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ROADBURN 2011 – 14/16 Aprile, Tilburg, Olanda

19 maggio 2011

Roadburn 2011, impressioni a caldo: il miglior festival possibile. Lontano dalla grandeur ottantiana del tipico raduno metal, il festival olandese è totalmente privo di qualsiasi appeal riconducibile all’hype ma vive solamente della passione condivisa di chi lo organizza, chi lo frequenta e chi ci suona. I tremilacinquecento biglietti venduti in otto minuti con presenze da Europa, Stati Uniti e altrove stanno a dire che c’è chi ci vuole davvero essere, ovvero solamente chi ci deve essere. Forse il modo migliore di spiegare razionalmente questa fiera delle iperboli è parlare dei fatti, quindi di un evento che inizia alle 4 di pomeriggio del giovedì con gli Zoroaster e finisce all’ 1 di notte del sabato con i Gates Of Slumber (senza contare per i più temerari pure l’Afterburner della domenica) e con in mezzo due set dei Voivod, la resurrezione di Bobby Liebing e non so quanta altra roba. E la cui parte più esaltante è poi proprio il trovarsi a vedere gruppi di cui si sa poco o nulla e che spesso stupiscono più degli act principali, perché se c’è una cosa che ho imparato sul Roadburn nelle due edizioni a cui sono stato presente è che la qualità è costantemente altissima e le bands sono davvero scelte e approvate una per una.

Day 1: seventies are here.

L’atmosfera a Tilburg è febbricitante, piccole orde di metallari adoratori del riff invadono i bar e i negozi della bella cittadina olandese transumando in maniera ordinata e costante tra lo 013 (il locale) e il Grass Company (abbastanza ovvio di cosa si tratti). La chiacchiere della vigilia si dividono fra come organizzare il proprio programma al meglio (cosa non sempre facilissima dati i quattro palchi) e tendono sopratutto ad esorcizzare il fantasma del pessimo vulcano Eyjafjallajkull che con la sua inappropriata eruzione bloccò i cieli di mezzo mondo sconvolgendo l’edizione (comunque incredibile) dell’anno passato. Prima birretta e si prende posto nella Batcave per assistere alla performance degli Zoroaster, show potente e molto liquido, eccellente modo di iniziare la tre giorni. Certo la rosicata (non piccola) è perdersi i Ghost che suonano in contemporanea, ma di sicuro ci sarà tempo per rifarsi. Abbastanza indecisi sul da farsi io e il conte Max, dopo aver visto il finale del set degli Acid King, ci avviamo a vedere i Blood Ceremony al Midi Theatre (forse dei vari palchi il più bello ed accogliente). Aspettative bassine visto anche il mio tiepido apprezzamento del loro ultimo album. Beh, c’è una certa soddisfazione nel cambiare idea e nel rendersi conto di essere (sostanzialmente) della gran teste di cazzo. Il gruppo offre una prestazione clamorosa, le canzoni sono bellissime e coinvolgenti, la band ha un forte carisma, la cantante è piuttosto spiritata, possiede qualità di front woman non indifferenti oltre ad essere anche carina (frangetta strafica, belle tette, forse un po’ di nasca eccessiva ma comunque di personalità). Solo in sede live mi rendo veramente conto di quanto mi piacciano queste canzoni che evidentemente stavo ancora solo assorbendo. Grandiosa opener “The Great God Pan” set bello intenso e finale in gloria con “Daughter Of The Sun”. Tra i picchi assoluti del festival. Il Roadburn è così, la goduta è sempre dietro l’angolo. Ancora carichissimi ci sia avvia veloci verso la Main Room dove a minuti si dovranno esibire i Pentagram. Posti praticamente in prima fila, il primo di una serie di saluti a Victor Griffin (che giunti al venerdì alla fine mi eviterà credendo gli stia facendo stalking). C’è parecchia attesa per vedere che forma abbia nel 2011 Bobby Liebing. Viene intravisto a fondo palco e non è un bel vedere, sta messo malissimo, un vecchio con la scucchia e una massa di capelli bianchi, con tutta onesta è abbastanza improponibile. Però i Pentagram hanno canzoni che pochi altri possono vantare, questo è un evento raro e quindi bisogna avere fede. Il Dio del metallo sarà infatti riconoscente di tale devozione e con sorpresa di molti ci dimostrerà che il vecchio catorcione Bobby sa ancora cantare molto bene, anzi è proprio lui, come lo conosciamo come lo abbiamo sempre ascoltato. Un susseguirsi di bombe classiche (la lista ve la evito perché davvero troppo lunga) intervallate da qualche brano dal nuovo “Last Rites” (manco male). Bobby forse cala un pochino con la voce sul finale, ma nel complesso gran buona prestazione; qualche dubbio forse lo lasciano le pose sexy (fortunatamente ironiche) ma che comunque hanno poco di esoterico per una band che ha i caproni sulle copertine. Pubblico molto partecipe e grande emozione generale per il tributo ad una band ad un sopravvissuto. Detto questo, se devo dirla tutta, forse il primo set dei Death Row lo scorso anno forse era stato anche emozionalmente superiore. Ma queste sono solo chiacchiere da bar olandese. La stanchezza si affaccia quindi è necessario un boccone in uno degli accoglienti bar intorno al locale. Di nuovo dentro per una assaggio di Atomic Bitchwax in una sala stracolma, un po’ di Godflesh per rilassarsi (ahò) e a chiudere con gli ozzatissimi Count Raven che però visti da troppo sotto al palco non godono del suono migliore. Lezione imparata e errore che non si ripeterà. Tutti a nanna al quattro stelle, questo si che è pimp-metal.

