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Avere vent’anni: dicembre 1996

27 dicembre 2016

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ARCH ENEMY – Black Earth

Charles: Michael Amott era un grande fino a che non si è rincoglionito; gli Arch Enemy sono Michael Amott; gli Arch Enemy sono stati grandi fino a che Michael Amott non si è rincoglionito. Diciamo che fondamentalmente tutto si esaurisce in questo banale sillogismo. Gli Arch Enemy sono stati, quindi, veramente una band con i contro coglioni fino a Burning Bridges, praticamente l’apice ultimo e disco tra i miei feticcio in assoluto, in un costante crescendo che va da questo Black Earth al successivo ed ancora migliore Stigmata. C’è poco altro da dire. Amati alla follia ai tempi, disprezzati con la stessa intensità da quando è stata preferita la fregna alla buona musica. Che poi sono d’accordo col concetto di mettere la fregna sopra ogni cosa, però cazzo, posso pure vagamente capire la Angela Gossow, che qualche dote vocale ce l’aveva pure, ma la White-Spruz no. All’epoca la ‘coppia d’asce’ Michael e Christopher, insieme a un Liiva cattivo ed ignorante, era ciò che si avvicinava di più al mio concetto di combo perfetta, nonché a quello di madeleine carcassiana. Oggi, vabbè, sono diventati una buffonata per bimbominchia con la k.

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MELECHESH – As Jerusalem Burns… Al’ Intisar

Edoardo Giardina: L’importanza del primo album dei Melechesh sta probabilmente anche solo nella sua esistenza. Già, perché ai tempi, a parte gli Orphaned Land, furono tra i primi ad introdurre un genere occidentale (e così dissacrante) nel Vicino oriente. Prima di allora il fruitore europeo/americano medio di metal aveva potuto collegare il suo genere preferito alla Mesopotamia in ben poche occasioni: se si era posto qualche domanda sull’origine dei nomi dei suoi ipotetici beniamini Marduk e Tiamat; oppure se seguiva i Morbid Angel nelle loro fissazioni per gli dei sumeri (non assiri!), che però divenne prorompente solo con Formulas Fatal of the Flesh del 1998. Ciò che ha reso As Jerusalem Burns… Al’intisar unico è l’attaccamento dei Melechesh alla terra. Un attaccamento che neanche gli Orphaned Land avevano: Israele è la terra degli ebrei e gli ebrei sono mai stati una nazione? C’è chi dice no. E che tantomeno potranno avere i Nile, intrisi di quell’orientalismo vituperato da Edward Said. Invece Ashmedi, sebbene ormai sia espatriato, si definisce proprio assiro, e a quanto pare ha origini armene e siriane. Deduco da ciò che viene da una di quelle minuscole comunità sparse tra Armenia, Iraq e Siria che sembrano parlare una sorta di lingua discendente dall’antico assiro. Legame molto flebile, effettivamente, ma che comunque ci ha portato una pillola di black metal malvagio, occulto e genuino quale As Jerusalem Burns… Al’intisar.

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SATURNUS – Paradise Belongs to You

Trainspotting: Per quanto mi riguarda, il fascino dei Saturnus risiede nell’approccio da gruppo dopolavoristico. Non sono sicuro di sapere il perché, ma non ho mai pensato ai Saturnus come un gruppo normale di ragazzi entusiasti che vanno in tour, fanno vita da musicisti e hanno le groupie nei camerini; non riesco neanche a pensare a loro come gente che scopa in generale, a dire la verità. Ascoltandoli mi figuro degli stempiati impiegati del catasto che vivono una vite triste e grigia in posti bui, nebbiosi e freddi; altrimenti quella musica non gli uscirebbe. Poi ogni tanto si beccano e danno sfogo al proprio malessere esistenziale tirando fuori questa roba, che effettivamente è una delle massime espressioni dello STARE MALE che si possa immaginare. Paradise Belongs to You è il loro primo disco ed è ancora molto più grezzo rispetto agli altri; ed è un capolavoro, forse più di tutti gli altri. Qui alle chitarre c’era ancora Kim Larsen, che dopo avrebbe fondato la sua one-man band, gli Of The Wand And The Moon: e non dev’essere stato l’unico appassionato di neofolk nei Saturnus, dato che nei dischi successivi quell’influenza rimarrà sempre fortissima.

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EINHERJER – Dragons of the North

Charles: Non c’è molto da dire rispetto a questo disco, se non che si tratta del miglior full dei norvegesi di sempre. Per celebrare il ventennale, il mese scorso è uscito pure Dragons of the North XX, che praticamente è una registrazione nuova. Se ne sentiva la necessità? Direi di no, neanche io l’avvertivo che penso di essere l’unico fan italiano degli Einherjer. È, si diceva, il miglior full ma non il miglior lavoro in assoluto. Le cose più belle le hanno fatte prima, sto parlando della demo Aurora Borealis, e dopo, lo stupendo EP Far Far North. Dopo di ciò un dischetto niente male, Odin Owns Ye All, e poi una lunga calata di cose pressoché trascurabili. Vabbè, basta adesso che mi sto annoiando da solo. Ascoltatevelo se non lo conoscete perché comunque merita. Però la versione originale se potete, non questa cosa nuova, per cortesia.

