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A PERFECT CIRCLE – Eat The Elephant

4 maggio 2018

Sono quindici anni che non aspetto il nuovo album degli A Perfect Circle, e questo perché, se Mer de noms aveva comunque rappresentato un’ottima rivisitazione del rock degli anni Novanta, in quel periodo ero troppo preso a pensare che avrebbero tolto spazio e creatività ai Tool, oltre al fatto che di Thirteenth Step apprezzai e apprezzo in linea di massima il singolo Blue, e poco altro. Insomma, provavo per il gruppo di Billy Howerdel poco hype già quando realizzarono il loro miglior disco, quindi figuriamoci oggi: epoca in cui il rocker medio vive l’attesa per nuove pubblicazioni di Maynard James Keenan come un tredicenne soffre l’avvento improbabile, e mai abbastanza dietro l’angolo, della vera e propria carne sul formato video/cartaceo. Motivo per cui alla fine mi sono davvero incuriosito di quest’uscita, soprattutto mentre rimbalzano notizie che danno i Toolufficialmente in studio. Alle quali probabilmente seguirà una comunicazione di Adam Jones, in cui ci dirà che hanno ritrovato il portafogli andato perduto durante le sessioni di registrazione di 10.000 Days, e che quindi i Tool sono nuovamente usciti dallo studio.

Ebbene, Eat the Elephant è un album che si potrebbe accusare di diecimila cose, ma in realtà il suo difetto è soltanto quello di avere due facce. La prima fatta di brani trainanti e che compongono circa metà della sua tracklist; la seconda, considerando che si tratta di materiale su cui la band ha iniziato a lavorare da circa due lustri – attivandosi perlopiù negli ultimissimi tempi – un delirio di canzoni piuttosto brutte che compongono soprattutto la parte finale di questo disco introspettivo e atmosferico quanto, per lunghi tratti, pacato ed elegante. Ma anche un po’ stronzo. In cui le chitarre non sono più il direttore d’orchestra principale e Keenan si rivela il protagonista assoluto per qualità, versatilità e specialmente per la dimestichezza nell’adattarsi ad ogni situazione, segno che l’esperienza guadagnata dai Puscifer gli è servita ad andare ben oltre alla mera timbratura del cartellino. Premettendo che a me neanche quella band ha mai fatto fare i salti mortali sulla sedia, e che anzi l’unico loro brano che ricordo con piacere si chiama Agostina

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“Il buono, il brutto, il brutto, il più brutto e il cattivo.”

Tornando ad Eat the Elephant, probabilmente questa è la raccolta di inediti di maggior peso pubblicata dal cantante dei Tool dal 2006, ovvero da quel 10.000 Days di cui amai istantaneamente Vicarious senza mai riuscire ad apprezzare l’opera nella sua interezza; per poi arrivare – negli anni seguenti – ad accettare la figura di Keenan come un fantasma che si aggira per i suoi vineyard, annusando freneticamente i grappoli d’uva come un cane farebbe con il didietro di un suo simile, entrando infine in studio per cimentarsi in roba sperimentale che quattro fan su cinque non più aspettavano, e soprattutto non si aspettavano da lui. Il problema di fondo è esattamente quello: un artista libero, che con altri suoi simili fa quello che gli pare al costo di varcare quel sottile confine fra musica che pochi riescono a capire, e musica in cui c’è ben poco da capire. E in questo disco ci sono entrambe le cose, partendo fortunatamente dal presupposto che l’altra metà del materiale non è salvabile, ma più che bella.