Day 2: welcome to the church of noise.

Il giorno due parte come d’abitudine con colazione pantagruelica, mischiando indiscriminatamente l’opzione inglese e quella continentale con grosse dosi di ingordigia. Apice della papponata sono le ore seguenti passate tra piscina, sauna idromassaggio e bagno turco. Poi un salto al coffeshop i cui effetti saranno uno sproloquio condiviso sul fatto che Tony Iommi sia il personaggio più importante dell’intera storia dell’umanità e poi di nuovo nel moshpit. Si ricomincia ancora con Griffin (visto ben 4 volte negli ultimi due anni, migliore in campo a detta della giuria presieduta dai Fratelli Corna). I Place Of Skulls non è che li conoscessi tanto e mi sorprendono abbastanza per la distanza dalla band madre (di cui comunque proporranno una versione accelerata di “Relentless”), un suono più polveroso e stoner, se non fosse ridicolo li definirei chopper-rock. Si continua con i Sabbath Assembly dalla fichissima Jex Thoth, passatisti fino all’eccesso addirittura più ‘60 che ‘70, show a carburazione lenta ma poi più che godibile. Ci si muove verso il locale principale dove nella Green Room si stanno esibendo i redivivi Beaver, pur essendo solo di passaggio vengo subito catturato da un sound ferocissimo e drogato, ne vedo solo una ventina di minuti, ma per quel poco che si è visto sembravano in grandissima forma. Forse la più grossa rosicata della tre giorni sarà proprio non aver assistito per intero al loro show. Poco tempo per le lacrime perché è ora dei Corrosion Of Conformity, con Pepper Keenan impegnato a tempo pieno con i Down, il trio ribattezzatosi C.O.C. III (la formazione è definita anche Animosity line-up) propone esclusivamente il proprio repertorio hardcore, una scelta forse discutibile anche perché si tratta uno stile ed un genere piuttosto distante dall’evoluzione presa da “Blind” in avanti, come già detto il secondo periodo non viene toccato (anche se qualche pezzo di quelli cantati da Mike Dean tipo “Deliverance” o la cover di “Lord Of This World” ci sarebbero stati); l’inizio è francamente devastante, tipo un sette minuti di strumentale hard rock furibondo suonato con foga e precisione davvero rara, poi a seguire una cascata di hc mega incazzoso intramezzato da frammenti più metallici (i brani cantati da Reed Mullin) riescono pure a far scattare il pogo, cosa qui al RB (per fortuna) non tanto normale. Fa parte della setlist anche “Your Tomorrow” nuovo singolo pubblicato per Southern Lord; esattamente a metà fra le due anime della band ne recupera la rabbia hc eliminando lo componente sudista  ma mantenendo l’approccio al riffone hard, un’ottima premessa per il futuro, speriamo bene. Ingozzato l’ennesimo (ottimo) hamburgerone con patate fritte sale un po’ di curiosità per i Sunn O))) (che comunque non ho mai compreso). Feedback a volumi inquietanti da dietro una nube di fumo, tutto perfettamente immobile per circa venti minuti, dopo di che si cominciano almeno ad intravedere gli esecutori di tale fracasso, coadiuvati per l’occasione pure dallo sperimentatore giapponese Keiji Haino, dopo altri cinque minuti di immobilità elettrostatica io e il Conte Max decidiamo che forse questa robba è troppo avanti per noi umili adoratori del riff e ci spostiamo al Midi per il set degli Incredible Hog, vecchia gloria oscura inglese dei primi ‘70 ripescati e ristampati recentemente nella sezione relics della Rise Above di Lee Dorrian. Propongono un incontaminato hard rock alla Cream e si faranno apprezzare, ma, si sa, con i vecchi non si sbaglia quasi mai. Note a margine: non ho mai visto una persona suonare con il sorriso stampato in faccia per tutto il tempo come il bassista della band in questione. Amo pensare che questo signore di mezza età, che immagino oggi proprietario di un buon business edilizio, abbia colto questa occasione per una gita in Olanda con moglie e figli al seguito i quali per la prima volta saranno stati fieri del loro papà. Vero Heavy Metal Heart Book (metallo pesante libro cuore). Dopo tanta smielata dolcezza, e nonostante la stanchezza che a quest’ora si fa sentire, è tempo per una nuova birra e per il primo dei due set dei Voivod! La sala si riempie velocemente e quando i canadesi salgono sul palco è al massimo della capacità. Partenza spaccaculo con “The Unknown Knows”, delirio old school thrash con “Ripping Headaches”. Follia collettiva con l’omonima “Voivod” e commovente finale con la cover di “Astronomy Domine” dedicata a Piggy. Che spettacolo, per loro ovazioni da perdita di voce. Che modo di finire la giornata.

