aderenti e gilet di pelle (forse Lee, pare abbia l’endorsement). E ad occhio e croce era pure barzotto. Si parte con Walk the Path of Sorrow e quasi pensi a una serata revival, poi faranno il loro onesto concerto con pezzi da più o meno tutti gli album. Satyr si sarà anche dato alla vendemmia ma il palco lo tiene bene, scherza con la folla e la folla ride pure. Chiudono con To the Mountains, ditemi voi che senso ha fare un pezzo del genere come bis quando un Dominions of Satyricon ti avrebbe garantito cori da stadio – ma poi il problema si risolve con Mother North. E salutam’a Satyr.

Sabato: A Perfect Vision of the Rising Northland

NEKROMANTHEON / DISKORD / VOMITOR: Non c’ero / chi cazzo sono. Sono andato a mangiare qui. Non l’ho presa io, ma per voi che non abitate in Norvegia la c.d. rudolfsuppe può essere un’idea. Lo stufato di renna mica lo mangiate tutti i giorni.

HELHEIM: Gente che suona con la cotta di maglia indosso. Faccio un po’ fatica ad approcciarmi. Da qualche altra parte leggerete come hanno suonato.

VIRUS: La loro unica raison d’être è quella di essere la reincarnazione dei Ved Buens Ende, e tali dovrebbero rimanere le loro ambizioni. Il primo album, Carheart, era una bomba, poi si sono un po’ persi e il loro terzo e ultimo disco The Agent That Shapes the Desert ancora non mi convince del tutto. Carl-Michael Eide, uno dei più grandi geni della scena norvegese, si fa il sound-check da solo, pur con gli evidenti problemi motori che si porta dietro dopo un brutto incidente di qualche anno fa, e si ritroverà poi a suonare di fronte a un sacco di debosciati che non hanno la minima idea di chi lui sia. Carl-Michael la prende con filosofia – alla fine ringrazia il pubblico di averlo sopportato – e i pezzi, per chi ama il gruppo, funzionano (seppur con un bassista evidentemente in botta funky, un po’ dispersivo). Ma, in generale, restano un gruppo difficile da inserire nel contesto di un festival. Ascoltare Those Who Caress the Pale in macchina di notte è un’altra cosa.

ENSLAVED: Da quando infilarono una porcheria simil-psichedelica dietro l’altra per Osmose (che infatti li scaricò) gliel’avevo giurata. Poi qualcuno ha provato a riconvincermi con Isa, Ruun e compagnia, ma secondo me siamo ancora lontani dall’aver trovato la coda (ammesso che il capo ci sia). Per carità suoneranno anche bene, ma non è mettendoci due hammond e coverizzando i Led Zeppelin che trovi il bandolo della matassa – alla meglio passi solo da fricchettone. Io continuo a preferirli quando si prendevano più sul serio e scrivevano i testi in norreno, salvo poi ringraziare qualche amico o professore per le traduzioni, perché loro non lo conoscevano.

MAYHEM: Dati ormai per spacciati e buffoni da quasi tutti, non è che mi aspettassi granché da loro. E in effetti la band non appare molto convinta. Necrobutcher, come diceva Roberto, fa una figura da alcolisti anonimi, i due chitarristi non si sa manco chi siano, e Hellhammer chi l’ha visto. Ah, poi c’è Attila. Beh, signori. Ho sempre nutrito un certo rispetto per la figura, ma mi sa che siamo arrivati alla fine. Niente altari di Venosa stavolta, si presenta solo con un mezzo teschio attraverso cui guarda il pubblico e un cappio che fa penzolare di tanto in tanto. La cosa che fa più paura, comunque, è lo stato della sua dentatura, in evidente bisogno di cure. Come pendant al discorso sugli Enslaved, io continuo a preferire l’Attila che si prendeva meno sul serio ed evitava di ricordare ai presenti che i Mayhem esistono da 27 anni (orazione tenuta rigorosamente in growl), come se non lo sapessimo già. Io preferisco quella volta che sputtanò i soldi di Roberto Mammarella registrando Recipe Ferrum, una delle porcherie più geniali della storia del black metal. Per quanto riguarda la setlist, cosa volete che abbiano suonato – i Mayhem hanno fatto un album e mezzo di valore immenso ed è giusto saccheggiare da lì.

IMMORTAL: Erano talmente attesi, talmente osannati, talmente alla fine della fine dell’Hole in the Sky, che alla fine mi hanno quasi deluso. Un po’ tipo Sabato del villaggio. Hanno fatto un concerto esemplare, con tutti i classici (The sun no longer rises, Battles in the North, Blashyrkh, pure The Call of the Wintermoon hanno fatto, purtroppo senza fiaccole di giorno e camminate a schiena piegata) e hanno fatto divertire un sacco il pubblico. Abbath ha spanzato di brutto e Apollyon continua a non convincermi con il suo trucco Ottantiano, ma sarà solo che sono abituato a vederlo in occasioni più goliardiche. Dopo passi del granchio, fuochi artificiali, e successi a go-go, ci si aspetta il bis, invece salgono sul palco gli organizzatori del festival, visibilmente commossi, e ringraziano tutti. La Norvegia è un paese di brava gente, come diceva Gro Harlem Brundtland. Buonanotte, (stupro) e addio. (Giuliano D’Amico)

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