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SARCOFAGO – The Worst

Ciccio Russo: Io già trovavo insostenibile Hate per la faccenda della fastidiosissima batteria elettronica (allora le tecnologie sonore erano meno avanzate), figuratevi questo. Non erano solo anni di capolavori di nuovi idoli. Erano anche anni di vecchie glorie che, prese alla sprovvista dal cambiamento, concludevano la loro carriera nell’ignominia. Per quanto possa essere semplice ironizzare sul titolo, The Worst è obiettivamente il disco peggiore mai inciso dai Sarcofago. A riascoltarlo per dovere di documentazione, prende davvero male: la leggenda brasiliana si suicida tra riff alla Pantera e tentativi di black metal atmosferico. Per espiare, potrebbero pure riunirsi e fare un tour dove suonano tutto I.N.R.I. come si usa oggi.

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DJ SHADOW – Endtroducing…..

Stefano Greco: Entroducing….. (con ben cinque puntini di sospensione) è il sogno di un pischello con poco più di vent’anni la cui ossessione sembra il voler condensare in un unico album le migliaia di ore trascorse con le cuffie sulle orecchie. L’hip hop è poco più che un pretesto, Dj Shadow prende a noleggio la tecnica del campionamento e l’ideologia del taglia e cuci per mettere insieme il proprio personale Frankenstein. Registrato nel corso di due anni con una attrezzatura iper essenziale (un campionatore, un paio di piatti, un pro tool rudimentale) Entroducing….. è noto per essere il primo album ad essere composto esclusivamente da samples. Il risultato è un disco strumentale che per atmosfere e sensazioni è più vicino ai Mogwai che al Wu Tang Clan e non a caso verrà poi considerato tra i grandi classici del trip-hop, termine che il dj californiano ha contribuito a creare nonostante la distanza con l’epicentro inglese. A chi becca il sample di Orion dei Metallica faremo avere un panettone in omaggio.

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CATHEDRAL – Supernatural Birth Machine

Charles: I Cathedral, per alcuni di noi, sono una fede, un credo, un pezzo importante di vissuto. Mentre cercavo parole per inquadrare degnamente Supernatural Birth Machine (e il bellissimo EP, Hopkins, sempre di quell’anno), mi sono imbattuto in questa cosa, riportata su Metal Archives, che sinceramente non sapevo: “Some of the album’s songs were included in the Cassini–Huygens spacecraft, launched in October 1997”. Ora, io ho sempre amato leggere di astronomia, mi serve per relativizzare i miei problemi quotidiani, e dopo aver appreso questa cosa, che sia vera e confermata oppure no, la mia mente ha iniziato ad immaginare il viaggio ventennale della sonda Cassini, che ancora adesso, in questo momento, in questo battito di ciglia che è la nostra esistenza terrestre, solcando le profondità astrali, lambisce Saturno e Titano e consegna le note di questi piccoli esseri umani all’infinito, all’immortalità. Mi piace pensare che quelle note si siano fuse al primo vagito cosmico, all’eco dello Spazio, al ritmo dell’Universo, e che siano diventate un tutt’uno con le vibrazioni magnetiche di stelle e pianeti. Mi piace pensare che un fononauta di una razza aliena superiore, passando da quelle parti, in una dimensione spazio-temporale per noi inaccessibile, potrà riconoscere quelle note, ricomporle e venire a conoscenza del nostro retaggio di esseri umani.

9 commenti leave one →
  1. Mezman permalink
    27 dicembre 2016 16:57

    Direi “The Number Song”. Che Cliff mi perdoni in caso di errore

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  2. weareblind permalink
    27 dicembre 2016 18:27

    Che figata che è Burning Bridges. Stigmata buono ma non così bello. D’accordissimo sul baratro qualitativo successivo. Ma hanno ragione loro, guardate cosa vendono.

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    • fredrik permalink
      27 dicembre 2016 21:09

      di tutto quello che hanno fatto con liiva non si butta niente secondo me. black earth una spanna sopra, ma del resto, cosa non usciva dalla wrong again?

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  3. 28 dicembre 2016 02:29

    Charles: Michael Amott era un grande fino a che non si è rincoglionito e già questo articolo perchè lo hai iniziato così vince a mani basse. Ovviamente questo anno gli EINHERJER hanno ristampato Dragons of the North per il ventennale…poi congratulazioni per le band citate.

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  4. bonzo79 permalink
    31 dicembre 2016 22:32

    tutto bello tutto vero, ma guardate che la gossow è un cane rognoso senza speranza, la white spruz sa cantare e pure niente male

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  5. Cattivone permalink
    9 gennaio 2017 13:19

    Ma come sarebbe a dire “l’unico fan italiano degli Einherjer”? Anche a me piacciono i dischi (e soprattutto gli EP) che hai citato tu.
    Sopportati Norwegian Native Art, ma dopo Blot smisi di seguirli, credevo si fossero sciolti.

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  1. Frattaglie in saldo #29: cuscus e falafel | Metal Skunk

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