Day 3: doom over the world (meglio tardi che mai).

Il terzo giorno è abbastanza pieno di eventi e riproporrà in buona parte di quanto andato perduto lo scorso anno a causa del vulcano islandese. Si parte quindi con il doppio set dei Candlemass che prevede sia la partecipazione di Robert Lowe che la riproposizione per intero del mega classico “Epicus Doomics Metallicus” con il cantante originale Johan Längqvist. Grande partenza con “Mirror Mirror” anche se Lowe mostra qualche pecca, in primo luogo una somiglianza imbarazzante con la leggenda del porno Ron Jeremy e poi, cosa forse più grave, non sa i testi delle canzoni e deve palesemente leggere, nonostante provi a mascherarlo con il suo famigerato trucco dell’occhio scappellato. Come disse il conte Max ‘ma può essere possibile essere il cantante dei Candlemass e non conoscere il testo di ‘At The Gallows End’? Cazzo, allora chiamatemi a me, ce vengo io.’ Sostanzialmente d’accordo fratello, peccato solo che tu non sappia cantare. Ad un certo punto Lowe sparisce e una chitarra acustica viene piazzata sul palco, abbastanza ovvio cosa sta per succedere, un brusio nervoso di eccitazione pervade la sala e quando l’arpeggio di “Solitude” attacca è vera magia: bellissima, splendida. E Längqvist si dimostra in piena forma sia fisicamente che vocalmente. Ascoltare questa pietra miliare (tombale?) del doom metal in questa maniera e in questa cornice è impagabile, un’emozione dietro l’altra, show curato nei minimi dettagli, belli anche i filmati che accompagnano le canzoni. Una roba tipo clamorosa. Picchi assoluti sono “Black Stone Weilder” e una “Under The Oak” da brividi. Panico totale/finale/corale con “A Sorcerer’s’ Pledge”. File under: cose per cui vale la pena vivere.

