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MUMAKIL – Flies WIll Starve (Relapse)

30 luglio 2013

coverI Mumakil, se possibile, a vedersi sono ancora più bruttini dei Blockheads.

Ma voi ve lo ricordate quel pazzoide coi pistoloni, le bandane, un’ossessione adolescenziale per i B movie e la fedina penale sporcata da un furto di taxi? Voi credete che nella brughiera di Birmingham emaciati giovinotti vegetariani si divertissero a rubare macchine? Ecco spiegato cosa c’è nell’aria, cosa si infila tra riff e riff se vivi aldilà dell’Oceano Atlantico. È quel tutt’uno che ti dà pettorali d’acciaio e passione per le armi assieme (la sparo grossissima, lo so), difficile da capire. Ed è pure un po’ quello che stavo chiedendo a Nico dei Blockheads in sede di intervista e che è stato arduo spiegare, cioè quanto possa differire per poetica un genere estremo come il grind al passaggio tra Stati Uniti e Europa.

Per tornare ai Mortician e a quel genere grind volutamente morboso e gory, credo di avere parole definitive un po’ per tutti: bravi –ok- ma hanno un po’ rotto le scatole, per dirla con gli Elii. Va bene il roster classico della Relapse, vanno bene dischi lo-fi con la drum machine quando ancora non si parlava di grindcore digitale ma quell’immaginario ormai sta stretto a chiunque e non è neanche troppo orgogliosamente fuori moda. Meglio i nostri francesi con le facce da pennuto che coi Mumakil hanno inciso pure uno split pochi anni fa. Poi quei pezzi sono finiti nell’ultimo disco e abbiamo gioito.

Mumakil è il nome di alcune enormi creature assimilabili ad elefanti che popolano l’immaginario tolkieniano (o almeno è quello che ho capito, da ignorante totale sia dell’opera dello scrittore, sia di qualsivoglia roba fantasy). Nell’iconografia e sulle copertine della band ogni tanto ritorna questo motivo pachidermico e, che dire, non è che questo faccia la vera differenza in fatto di grande stile ma tant’è. Hanno quel tipo di copertine bombastic che ormai gareggiano in presenza con quelle di Landau o del tizio dei Baroness.

Veniamo al suono. Macinano come farebbero i Rotten Sound se al posto del buffissimo e simpaticissimo Keijo avessero una specie di cugino buontempone di Jason Netherton alla voce. Canta rantolando e non è neanche detto che sia il peggiore nel gruppo, male assortito com’è. Sembra un po’ Action Bronson nella variante grind.

Il disco è quello che è: classico ma utilmente allineato alle produzioni più recenti, dai gelidi Rotten Sound agli stessi Blockheads, coi quali lasciano intravedere una qualche forma di parentela dovuta, credo, ai pochi chilometri di distanza e alle birre divise negli squat. È simile la furia espressiva non mutata nel solito distacco emotivo, proprio di moltissime band che fanno del muro di suono la loro arma principale. Ma a parte un primo impatto con la ritmica pulsante e compressa, la predilezione per i suoni più abrasivi ed aspri un po’ smorza la piattezza ridondante di certi gruppi moderni, che ormai pare un po’ essere la scelta di produzione più diffusa al giorno d’oggi. Almeno da questo punto di vista il disco scorre piacevole e affatto confusionario, sempre che non ci facciano schifo del tutto le scelte di regia della Relapse.

Ma questo non salva il disco. C’è la normale deriva nasumiana che ci sono voluti quei dieci anni buoni perché si istituzionalizzasse e la gente smettesse di fare riff alla Terrorizer. C’è il groove a là Napalm Death, ma piuttosto mi stupirei se non ci fosse. C’è la voglia di giocarsi tutto fino allo stremo delle forze come ci hanno insegnato i Brutal Truth, quando uno Sharp autentico e cazzuto dentro quel microfono ci urlava come nessun altro invece che giocare al clone di Tardy. Ma sono pallidi riferimenti. La verità è che in questo caso la somma delle parti, come si dice, non è pari all’insieme (o qualcosa del genere) e qua sono costretto ad ammetterlo ma per difetto, nel senso che la resa complessiva della band non è particolarmente eccitante anche se qua e là si intravedono significativi margini di miglioramento.

Da anni nel roster Relapse, se ci pensate, eppure non hanno ancora fatto nulla che riuscisse a spezzare certe catene dell’underground. Poco hype, poca diffusione, un posizionamento geografico presso Ginevra, nella paciosissima Svizzera, che non è proprio la Mecca del death metal. Mai letto di loro su un magazine o chissà dove, mi sono sempre dovuto collegare al sito della Relapse per vedere quei faccioni paciocconi.

Come si diceva un tempo? Una prova di routine, solo per chi con queste sonorità ci va a nozze ed è pronto ad accogliere un disco del genere come fosse la particella anonima di un mondo in cui tutto si tiene ma viene ciclicamente aggiornato un tantino. Nulla a che vedere, però, con certe cose routinarie anche quelle, tipo ogni nuovo disco dei Misery Index. E, scusate se mi ripeto, ma il disco grind dell’anno è sempre lo stesso.

Ciao.

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