Gli A Perfect Circle se ne escono dallo studio con un album svuotato dalle chitarre che avevano dominato i due precedenti capitoli, disco di cover escluso. E, proponendo uno stile che ancora una volta non corre incontro alle mie esigenze ed a quelle di molti altri, fanno in buonissima parte centro. Eat the Elephant è senza dubbio un buon lavoro, solo che – come ho detto poco fa – una metà di esso sembra essere stata composta in relativa fretta, per dare corpo ad un’altra fetta già pronta da tempo, rodata e fortificata soprattutto dall’accrescimento personale degli artisti che avevano iniziato a metterla in piedi dopo anni di scarso affiatamento. Magari non sarà così, e gli A Perfect Circle riterranno episodi come Hourglass – il ritornello più delirante e ridicolo di una carriera intera – e la successiva Feathers, una parte importante di questo capitolo della loro vita musicale; e in quel caso sarà necessario calare ad un massimo di un bicchiere al giorno del rosso dell’Arizona che Maynard imbottiglia con tanto amore.

Il percorso che ci porta al crollo verticale di Eat the Elephant è tortuoso, e per lunghi tratti non ci priva affatto della speranza di arrivare in fondo ed esclamare che, stavolta, ce l’hanno proprio fatta. Se la title-track funge quasi da intro con la sua spiazzante leggerezza, Disillusioned ci prende un po’ per il culo mostrandoci una band malinconica ma anche perfettamente riconoscibile – da lì il singolo più furbo tra quelli attualmente estratti, in cui il gruppo aggiunge nuove caratteristiche, ma senza togliere granché a ciò che aveva avuto da mostrare quindici anni fa. Poi Eat the Elephant ingrana marcia e inizia per davvero. Facendolo nel migliore dei modi, chiamando in causa i Depeche Modenella bellissima The Contrarian, e permettendoci di capire che saranno Gahan e soci una delle spinte all’ispirazione del sound di oggi, oltre a richiamare di tanto in tanto ritmiche care al trip hop, ed un campionario sterminato di influenze sonore che potrebbe accontentare tutti, così come nessuno. Con The Doomed riconosciamo a pieno il solito Maynard Keenan e non quello post-mosto selvatico, ed il pezzo è anch’esso magnifico, dinamico, piacevolmente e direi finalmente aggressivo. Poi starà a voi decidere se le due successive canzoni siano un altro passo nella giusta direzione, oppure una merda. So Long,and Thanks for All the Fish sarà probabilmente il più eclatante pomo della discordia dell’intero lotto: suonata con acide ma mai troppo invadenti chitarre alternative rock, è in realtà un pezzo powerpop in cui Keenan si cimenta con un approccio quasi da Michael Stipe. È piuttosto sterile al primo ascolto, ti entra in testa subito dopo ma il punto è semplicemente questo: non è detto che vi piaccia, e non è necessario che ve la facciate andare giù ad ogni costo. Con Talk Talk a mio avviso tornano nuovamente alla carica i Depeche Mode e la chiara intenzione di spostare il tiro totalmente sugli anni Ottanta, sulla loro estetica estremizzata, oltre che sul prepotente fascino dark che ne derivò. È bella pure questa e Keenan stride che è una bellezza, dopodiché l’album vivrà ancora per poco.

“Davvero eri convinto che avrebbe avuto una sua logica fino in fondo???”

In By and Down the River, Maynard ci prende per il culo ancora una volta dimostrando di poter cantare esattamente come cazzo gli pare, e senza mai risultare fuori posto. All’ inizio sembra di ascoltare uno di quei brani scoglionati e inconcludenti del Cornellsolista, e il pezzo nel suo scorrimento tiene botta senza però raggiungere le vette toccate dai precedenti. Siamo alla settima traccia, e c’è abbastanza carne al fuoco perché Eat the Elephant si confermi in grado di scontentare i fan di Thirteenth Step pur – a parer mio – essendo decisamente migliore. Delicious è un’altra di quelle situazioni in grado di sorprendere più per la prova del cantante che per la reale consistenza di una canzone in cui si segnalerà soltanto un gradito, acclamato e marcato ritorno delle chitarre. Ma la figura dietro al microfono, da sola, non reggerà più l’intera barca, perché, dopo una breve pausa, Hourglass ci introdurrà al Keenan spietato: quello che annusa i migliori chicchi dell’annata più soleggiata per poi annunciare cose nuove coi Puscifer mentre nell’oscurità appare gente con lo sguardo di chi te l’ha tirato in culo, intenta a fissarti statuaria e con in mano un polpo colorato come la maglia del Bologna. Una visione d’insieme che è un vero e proprio Orrore, e che sta a significare che me l’hanno fatta anche stavolta. Nelle ultime due canzoni – l’ultima delle quali davvero prolissa e nuovamente in direzione del gruppo di Music For The Masses – gli A Perfect Circle giocheranno tutto sulla carta della noia, lasciandomi interdetto come in quell’ album di cui ricordo solo un meraviglioso singolo (Blue), nonchè la presenza di Twiggy Ramirez al basso.