A questo punto si apre la terza parte del set, ma io data la mia fissa assoluta per i White Hills devo catapultarmi su un altro stage, confortato comunque dal fatto che sono abbastanza sicuro che lo zenit dello show in questione sia stato raggiunto. La Green Room è strapiena, ma con qualche gomitata ed una finta pisciata urgente riesco a trovare un posto di tutto rispetto. La band si presenta in 4 con l’aggiunta di una tipa ad un aggeggio con bottoni e manopole (forse un sequencer) che spara suoni dall’iperspazio. Glam e psichedelici, assolutamente devastanti nei loro frequenti loro momenti di decontrollo gli White Hills regalano uno show scoppiatissimo ed esagerato, vera epifania dell’heavy psych. Sul finale Dave W. è da camicia di forza. Tra i migliori in giro, per davvero. Un salto per un pezzetto di Weedeater e poi non avendo davvero valide alternative si decide di vedere il secondo set dei Voivod, scaletta abbastanza differente e un set ancora più bello di quello della sera prima (lo affermo con la mano sulla Bibbia). Voci incontrollate dopo lo show li davano già curatori della giornata del venerdì del prossimo anno. Un giorno avremo modo di capire se si sia trattato di voci fondate o solo di deliri indotti dall’abuso di northern light e orange bud. Piccola pausa prima del secondo recupero dell’edizione 2010. il supergruppo degli Shrinebuilder, da molti considerati veri headliner della giornata. Cisneros è tipo obeso però il basso lo tocca davvero, Kelly è il più in forma del lotto e vero leader, Wino invece non mi pare al massimo e questa si rivelerà la macchia di questo show. Crover invece ha veramente la mano pesante e ci piace assai. Volume allucinante; lunga intro psych notevolissima, ci sembrerebbero tutti i presupposti per l’ennesimo show memorabile ma in realtà l’andamento è altalenante e in bilico tra momenti di vero trasporto (soprattutto quando la band suona) e altri più distaccati in cui ripropongono le canzoni in maniera canonica. Il finale con la grandiosa “Pyramid Of The Moon“ però è davvero qualcosa. Per il finale tra Swans e Gates Of Slumber si opta per la classicità metal dei secondi (anche se a detta di tutti gli Swans hanno fatto un set a dir poco furioso). Chiunque li abbia visti dal vivo sa che razza di bestiacce siano il trio di Indianapolis, presentano i nuovo disco (“The Wretch”) che pare abbia un taglio più classicamente doom dopo la loro parentesi epica (se vogliamo), a detta di mio fratello questo sarà l’unico caso bella storia in cui un’ora di heavy metal sparato a palla da un muro di amplificatori abbia la facoltà di far passare il mal di testa a qualcuno (lui). Fortunatamente sono lì a presenziare ad un miracolo di tali proporzioni (purtroppo però in contemporanea su “Death Dealer” mi si stacca  una vertebra per eccessivo headbanging). Con questo finale dai poteri soprannaturali, ambivalenti e molto black magic / white magic si chiude questo resoconto. Peccato non potervi raccontare l’Afterburner della domenica (con Black Mountain, Dead Meadow, Sourvein ed altri) ma purtroppo è davvero tempo di tornare alla normalità ed al travaglio usato. La conclusione è quindi la stessa dell’introduzione e le impressioni a caldo coincidono con quelle a freddo: il Roadburn è il miglior festival del mondo, punto e basta. All’anno prossimo! (Stefano Greco)

5 commenti leave one →
  1. max von g. permalink
    19 maggio 2011 16:20

    Concordo, il miglior festival del mondo. Non assisti a un evento, sei parte di esso: qui nessuno ha bisogno di ennesime reunion di attempate rockstar da vedere a 100 metri di distanza su palchi enormi.
    PS: io canto benissimo

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  2. Alan Wake permalink
    20 maggio 2011 17:31

    il Roadburn dovrebbe essere come il pellegrinaggio alla mecca per i musulmani, obligatorio almeno una volta nella vita!!! io purtroppo non ho ancora avuto modo di adempiere a questo sacro dovere, ma ci vado l’anno prossimo di sicuro, anche perche’ visto che a dicembre poi finisce il mondo, mi sa che e’ l’utima possibilità di assistervi!!

    p.s. che vi dicevo che i Blood Ceremony sono grandiosi, e che la cantante e’ la ciligina sulla torta? :-D

    Alan

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