WITCHCRAFT – Legend (Nuclear Blast)

Uno dei problemi di avere tanti ascolti alle spalle (ma forse in genere del tempo che passa) è che si tende a temere sempre il peggio, non si tratta di essere esigenti quanto proprio di una sorta di sfiducia automatica verso le nuove uscite delle proprie band preferite. A ben vedere si tratta di un atteggiamento per molti versi sensato: quanti idoli di gioventù ti hanno tradito? Quante delle band alle quali avevi giurato amore eterno hanno pubblicato schifezze innominabili? Col tempo ho imparato che, generalmente, quando una band ha tirato fuori tre dischi classici ha già fatto una signora carriera, e con molte probabilità ha esaurito gran parte delle proprie cartucce (quelli che ne hanno più di cinque sono i famosi mostri sacri). Questo il motivo per il quale la recente abbondanza di reunion di pezzi grossi ha suscitato in me sentimenti che oscillavano dalle tiepide aspettative (Saint Vitus) alla generica sfiducia (Soundgarden), fino a sfociare nel più puro terrore (Black Sabbath). Anni fa la sola idea di un nuovo album di uno qualsiasi dei tizi citati mi avrebbe portato ad attendere l’apertura del negozio alla prima ora del primo giorno di uscita per acquistare il nuovo album direttamente dagli scatoloni. Oggi prevale il terrore che un altro pezzo delle mie oramai poche certezze possa cadere lasciandomi senza speranza nel futuro del genere umano.

Lo stesso discorso è valso anche quando ho saputo di un nuovo album dei Witchcraft (per chi scrive più o meno il miglior gruppo uscito nel nuovo millennio) che sebbene non si siano mai ufficialmente sciolti sembravano essere quantomeno dispersi dopo un silenzio di cinque anni in cui i vari componenti hanno dato vita a parecchi progetti differenti (Troubled Horse, Spiders, Magnus solista). Ad aggravare gli oscuri presagi ci sono state poi una serie di indiscrezioni tutt’altro che rassicuranti: l’abbandono del chitarrista Jon Hoyles, il cambio di etichetta dal culto Rise Above alla più commerciale (oddio, l’ho detto) Nuclear Blast e soprattutto quel suono pulito pulito del singolo in anteprima.  Ad un primo ascolto It’s Not Because Of You è davvero troppo Radio FM se confrontata a una cosa tipo It’s So Easy (che se la senti in cuffia ti dà l’impressione che ci sia un tizio che batte sul vetro della finestra di casa tua, facendoti cacare sotto). Comunque è pur vero che non ci va mai bene niente, ricordo perfettamente una discussione con il Conte Max in cui criticavo come “ridicolo e una forzatura” il suono eccessivamente rozzo del primo album in cui sembra che il cantante stia registrando con una pentola in testa.

Ma veniamo al dunque: Legend è il classico disco che i nuovi ascoltatori ameranno da subito mentre i fan di vecchia data lo troveranno più difficile proprio in virtù della sua accessibilità (paradosso metallaro massimo). Dubito però che ci sarà qualcuno che avendolo ascoltato con attenzione gli girerà consapevolmente le spalle: come fatto notare dal sempre ottimo Charles riguardo ai Paradise Lost, quando la qualità dei pezzi rimane alta le disquisizioni sul genere sono piuttosto accessorie. E in Legend i pezzi ci sono eccome e ci sono pure l’oscurità, lo sporco e il vintage. È però necessario sgrassare la patina di lucido per ritrovare la polvere, le ragnatele e il doom. Lo stile resta oltremodo riconoscibile così come il tocco vocale straordinario di Magnus Pelander, in aggiunta i riff sono tutti più pesanti e le atmosfere più tese di quello che sembrano ad un ascolto superficiale. Manca un po’ di esoterismo qua e la ma l’umore è solo apparentemente solare, brani quali Dystopia, Ghost House e An Alternative To Freedom rivelano profondità e crudezza passaggio dopo passaggio e la conclusiva Dead End è una di quelle cose che ti ritrovi a fare il derviscio rotante da solo nel buio del salotto di casa. Insomma, i Witchcraft sono tornati e credo che Legend lo ascolteremo ancora molto a lungo.

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