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Musica da camera ardente #4

12 ottobre 2011
la mamma del neofolk

Quarto ricco capitolo per Musica da camera ardente. Questa volta, dopo una fugace palpatina e una breve digressione su cosa offre ancora di buono, ci sposteremo dal caldo seno materno del neofolk (affettuosamente mai disdegnato da questa rubrica che a sazietà ha attinto da esso) per affiancarci al dark rock di Peter Murphy, che ritorna con un album solista molto convincente, e progressivamente passare dalla holy oscurità dark ambient di casa Projekt a quella unholy tutta ucraina dei Dark Ages, per capire quanto la teoria dei climi sia sempre più vera.

Andrew King, un peso massimo del neofolk

Avrei desiderato aprire questo capitolo decantando le lodi dell’ultimo – ormai datato – lavoro dei Sol Invictus. Molto ho tergiversato per arrivare ad una amara conclusione, quella ovvero che avrei preferito piuttosto non parlare affatto di The Cruellest Month che non poterlo incensare. Oggi Wakeford (nota la sua adesione al National Front) si dichiara non-fascista e si fa produrre da un israeliano. L’abbandono dell’ideologia ha portato i Sol Invictus al punto dolens della propria carriera? Non credo che la situazione sia così drammatica sebbene Tony abbia più volte espresso la volontà di mettere un punto a questo capitolo. Già rispetto ad un lavoro come il più complesso e sperimentale Thrones (l’ultimo in termini cronologici che abbia davvero gradito – di The Devil’s Steed non posso dire male) lo iato è sempre più ampio e la distanza sembra non condurre in nessun luogo in particolare. Pare una tendenza comune quella che vede le grandi istituzioni del folk (Current 93 in primis e Death In June in minor misura – ribadisco che Peaceful Snow pur non rappresentando nulla di nuovo è stato comunque di piacevole ascolto) non riuscire a superare l’attuale fase di stanchezza. Il sole aristocratico sembra aver smesso di brillare come prima o è stato il mondo moderno ad averla vinta?

Un altro “peso massimo” che avrebbe meritato il suo degno spazio su queste righe è Andrew King il quale dopo circa 8 anni è tornato con Deus Ignotus, un lavoro che si mostra estremamente pretenzioso e che non mi persuade affatto perché non offre nulla più di quello che ci si poteva attendere da esso. Giudicate voi. Secondo me, sdrammatizzando, voleva fare le nozze coi fichi secchi. Sembra che i nodi vengano al pettine: l’apocalisse da fin-de-siècle tarda a giungere e cominciano a crollare certi castelli di carta. Ma la speranza è l’ultima a morire (musicalmente parlando, di tutto il resto non ci curiamo). Vedo infatti che fuori dal pantheon dei più idolatrati avi si accalca una folla brulicante che cerca di attirare l’attenzione su ciò che ha da dire, per quanto non sempre riesca sempre a distinguersi in innovazione e non brilli di imperitura luce, ma nemmeno attenta alla tua anima affossandoti col minimalismo, il simbolismo, l’esoterismo e altri anacronistici –ismi, rendendosi semplicemente gradevole all’orecchio provando anche a scollarsi dagli stretti confini del genere. Merita almeno un ascolto ad esempio l’ultimo dei Backworld, Come The Bells, storico gruppo nato dalla mente di Joseph Budenholzer, un signore del Nebraska appassionato di misticismo cristiano e folk inglese, come anche meritano i più freschi ed interessanti lavori post era industriale dei Larrnakh, Now Will You Believe? e Like The Silken Shrouds Of Loneliness.

Kim Larsen, una persona onesta

Come puntualmente accade, ogni anno mi innamoro di un gruppo folk. Il 2010 è stato il tempo dei Rome, ma pur sempre l’anno dell’apocalittico ritorno dei Blood Axis, del nuovo capolavoro Rotten Roma Casinò degli Spiritual Front, dello splendido noir partenopeo di Umori D’Autunno. Scusate se è poco. Ad oggi, a meno che non abbia perso qualche pezzo per strada e salvo uscite dell’ultimo minuto (che verranno accolte a braccia aperte), posso dire che il 2011 sia l’anno degli Of The Wand & The Moon. Vabbè da poco è uscito pure Ultimacy, una raccolta di singoli e rarities dei già ampiamente elogiati Blood Axis, ma tranquilli mi astengo dal tediarvi con l’ennesima apologia (però sentite che bellezza) o fracassarvi i maroni con altre <<tarantelle francesi>> (per quanto non possa esimermi dall’affermare che nel nuovo singolo Our Holy Rue/ The Merchant Fleet i Rome abbiano dimostrato di poter fare un leggero passo indietro tornando ai primi lavori, per quanto si emuli un po’ troppo palesemente Douglas P.). The Lone Descent, senza tergiversare ulteriormente, è il più bell’album neofolk del 2011. L’onesto Kim Larsen, che gestisce da solo tutta la baracca, ha saputo ben utilizzare negli anni gli stilemi e i punto a capo stabiliti nell’immaginario Regulae Iuris del neofolk in cui sono racchiusi i principi, le regole e i dogmi fondamentali di un genere musicale. C’è tutto quello che serve: chitarra acustica, rintocchi di campane, un caldo e profondo spoken word. Lunga la sfilza di collaborazioni in The Lone Descent tra le quali John Murphy, ex live drummer DIJ nonché performer polistrumentista per quel Andrew King di cui sopra.

Non una forzatura, non una proposta di difficoltosa comprensione, nessun intellettualismo, nessun silenzio imbarazzante, nemmeno un riempitivo e neanche una nota fuori posto (in effetti ne usa poche ma le usa bene). Solido, compatto e armonioso, il nuovo misantropico album supera in qualità l’ottima produzione precedente del danese. Grazie Kim, ti vogliamo bene.