Occasione che suona in parte sprecata, ma comunque il secondo miglior disco di un gruppo che in quasi vent’anni ha prodotto davvero poco. Motivo per cui Eat the Elephant mi appare così diverso, così snaturato e con poche chitarre, ma non un valido motivo per non ascoltarlo, apprezzando ciò che di buono è al suo interno. Da pensare in funzione di una maggiore semplicità, quindi con meno elementi ed influenze, il tutto in favore di una personalità più spiccata; e guardandolo dal nostro lato, da ascoltare possibilmente senza fare paragoni col passato, e senza pensare che probabilmente chi ha composto Undertow stia davvero per tornare. Il che vi distrarrebbe, ne sono certo, e ne avreste ogni ragione per farlo. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. Cure_Eclipse permalink
    5 maggio 2018 11:29

    Ottima rece. Secondo me la parte migliore del disco è quella centrale (da “The doomed” a “Delicious”, da pelle d’oca nel passaggio “good night, sleep tight” e che vagamente nella melodia iniziale mi ha ricordato l’attacco di “Breña”), ma per capirlo ci ho messo molti ascolti. All’inizio mi era sembrato una cagata pazzesca – forse per l’assenza quasi totale delle chitarre ignorantone – poi con ascolti più attenti ho capito che c’è del buono. Io gli preferisco di poco 13th Step, lasciando stare Mer De Noms che è di un altro livello, ma questo Elefante è un disco che merita più attenzione di quella che sembra ad un ascolto superficiale.

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  2. Fanta permalink
    5 maggio 2018 12:09

    Mi infastidisco sino a procurarmi orticarie e giramenti di culo quando un bel disco si chiude con un filler di merda. Allunghi il brodo come quando, non avendone la quantità giusta per 5 invitati, ci butti dentro cose a cazzo di cane per poi giustificarti a posteriori.
    Però, tolto questo, il disco regge, è bello, sa emozionare. Mi ricorda, nel modus operandi della materia malinconia, gli Anathema di Weather System. E non è cosa da poco.

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  3. sciup-1 permalink
    7 maggio 2018 14:42

    Anche io avevo un hype riguardo questa uscita sotto zero, ma l’astinenza da Tool mi ha invogliato a dargli una possibilità. Fino a metà esatta l’album non solo regge ma ha per me ha almeno un’autentica perla, Eat the Elephant. Poi da metà arrivo alla fine a fatica attarverso una serie di canzoni insignificanti che tra qualche ascolto mi faranno passare la voglia di riprendere in mano l’album in toto.
    So long… mi pare una versione ultra-kitch degli Smashing Pumpkins di Mellon… mi fa l’effetto di quelle gigantografie di padre piò aerografate sui cassoni dei camion in autostrada, ma gliela perdono perchè una tamarrata del genere è nelle corde di Maynard, e mi vien da pensare che se avessero buttato così in caciara tutta la seconda parte dell’album sarebbe stato forse meglio.

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    • giananb permalink
      7 maggio 2018 17:09

      Effetto James Iha?

      (Che ora è pure tornato nei Pumpkins, chissà cosa ne esce)

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