Attila Bakos, uno di noi

Invece se ci si vuole rilassare davvero e stemperare il nero della fine incombente basta togliere il prefissoide neo a folk. Mi riferisco ad una realtà che ho trovato lodevole ovvero quella del progetto Woodland Choir dal folk naturalistico, fiabesco, empyriumiano, tutt’altro che depressive, connotato di suoni più cari alla tradizione celtica che a quella popolare di casa. La casa è, per l’appunto, quella di Ungheria. Questo encomio alla bellezza della Natura è il frutto delle fatiche di un altro, Attila Bakos, che fa tutto da solo e che a dispetto del nome da cattivone da film d’azione che i genitori gli hanno appioppato è uno tranquillo. Anche lui è una persona a cui sentiamo di voler bene.

Peter Murphy, un signore alla moda

Prendiamoci un minuto di ferie dall’underground più o meno spinto per prestare la dovuta attenzione a Peter Murphy. La sua presenza qui sembra fare a cazzotti con tutto quello che è stato detto e che ancora abbiamo da dire. Eppure il signor Bauhaus è riuscito a farsi piacere, e non poco, dal sottoscritto che ha sempre guardato con una certa diffidenza ed anche un po’ di indifferenza i passi mossi nella lunga carriera solista ma che oggi lo ascolta a ruota. L’essersi trasferito stabilmente in Turchia e l’aver abbracciato il sufismo ha avuto un impatto visibile e udibile sulla sua espressione musicale (Dust). Abbandonato l’Arabesque misto all’elettronica Peter riparte dalle Catskills, quindi da New York, per mettere su disco nuove idee in bianco e nero. Riconosciamolo ragazzi, siamo o non siamo cresciuti con questa gente qui? Tutti meritano l’occasione di tornare a far parlare nuovamente bene di sé, a maggior ragione lui che ne ha messi di semi nel mondo del rock oscuro e del post punk. Ninth è talmente ben riuscito che mi spingerebbe a farne una recensione traccia per traccia. A fatica mi trattengo. Inquadrare il personaggio è abbastanza inutile visto che è noto a tutti ma una cosa la posso dire: l’atmosfera bowieana è talmente accattivante che ti fa tornare indietro nel tempo, ad un tempo in cui ogni album che acquistavi, anche per puro caso, si rivelava essere un’opera d’arte. Attenti a Murphy, attenti a Ninth perché c’è ancora speranza per tutti, anche per quei giovanissimi rockettari che dovessero scoprirlo solo oggi.

Sam Rosenthal ha fatto di nuovo centro. Ormai qualsiasi proposta venga da Sam mi fa drizzare le orecchie e negare la precedenza ad ogni altro ascolto. Uscito nel 2010 autoprodotto, oggi viene accolto tra le braccia della grande galassia Projekt per occupare uno spazio non di secondo piano. Palese gioco di parole con la frase idiomatica inglese “every cloud has a silver lining” (in italiano: “non tutto il male vien per nuocere”), il self-titled Every Silver Lining Has A Cloud, album di esordio dei francesi Guillaume Pintout and Cyrille Holodiuk (è bene riportare i nomi quando questi hanno il potenziale per essere ricordati), prende dal dream pop dei Cocteau Twins, dal post-rock alla Mogwai e dallo shoegaze dei Mira, poi lo frulla coi Sigur Ròs.

rotta per casa di Ronnie James Dio

La malinconia delle atmosfere eteree e rarefatte, il tocco drammatico di violoncello e le struggenti chitarre “mandolinate” rappresentano un viaggio musicale che mi riportano alla mente quelle interminabili strade sterrate islandesi, sempre vuote, senza tempo, battute dal vento, che sembravano non portare a nessuna meta. Era da poco uscito Takk… e non esisteva migliore colonna sonora.

Casa Projekt offre sempre tanto ai nostri timpani. In sommi capi di recente segnalo: l’ultimo album di Aurelio Voltaire, Riding a Black Unicorn, il quale si riprende dalla sbornia di To the Bottom of the Sea per ributtarsi nelle stesse bettole in cui lo avevamo lasciato a gozzovigliare; l’ermetismo dei due sardi di Atrium Animae col mistico Dies Irae, ottimo primo full-length dal sapore neoclassico, è consigliabile a tutti gli amanti di Dead Can Dance e Arcana. Loro si chiamano Alessia Cicala (voce soprano) e Massimiliano Picconi (tastiere e tutto il resto).

tractatus de li mortacciorum

Gente che invece nella Chiesa Projekt non riuscirà mai ad entrare se non dopo il giorno del giudizio sono gli ucraini Dark Ages, o meglio l’ucraino Roman Saenko, che qui citiamo non per meriti musicali – è uscito oramai da un pezzo il terzo pallosissimo lavoro tutto strumentale The Tractatus De Hereticis Et Sortilegiis, e sottolineo “The” – ma solo per i titoli dei brani. Sentite qui che roba: Theatrum Crudelitatum, Compendium Maleficarum, Disquisitionum Magicarum, Flagellum Haereticorum Fascinariorum. È vero che le lingue più malvagie sono quelle morte.

I cunctators Kirlian Camera, da parte loro, temporeggiano con un singolo dal titolo in gaelico, Ghloir Ar An Oiche, decisi ad ammorbidire le atmosfere cupe ed anaerobiche che li contraddistinguevano con un sound melodico, quasi romantic-pop. Vedremo se il prossimo album Nightglory, previsto in uscita a breve con una bella panterona in copertina, confermerà questo andazzo o se, ricaricate le batterie, i nostri torneranno a deliziarci con capolavori del peso di Aria Immobile. (Charles)

quando parlavo di panterona non mi riferivo a lei

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